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Apr

DECOLONIZZARE LA CONSERVAZIONE È ANCHE UNA QUESTIONE DI PAROLE

Negli ultimi anni il dibattito sulla decolonizzazione della conservazione ambientale si è fatto più esplicito. Sempre più organizzazioni riconoscono che molti progetti di tutela della biodiversità sono stati storicamente costruiti su espulsioni forzate, militarizzazione dei territori e marginalizzazione dei popoli indigeni e delle comunità locali. Ma oltre a decolonizzare le pratiche, c’è un’urgenza parallela: decolonizzare il linguaggio con cui la conservazione viene raccontata, finanziata e legittimata.

Non si tratta di un esercizio semantico: le parole orientano le politiche, plasmano l’immaginario collettivo e influenzano le priorità di finanziamento. Un lessico impreciso o ideologicamente carico può alimentare il greenwashing, ma ancora prima può distorcere il modo stesso in cui i problemi vengono pensati.

Un contributo concreto a questa riflessione arriva dal vademecum di Survival International, Decolonize Conservation Language Guide (2023), che propone una revisione critica dei termini più usati nel settore della conservazione. È un documento provocatorio, talvolta divisivo, ma utile per aprire un confronto necessario: quali parole perpetuano stereotipi coloniali? Quali occultano conflitti di potere? Quali, invece, restituiscono agency e complessità?

Il mito della “natura incontaminata”

Uno dei cliché più radicati è quello della wilderness, la “natura selvaggia” o “incontaminata”. L’idea che esistano spazi naturali puri, separati dall’umano, ha radici nella cultura conservazionista nordamericana del XIX secolo, associata alla nascita dei grandi parchi nazionali come Yellowstone.

Ma quella wilderness era tutt’altro che vuota: molte aree designate come parchi erano abitate e gestite da popolazioni indigene, che ne sono state espulse per far spazio alla conservazione “senza persone”. Il vademecum di Survival invita a evitare espressioni come “natura vergine” o “territori incontaminati”, perchè implicano che la presenza umana sia necessariamente distruttiva.

La ricerca scientifica degli ultimi decenni conferma il contrario. Secondo il Global Assessment Report on Biodiversity and Ecosystem Services dell’IPBES (2019), una quota significativa della biodiversità globale si trova in territori gestiti da popoli indigeni. Il rapporto evidenzia che almeno un quarto delle terre emerse del pianeta è tradizionalmente gestito o utilizzato da popolazioni indigene e comunità locali.

Oltre a essere incorretto storicamente, continuare a parlare di “natura senza persone” legittima modelli di conservazione escludenti.

“Proteggere” da chi? La narrazione del guardiano

Un altro termine da interrogare è “proteggere”. Proteggere la natura da chi? E con quali strumenti? Il linguaggio corrente spesso costruisce una dicotomia implicita: da un lato la natura fragile, dall’altro comunità locali descritte come minaccia.

Espressioni come “bracconaggio endemico” o “pressione antropica incontrollata” vengono talvolta usate in modo generalizzante, senza distinguere tra attività industriali su larga scala e pratiche di sussistenza. Il rischio è quello di criminalizzare intere popolazioni.

Il vademecum di Survival critica anche la retorica della “conservazione armata”, sempre più diffusa in alcune aree protette africane e asiatiche. In nome della lotta al bracconaggio, sono stati documentati casi di violenze e abusi contro comunità indigene, anche in progetti sostenuti da grandi ONG e finanziatori multilaterali.

Il linguaggio della protezione, quando non è accompagnato da un’analisi dei rapporti di potere, può mascherare pratiche coercitive. Un’alternativa è parlare di “custodia”, “gestione condivisa”, “governance territoriale”, termini che riconoscono il ruolo attivo delle comunità locali.

“Sviluppo sostenibile”: un ossimoro neutro?

“Portare sviluppo sostenibile” è una formula onnipresente nei documenti progettuali. Ma sviluppo per chi? Definito da chi? E secondo quali parametri?

Il concetto di sviluppo sostenibile, formalizzato nel 1987 dal Rapporto Brundtland e oggi integrato negli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, è volutamente ampio. Questa flessibilità è al tempo stesso una forza e un limite: può includere modelli partecipativi e inclusivi, ma anche giustificare grandi infrastrutture “verdi” imposte dall’alto.

Alcuni esempi interessanti emergono anche nel contesto europeo. Per esempio – come abbiamo analizzato nell’articolo Clima e decolonialità: il caso Sámi – diversi progetti di energia rinnovabile nel Nord Europa hanno sollevato contestazioni da parte delle comunità Sámi perché realizzati su territori tradizionalmente utilizzati per l’allevamento delle renne. Casi come questo mostrano come anche iniziative importanti per la sostenibilità e la transizione energetica – vitale per contrastare la crisi climatica – possono generare conflitti e tensioni se gli obiettivi e le modalità di sviluppo vengono definiti senza un reale coinvolgimento delle comunità interessate.

In quest’ottica, anche il termine “beneficiari” merita una revisione critica. Le comunità locali non sono destinatarie passive di progetti disegnati altrove: sono titolari di diritti, e spesso portatrici di conoscenze fondamentali.

“Popoli primitivi” e romanticizzazione

Il linguaggio coloniale non si manifesta solo nella criminalizzazione delle popolazioni indigene, ma anche nella loro romanticizzazione. Espressioni come “tribù primitive” o “popoli senza contatto con la modernità” sono ancora presenti in alcuni materiali divulgativi.

Il vademecum di Survival sottolinea come il termine “primitivo” sia intrinsecamente gerarchico e carico di giudizi di valore. Anche formule apparentemente positive – come ad esempio “custodi ancestrali della natura” – possono essere problematiche se appiattiscono la complessità delle società indigene.

Decolonizzare il linguaggio significa riconoscere che le comunità sono dinamiche, contemporanee, inserite in reti economiche e politiche globali. Non sono reliquie del passato, né simboli astratti di purezza ecologica.

30×30 e la nuova corsa alla terra

Il dibattito sul linguaggio si intreccia con le grandi iniziative globali. L’obiettivo “30×30”, adottato nel 2022 nell’ambito della Convention on Biological Diversity, prevede la protezione del 30% delle terre e dei mari entro il 2030.

Si tratta di una risposta necessaria e urgente alla crisi della biodiversità, ma alcune organizzazioni per i diritti dei popoli indigeni mettono in guardia contro il rischio di una nuova “corsa alla terra”, se l’espansione delle aree protette avverrà senza il consenso libero, previo e informato delle popolazioni interessate. Anche qui il linguaggio conta, e parlare di “espansione delle aree protette” senza menzionare i diritti territoriali può contribuire a invisibilizzare i conflitti.

Greenwashing e narrazioni aziendali

La decolonizzazione del linguaggio è cruciale anche per evitare il greenwashing. Sempre più aziende finanziano progetti di conservazione come parte delle loro strategie climatiche o di responsabilità sociale.

Termini come “nature-based solutions”, “carbon neutrality” o “offsetting” sono entrati nel lessico mainstream. Ma senza trasparenza e accountability, possono mascherare la prosecuzione di attività altamente impattanti altrove.

La critica non è al concetto in sé di soluzioni basate sulla natura, ma all’uso retorico che ne viene fatto: se una compagnia energetica finanzia un’area protetta mentre continua a espandere l’estrazione di combustibili fossili, la narrazione della “compensazione” rischia di legittimare uno squilibrio strutturale.

Un linguaggio decolonizzato dovrebbe evitare formule autoassolutorie e rendere esplicite le responsabilità storiche e attuali.

Dalla consultazione alla co-decisione

Un’altra parola chiave è “consultazione”. Nei documenti progettuali si legge spesso che le comunità sono state “consultate”, ma la consultazione non equivale alla partecipazione effettiva – né tantomeno alla co-decisione.

Il diritto al consenso libero, previo e informato – riconosciuto anche dalla Dichiarazione ONU sui diritti dei popoli indigeni – implica la possibilità reale di dire no.

Le controversie legate ad alcuni progetti eolici nelle regioni Sámi hanno sollevato proprio questo interrogativo: fino a che punto le comunità coinvolte hanno avuto un ruolo reale nelle decisioni che riguardano territori utilizzati per attività tradizionali come la pastorizia delle renne?

Perché tutto questo riguarda anche il clima

Le politiche climatiche e quelle di conservazione sono sempre più intrecciate: riforestazione, protezione degli ecosistemi costieri, tutela delle foreste tropicali sono centrali nelle strategie di mitigazione e adattamento. Se il linguaggio resta ancorato a paradigmi coloniali, anche le politiche climatiche rischiano di replicare dinamiche ingiuste.

Progetti di riforestazione che ignorano i diritti fondiari, mercati del carbonio che trasformano territori in asset finanziari senza adeguate garanzie sociali, programmi di adattamento calati dall’alto: tutto questo può essere legittimato da parole rassicuranti.

Decolonizzare il linguaggio significa quindi rafforzare la credibilità e l’efficacia dell’azione climatica. Non si tratta di adottare un nuovo gergo ideologico. Al contrario, la decolonizzazione del linguaggio è un esercizio di precisione e responsabilità. Significa chiedersi, ogni volta che si scrive un progetto o un comunicato:

  • Chi parla?
  • A nome di chi?
  • Con quali implicazioni politiche?

Per il settore della conservazione e per il movimento climatico, la sfida è duplice: trasformare le pratiche e trasformare le parole. Le due dimensioni sono inseparabili.

In un’epoca in cui la crisi climatica ed ecologica richiede azioni rapide e ambiziose, c’è la tentazione di considerare queste questioni come secondarie. È un errore: le parole sono infrastrutture invisibili che sostengono i cambiamenti, o li ostacolano.

Decolonizzare il linguaggio della conservazione diventa quindi una condizione per costruire politiche climatiche e ambientali più giuste, efficaci e realmente trasformative.

Articolo a cura di Marta Abbà, volontaria di Italian Climate Network

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