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INDIGENOUS FOOD POLICY SUMMIT, L’INGREDIENTE PER IL FUTURO CHE IL MONDO NON HA ANCORA ASSAGGIATO

A New York, leader e comunità indigene da tutto il mondo hanno rimesso al centro un sapere millenario spesso ignorato dalle politiche climatiche: i sistemi alimentari tradizionali non sono un retaggio del passato, ma una delle risposte più concrete alla crisi che stiamo vivendo.

La crisi climatica ha molti volti: temperature record, eventi meteorologici estremi, perdita accelerata di biodiversità, insicurezza alimentare che avanza. Le risposte che dominano il dibattito pubblico guardano quasi sempre nella stessa direzione: tecnologia, industria, grandi accordi internazionali. Eppure esiste un corpus di conoscenze millenario, distribuito in ogni angolo del pianeta, che offre soluzioni concrete, collaudate, a basso impatto carbonico e profondamente radicate nei territori. È la conoscenza ecologica tradizionale dei popoli indigeni, e il mondo fatica ancora a prenderla sul serio.

È in questo contesto che il 21 aprile 2026 a New York, in coincidenza con il UN Permanent Forum on Indigenous Issues, si è tenuto il primo Indigenous Food Policy Summit, organizzato dal New York City Food Policy Center e Hunter College. East Harlem ha ospitato leader, persone anziane, chef, studiose e studiosi indigeni da tutto il mondo, da Turtle Island ai Caraibi, dalla Guyana alle nazioni native americane. Ad aprire i lavori, Curtis Zunigha del Lenape Center, custode ancestrale del territorio su cui oggi sorge Manhattan. A dare il tono del dibattito, Sean Sherman – chef Oglala Lakota Sioux, James Beard Award e Julia Child Award, tra le 100 persone più influenti del 2023 secondo Time – che ha ricostruito come i sistemi alimentari coloniali si siano fondati sull’estrazione, sulla cancellazione degli ecosistemi e sulla distruzione delle identità culturali. E ha indicato l’alternativa: il cibo decoloniale come pratica consapevole, radicata nella biodiversità, nella sovranità alimentare e nell’autodeterminazione dei popoli.

Il Summit non era un convegno accademico. L’obiettivo dichiarato era superare la logica della “consultazione” – quel gesto formale con cui le istituzioni fingono di ascoltare – per costruire uno spazio in cui le comunità indigene possano contare davvero, progettando politiche e soluzioni invece di subirle. Il messaggio che ne è emerso è insieme semplice e radicale: le città non possono più essere pensate solo come infrastrutture grigie. Devono funzionare come ecosistemi viventi, integrando conoscenza tradizionale, ricerca scientifica e governance realmente inclusiva.

Un sistema alimentare come infrastruttura vivente

I popoli indigeni rappresentano circa il 5-6% della popolazione mondiale, ma gestiscono vasti territori che ospitano una quota straordinaria della biodiversità residua del pianeta. I loro sistemi alimentari non sono relitti del passato: sono infrastrutture viventi, progettate nel tempo per rispondere a condizioni mutevoli, costruite sulla diversificazione delle specie, sulla rotazione delle colture, sul foraging sostenibile, sulla conservazione del suolo e dell’acqua.

Al centro di questi sistemi c’è una visione radicalmente diversa da quella industriale: la terra non è una risorsa da estrarre, ma un essere vivente con cui mantenere relazioni di reciprocità. È una prospettiva che la scienza contemporanea sta progressivamente riscoprendo e validando.

Il report FAO del 2021 Indigenous Peoples’ food systems: Insights on sustainability and resilience from the front line of climate change, che analizza otto casi studio globali, conferma che questi sistemi preservano la biodiversità, utilizzano meccanismi di governance consuetudinari e risultano più resilienti rispetto ai modelli industriali dominanti – proprio mentre le comunità che li praticano sono tra le più colpite dai cambiamenti climatici. Il paradosso è tutto qui: chi ha contribuito meno al problema ne subisce le conseguenze più severe, e custodisce al tempo stesso alcune delle soluzioni più efficaci.

Una sintesi del Pacific Northwest Research Station (USDA) evidenzia come la conoscenza ecologica tradizionale migliori il rilevamento dei cambiamenti ambientali, lo sviluppo di strategie di adattamento e la gestione sostenibile delle risorse. Anche studi  più recenti confermano questa direzione: la systematic review del 2024 di Dorji et al. (pubblicata su PMC) e la review su Trends in Food Science & Technology di Knorr e Augustin mostrano come la conoscenza indigena supporti l’adattamento climatico attraverso previsioni locali, pratiche agricole resilienti e capacità di risposta ai disastri. Come ricorda lo studioso Kyle Whyte, rivitalizzare queste pratiche significa affrontare contemporaneamente tre crisi intrecciate: climatica, sanitaria e di giustizia sociale. Ripristinare la sovranità alimentare indigena non è un gesto romantico verso il passato, ma un atto di giustizia climatica e di riparazione storica.

Il caso europeo: i Sámi e la conoscenza che scompare con il ghiaccio

Il problema non riguarda solo il continente americano. Anche in Europa esiste una frontiera in cui cambiamenti climatici ed erosione della conoscenza tradizionale si incontrano con effetti devastanti: è l’Artico, territorio del popolo Sámi.

Basato sull’allevamento delle renne, la pesca e la raccolta, il sistema alimentare Sámi è direttamente minacciato dal riscaldamento globale. Inverni più miti producono strati di ghiaccio che impediscono alle renne di raggiungere il lichene sotto la neve, con conseguenze dirette sulla sicurezza alimentare di intere comunità. Uno studio del 2025, Assessment of Sámi food security in Finnish Lapland, documenta come il riscaldamento accelerato nell’Artico stia già costringendo a cambiamenti profondi nelle pratiche tradizionali.

Ma il popolo Sámi è determinato a porsi come protagonista attivo di resilienza.
Il Sámi Climate Council riunisce detentori di conoscenza tradizionale e scienziati per migliorare le politiche climatiche e, nel 2019 la Sámi Arctic Strategy ha chiesto esplicitamente di integrare la conoscenza tradizionale nelle politiche di adattamento e invitato l’Unione Europea a sviluppare reti transnazionali di cooperazione. In Finlandia, intanto, gli Skolt Sámi hanno applicato la conoscenza ecologica tradizionale per restaurare fiumi danneggiati, rafforzando habitat ittici e sicurezza alimentare.

L’Europa custodisce anche una ricca conoscenza ecologica tradizionale locale – i sistemi agro-pastorali transumanti in Spagna, i paesaggi bioculturali del Sud Europa – che studi come quelli di Gómez-Baggethun et al. (2013) hanno collegato alla resilienza di fronte al cambiamento globale. Il Green Deal europeo, nei suoi piani di adattamento e nelle strategie alimentari, non può  ignorare questo patrimonio.

Cosa serve adesso

Il Summit di New York ha lasciato in eredità non solo riflessioni, ma raccomandazioni operative e la richiesta di risposte concrete e immediate:

  • Integrare sistematicamente la conoscenza ecologica tradizionale nelle politiche alimentari urbane e nei piani nazionali di adattamento climatico, a partire da esperienze già esistenti come il Milano Urban Food Policy Pact;
  • Promuovere progetti di co-creazione tra istituzioni, università e comunità indigene;
  • Finanziare programmi di rematriazione (la restituzione della terra alle comunità), banche dei semi indigene ed educazione intergenerazionale;
  • Inserire il “fattore indigeno” nei negoziati internazionali sul clima e nei processi di revisione dei sistemi alimentari globali;
  • Sviluppare metriche capaci di misurare non solo le emissioni di CO₂, ma anche la resilienza bioculturale, la salute nutrizionale e la giustizia alimentare.

Per l’Italia e l’Europa il messaggio è particolarmente urgente. La transizione ecologica non può essere solo tecnologica: deve essere culturale, relazionale, radicata nei territori, e ascoltare le voci e le conoscenze dei popoli indigeni è una necessità strategica per costruire sistemi alimentari più resilienti, più sani e più giusti.

La resilienza climatica del futuro passerà anche – e forse soprattutto – dalla capacità di riscoprire le relazioni armoniose tra cibo, terra e comunità che alcuni popoli hanno custodito per millenni, mentre il resto del mondo guardava altrove.​​​​​​​​​​​​​​​​

Articolo a cura di Marta Abbà, volontaria di Italian Climate Network

Immagine di copertina: foto di Hunter College New York City Food Policy Center

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