PAGINE PER IL FUTURO – LE PIANTE NON SONO ANIMALI VERDI
Pagine per il futuro è una rubrica di Italian Climate Network curata da Andrea Vico, giornalista esperto di divulgazione scientifica, che in questo spazio propone ogni volta un nuovo libro da leggere per approfondire e capire meglio i temi che ci stanno a cuore.
Il nuovo appuntamento con Pagine per il Futuro ci propone il libro di Marco Ferrari “Le piante non sono animali verdi”.
LE PIANTE NON SONO ANIMALI VERDI
Di Marco Ferrari per Bollati Boringhieri, 328 pagine.
In poche parole
Il tema è la presunta intelligenza delle piante, nell’ambito di quel filone di ricerca che da 20-25 anni viene definito “nuova botanica”. Con rigore e chiarezza Marco Ferrari smonta questa nuova mitologia sulla vita vegetale, sostenendo che attribuire ad alberi e funghi comportamenti antropomorfi non è solo un errore scientifico: è un’operazione ideologicamente ambigua. Sempre più di frequente il lavoro di alcuni ricercatori e ricercatrici in ambito botanico è mescolato in modo fuorviante da storie di piante intelligenti che comunicano tra loro, foreste interconnesse che “ragionano”, alberi che si prendono cura dei propri figli, sistemi di difesa con allarmi lanciati da un capo all’altro del bosco, società vegetali più “giuste” della nostra, quasi amorevoli. Forzature, o furberie, che poi entrano nei giornali, diventano affascinanti conferenze nei festival e libri (tanti libri!) che attirano pubblico come non mai. Perché la narrazione funziona: le piante come esseri straordinariamente sensibili, dotati di una forma di coscienza al pari degli animali o degli esseri umani, sempre minacciate da quei cattivoni dei sapiens stra-industrializzati e incapaci ormai di vivere in armonia con la natura.
Perché leggerlo
Il libro di Ferrari è ben strutturato. Nei primi 4 capitoli introduce il lettore al tema generale con una sorta di ripasso: la nascita ed evoluzione del mondo vegetale, le sue caratteristiche biologiche e chimiche, la comparsa della fotosintesi la co-evoluzione tra piante e altre specie viventi, il ruolo delle foreste, specie quelle che oggi chiamiamo foreste primarie.
Dal capitolo 5 in poi si dedica a mettere in fila le ipotesi (ipotesi, non teorie, sottolinea l’autore ad ogni occasione) che sembrano raccontare le piante come viventi che hanno preso in mano le sorti della propria evoluzione, che in certi momenti sembrano esseri che ragionano e hanno una coscienza, quasi una morale. Il successo mediatico di certe narrazioni (come il “Wood Wide Web” trasformato in una rete sociale di alberi altruisti) viene spiegato come sintomo di un bisogno umano di proiettare sulla natura valori rassicuranti, più che come un reale avanzamento della conoscenza. Le piante non sono “animali mancati” e non hanno un’etica o una morale, esattamente come non ce l’hanno gli animali così come sono rappresentati nella tradizione favolistica ottocentesca o disneyana più recentemente.
Marco Ferrari è un giornalista scientifico di lungo corso, biologo di formazione con una prima parte della carriera nella ricerca in farmacologia per poi scegliere la divulgazione come mestiere principale lavorando da oltre 30 anni per riviste, mostre, libri, festival. Il suo libro ha lo stile del divulgatore scientifico (non c’è il resoconto di una specifica ricerca scientifica ma si vanno a riassumere gli ultimi 20 anni di ricerca scientifica sul mondo vegetale) e il piglio del giornalista. Non a caso il sottotitolo è “L’intelligenza artificiale alla prova dei fatti” e Ferrari inizia il suo lavoro di inchiesta osservando una sorta di “tendenza narrativa dilagante” e indaga sulla sostenibilità di questa linea narrativa.
Dal punto di vista scientifico sono due i “luoghi” dove il rigore della ricerca viene invaso dall’occhio benevolo di chi cerca di umanizzare le piante: comportamento vegetale inteso come plasticità fenotipica (la capacità delle piante di modificare la propria forma e fisiologia in risposta all’ambiente) e la presenta coscienza dei vegetali che si accorgerebbero di quello che accade intorno al loro, elaborando una risposta ragionata e strategica. Concetti considerati speculativi e non supportati da evidenze solide. E in appendice ci sono 10 pagine fitte fitte di citazioni e indicazioni bibliografiche che Ferrari mette a disposizione a sostengo del suo lavoro.
A parer mio
Il libro di Marco Ferrari è un chiaro invito a una divulgazione scientifica più seria e meno ammiccante. Permettere che la narrazione scientifica sulle piante venga distorta da metafore seducenti, semplificazioni eccessive e un uso disinvolto di concetti scientifici ancora controversi è un rischio perché si normalizza la commistione fra ciò che è provato e ciò che è ipotetico. Nella scienza ben vengano tutte le ipotesi, ma solo quelle confermate dagli esperimenti sono poi annunciate e condivise. Se scienziate e scienziate hanno ben chiara la differenza, il pubblico no. Le scorciatoie narrative tradiscono la complessità del reale e trasformare ipotesi parziali in verità emotivamente appaganti, ma scientificamente fragili, o permettere che una semplificazione diventi mito, crea parecchi danni nel pubblico.
Purtroppo, l’ego di molti ricercatori cede alle lusinghe mediatiche e alla dittatura dei follower (e talvolta anche la necessità di fare attività in “terza missione”, a parer mio, diventa volano di questo meccanismo). Una comunicazione della scienza responsabile deve riconoscere la propria responsabilità nel formare l’immaginario collettivo e quindi tenersi alla larga dal consenso facile e dalle mode.
Articolo a cura di Andrea Vico, volontario di Italian Climate Network.
