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Mag

SANTA MARTA, LA DIPLOMAZIA CLIMATICA CERCA UNA VIA FUORI DAL CONSENSO

  • La conferenza di Santa Marta non ha prodotto un trattato né obblighi vincolanti, ma ha creato qualcosa di politicamente rilevante: una piattaforma stabile per discutere l’uscita dai combustibili fossili fuori dai veti del consenso universale.
  • Il suo valore non sta solo negli output formali, ma nel metodo: selezione dei partecipanti, dialogo non negoziale, presenza di produttori e consumatori, coinvolgimento di scienza e società civile.
  • Il test vero sarà Tuvalu-Irlanda 2027: lì si capirà se Santa Marta è stata solo un segnale politico o l’inizio di una nuova architettura climatica.

Come raccontato nell’analisi tecnica dei risultati di Santa Marta, la conferenza colombiana non ha prodotto un trattato sui combustibili fossili, non ha aperto un mandato negoziale formale e non ha creato obblighi giuridicamente vincolanti. Chi cercava una decisione storica in senso classico potrebbe quindi dire che il summit non ha “deciso” abbastanza.

Ma questa lettura rischia di perdere il punto politico.

Va letta come un esperimento di diplomazia climatica fuori dal formato COP: selettivo, plurilaterale, orientato all’implementazione, costruito per discutere ciò che il consenso universale dell’UNFCCC fatica a trattare apertamente. Il significato della conferenza non va cercato nella chiusura del dossier sui combustibili fossili, ma nella creazione di una sede stabile in cui quel dossier non possa più essere rimandato.

Per trent’anni il negoziato climatico multilaterale ha parlato soprattutto di emissioni. Obiettivi, mitigazione, trasparenza, finanza, adattamento, neutralità climatica. Tutto necessario. Ma la causa principale di quelle emissioni – cioè l’estrazione, la produzione, il commercio e il consumo di carbone, petrolio e gas – è rimasta a lungo ai margini del linguaggio diplomatico.

Nel 2023 COP28 aveva rotto il tabù, inserendo nel Global Stocktake il riferimento all’allontanamento dai combustibili fossili, il transitioning away from fossil fuels. Nel 2025, poi, COP30 ha mostrato il limite di quel passo: nominare i fossili non significa ancora governarne il declino. A Belém, la COP dell’implementazione, il tentativo di inserire una roadmap più esplicita nel risultato formale si è scontrato con le resistenze dei Paesi emettitori/produttori. Santa Marta nasce esattamente da questa frattura.

Questo è il punto più importante: Santa Marta non cerca di convincere tutti, ma punta a organizzare chi è già disposto a muoversi. La logica è quella della coalition of the willing, la coalizione dei volenterosi, applicata al nodo più difficile della transizione energetica: non soltanto accelerare le rinnovabili, ma pianificare il declino dei combustibili fossili.
Parlare di rinnovabili è politicamente più semplice: promette investimenti, innovazione, posti di lavoro e sicurezza energetica. Parlare di uscita dai fossili significa invece toccare entrate fiscali, royalties, imprese statali, export, infrastrutture, contratti di lungo periodo, lavoratori, territori e, in ultima analisi, l’architettura economico-geopolitica a suo fondamento.

Per questo il formato conta: a Santa Marta non c’era un testo da negoziare riga per riga, non c’erano parentesi quadre da eliminare alle tre del mattino, né la minaccia permanente del veto. C’erano ministre e ministre, il mondo della scienza e le popolazioni indigene, società civile e sindacati, città, banche multilaterali e settore privato, chiamati tutti a discutere problemi concreti.

Questa “psicologia di Santa Marta”, così chiamata dai co-host, è forse l’innovazione politica più interessante. La conferenza ha creato un safe space non perché le divergenze fossero assenti, ma perché potevano emergere senza dover essere immediatamente tradotte in un compromesso negoziale. La Nigeria ha parlato da produttore di combustibili fossili prudente. Il Ghana ha riconosciuto la dipendenza dalle entrate fossili ma ha rilanciato il tema di un trattato. Tuvalu, Vanuatu, Palau e Panama hanno spinto sulla necessità di un quadro giuridico più forte. La Francia ha presentato una roadmap nazionale. L’Italia ha chiesto una piattaforma più inclusiva, capace di parlare anche ai grandi attori assenti.

Mentre in una COP sul clima queste differenze sarebbero probabilmente finite dentro una battaglia linguistica, a Santa Marta sono diventate materia politica. Il risultato è una conferenza che non ha risolto i conflitti, ma li ha resi più leggibili. Phase-out o phase-down? Trattato o cooperazione volontaria? Roadmap vincolanti o piani nazionali flessibili? Transizione come opportunità industriale o come trasformazione sistemica? Sicurezza energetica come giustificazione per nuovo gas o come argomento per uscire dai fossili? Finanza climatica come prestito o come riparazione?
Sono tutte fratture ancora aperte, ma Santa Marta le ha portate al centro.

Da questo punto di vista, la conferenza segna anche un cambiamento nella geografia politica della diplomazia climatica. Non è stata una riunione del G7, né del G20, né del G77. La coalizione che si muove attorno a Santa Marta è più ibrida: piccoli Stati insulari, Paesi latinoamericani, alcuni Paesi europei, economie vulnerabili, produttori fossili cauti, importatori esposti agli shock energetici. Non segue perfettamente la frattura Nord-Sud o quella tra Paesi produttori, e non, di combustibili fossili.

Questa composizione è fragile, perché tiene insieme Paesi e realtà con interessi molto diversi, ma anche decisamente interessante,  perché mostra che la transizione dai fossili non è più solo una richiesta morale dei Paesi vulnerabili o della società civile. Sta diventando anche una questione di sicurezza, stabilità macroeconomica, indipendenza energetica, competitività e gestione del rischio.

È qui che Santa Marta rovescia una narrativa tradizionale. Per anni la sicurezza energetica è stata usata per difendere nuove esplorazioni, infrastrutture e continuità dell’approvvigionamento fossile. A Santa Marta, molti interventi hanno sostenuto l’opposto: la dipendenza dai fossili non garantisce sicurezza, ma produce vulnerabilità. Come ci hanno ricordato anche i più recenti avvenimenti,  espone gli importatori a shock geopolitici, guerre, volatilità dei prezzi e interruzioni di fornitura.Le rinnovabili, in questa lettura, diventano vere e proprie infrastrutture di stabilità e indipendenza. 

Questo passaggio è politicamente potente, perché consente di parlare ai governi non solo in nome del clima, ma anche in nome dell’interesse nazionale.

La società civile, però, ha ricordato che questa transizione può essere ingiusta anche quando è pulita. Il People’s Summit e la People’s Declaration hanno alzato il livello dello scontro politico chiedendo uno stop immediato all’espansione fossile, la cancellazione del debito, finanza pubblica che non crei debito pubblico, diritti dei Popoli Indigeni, rifiuto delle false soluzioni, critica all’estrattivismo verde e richiesta di un trattato per l’uscita dai combustibili fossili. Per i movimenti, Santa Marta non deve diventare un club tecnocratico di roadmap e policy package, ma dev’essere un passaggio verso una trasformazione più profonda dei rapporti economici e coloniali che hanno contribuito alla  crisi climatica.

Qui si apre una tensione decisiva. I governi hanno bisogno di gradualità per tenere dentro produttori, ministeri delle finanze e Paesi cauti, mentre i movimenti chiedono radicalità – perché la crisi climatica non ci concede altri decenni di ambiguità. 
Santa Marta ha tenuto insieme queste due spinte senza scegliere definitivamente, e adesso il nuovo processo potrà andare in due direzioni.

La prima è quella più debole: Santa Marta diventa un altro spazio internazionale di buone intenzioni, con report, panel, dichiarazioni e incontri annuali, ma senza capacità di incidere. In questo caso, il summit colombiano sarà ricordato come un segnale importante ma incompleto.

La seconda è più ambiziosa: i tre workstream (link all’articolo più tecnico) producono roadmap nazionali e regionali, inventari dei sussidi, proposte su debito e finanza, criteri per fossil fuel-free trade systems e una base scientifica capace di influenzare COP31 e il secondo Global Stocktake. In questo scenario, Santa Marta diventerebbe l’inizio di una nuova architettura climatica: non ancora un trattato, ma una piattaforma stabile in cui costruire le condizioni politiche, tecniche e finanziarie per arrivarci.

Il rapporto con l’UNFCCC sarà decisivo: Santa Marta deve essere abbastanza autonoma da discutere ciò che le COP bloccano, ma abbastanza collegata all’UNFCCC da non diventare marginale. Il rischio è soprattutto che i Paesi contrari al phase-out usino Santa Marta come alibi: “se ne parla lì, quindi non serve parlarne nelle COP”. Per evitarlo, i co-host hanno insistito sulla complementarità.
Il report finale sarà trasmesso alla Presidenza brasiliana di COP30, alle presidenze delle COP successive e agli spazi più rilevanti verso COP31. L’obiettivo è far entrare nel processo ufficiale ciò che Santa Marta ha discusso fuori dal negoziato formale.

Anche per l’Italia e l’Unione europea il summit apre una domanda politica. L’UE era presente attraverso la Commissione e diversi Stati membri, ma non come blocco negoziale unitario come succede alle COP..
L’Italia ha partecipato alla conferenza, ma essere presenti non basta: se il processo produrrà davvero roadmap, inventari dei sussidi e lavoro su finanza e commercio, il governo dovrà chiarire la propria posizione su filiera del gas naturale (incluso il GNL), sussidi ambientalmente dannosi, trasporti, export credit, infrastrutture e finanza fossile (il Piano Mattei?). 

In definitiva, Santa Marta non ha chiuso una partita ma ha cambiato il tavolo su cui la partita si gioca. Il negoziato climatico continuerà a passare dalle COP, e non potrebbe essere altrimenti, ma la politica del phase-out fossile ha bisogno anche di spazi in cui i Paesi disponibili possano coordinarsi, imparare, costruire strumenti e aumentare il costo politico dell’inazione.

Il sistema sta già cambiando, sotto la spinta di clima, economia e geopolitica. Il vero nodo non è il cambiamento in sé, ma come lo affronteremo: se saremo noi a governarlo o se finiremo per subirlo. L’incontro a Santa Marta è nato proprio con l’obiettivo di organizzare una transizione guidata.”

Articolo a cura di Anna Pelicci, Capa delegazione di Italian Climate Network alla COP30 di Belém

Immagine di copertina: Ministerio de Ambiente y Desarrollo Sostenible

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