05
Nov

L’ALL-IN BRITANNICO E LA POSIZIONE ITALIANA

All-in”, su tutti i tavoli. Non c’è metafora migliore dell’estremo pokeristico per definire l’attuale politica del governo britannico, organizzatore con l’Italia di COP26, rispetto ai negoziati in corso.

La strategia è chiara: dove non si riesce ad affondare a pieno in termini di ambizione, costruzione di consenso, redazione di documenti e impegni formali dentro una sala negoziale, si gioca una fiche anche sul tavolo accanto. Si punta ad accordi laterali e paralleli ai negoziati veri e propri, quelli che decideranno le sorti dell’Accordo di Parigi, per spingere l’ambizione e costruire un risultato complessivo che non dipenda esclusivamente da cosa accade nel negoziato formale.

Così, mentre le 196 delegazioni dibattono su regole, principi, reportistica sotto l’Accordo di Parigi, molti di quegli stessi Governi lavorano tramite le loro diplomazie per far circolare accordi, iniziative, documenti paralleli che spingano l’ambizione su temi specifici. Questi accordi e iniziative sono presentati tramite conferenze stampa e side events a margine del negoziato.

Questo processo non è nuovo e nel gergo onusiano sul clima questi accordi paralleli sono da leggere sotto l’ampio cappello delle “iniziative cooperative”, che possono vedere coinvolti attori statali e non-statali. Nel 2016 durante COP22 fu lanciata la Marrakech Partnership for Global Climate Action, un tentativo da parte delle Nazioni Unite di fornire queste iniziative di un contesto formale e strutturato in vista di una futura (e necessaria) reportistica, aggiornamento, visibilità di azioni e promesse. Ogni anno il Segretariato UNFCCC, tramite la Marrakech Partnership, pubblica un annuario con analisi sull’efficacia e impatto delle singole iniziative e azioni.

Quello che colpisce di quest’anno è che, nonostante la costante presenza negli anni di vertici specifici dedicati al lancio di nuove iniziative, il governo britannico abbia voluto investire da subito in maniera differenziata e multi-livello tutto il suo capitale politico per spingere su alcuni temi-chiave costruendo sui contatti ancora caldi aperti tramite il G20 italiano, per poi volare a Glasgow per il Leaders Summit inaugurale della COP e continuare a lanciare iniziative durante tutta la prima settimana di COP.

Questo è senza dubbio il caso dei due accordi che nei primi giorni hanno conquistato le prime pagine dei giornali, l’accordo sullo stop alla deforestazione e quello sulla riduzione delle emissioni di metano entro il 2030, seguiti dai due altrettanto importanti sull’uscita dal carbone e sullo stop al finanziamento di investimenti in oil&gas (non coperti da CCS e/o progetti di ri-assorbimento del carbonio) in paesi terzi entro il 2023, quest’ultimo firmato anche dall’Italia. Rimane da capire se la condizione, centrale, della presenza di ri-assorbimenti sia da intendersi nell’accordo come integrale rispetto alle emissioni potenziali dei nuovi impianti oppure se basterà una piccola installazione di ri-assorbimento (parziale) per giustificare l’investimento.

(elaborazione ICN)

L’adesione italiana all’iniziativa avrà sicuramente un impatto sui piani finanziari e di sviluppo delle principali aziende nazionali attive nel settore oil&gas in ambito internazionale. Nel 2015 infatti, l’Italia figurava ancora come il terzo investitore globale in progetti di estrazione in paesi terzi, dopo Danimarca e Germania. Il mantenimento della promessa di Glasgow da parte del Governo italiano potrà risultare in un abbattimento degli investimenti diretti ambientalmente dannosi superiore ai 10 miliardi di euro di fondi pubblici.

Di seguito il commento di Italian Climate Network sulla firma italiana:

è un bene che l’Italia dopo un’iniziale momento di titubanza abbia sottoscritto questo impegno. Adesso auspichiamo un’analoga ambizione anche sul fronte interno: il nostro Paese ha bisogno di reali investimenti in solare ed eolico, rimuovendo e semplificando vincoli burocratici e amministrativi che ne rallentano lo sviluppo, e di una pianificazione fattiva per il phase-out del carbone e degli impianti a gas più obsoleti.

Il governo britannico, tramite questa strategia di diversificazione dei tavoli, sta costruendo il potenziale successo di COP26 tramite l’uso di diverse e molteplici leve, parallele ma tutte legate al negoziato. La seconda settimana sarà cruciale per capire se anche l’altro binario, quello del negoziato tecnico (che tecnico non è mai), riuscirà a recuperare questa velocità verso gli obiettivi attesi.

di Jacopo Bencini, ICN Policy Advisor e UNFCCC Contact Point

Questo articolo del Bollettino COP di ICN fa parte del progetto EC DEAR SPARK. ICN monitora i negoziati e riporta quanto accade in italiano e in inglese, sul nostro sito e sui canali social, come parte di un consorzio paneuropeo di oltre 20 organizzazioni no-profit impegnate nel promuovere la coscienza climatica con particolare attenzione al ruolo dei giovani e ai temi della cooperazione internazionale e delle politiche di genere.

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