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Nov

COP26: NEUTRALIZZARE LE EMISSIONI RESIDUE

L’Accordo di Parigi del 2015 vincola i 196 Paesi sottoscrittori a mantenere la temperatura media globale ben al disotto dei 2°C, con l’ambizione di non superare gli 1.5°C. La strada per raggiungere l’obiettivo degli 1,5°C, però, non è semplice: prevede di dimezzare le emissioni di gas serra (rispetto al 2010) entro il 2030 per portarle ad uno zero netto (“net zero”) entro il 2050.

Purtroppo, per ragioni tecniche ed economiche, una parte minoritaria delle emissioni di gas serra sarà necessariamente ancora presente al 2050, prodotta da settori “hard to abate” come l’agricoltura, la siderurgia o il trasporto aereo. Per raggiungere emissioni “nette zero” sarà quindi necessario bilanciare le emissioni residue con emissioni “negative”, tramite la rimozione di CO2 già presente nell’atmosfera, grazie a tecniche chiamate di “Carbon Dioxide Removal” o CDR.

Alcune tecniche per rimuovere CO2 dall’atmosfera consistono nell’aumentare la capacità dei processi naturali esistenti di assorbire il carbonio dall’atmosfera prevalentemente tramite fotosintesi (si parla di carbon sinks – “pozzi di assorbimento del carbonio”). Ad esempio con il ripristino degli ecosistemi degradati, delle foreste, la piantagione di alberi su scala industriale. Sono a volte definite “nature based solutions”, anche se sarebbe discutibile considerare “naturale” una piantagione estesa su un territorio in precedenza non forestato.

Ci sono poi processi più tecnologici , che consistono nel catturare CO2 direttamente dall’aria, un processo denominato DAC (Direct Air Capture); la tecnologia BECCS consiste nell’accoppiare la bioenergia con il CCS, ossia far assorbire CO2 dalle piante e poi catturarla nei fumi di una centrale di produzione di energia a biomasse. Ma ci sono poi altre tecniche come l’enhanced weathering (l’accelerazione del dilavamento di carbonio grazie alla reazione con rocce carbonatiche) o tecniche che coinvolgono gli oceani, come l’alcalinizzazione dei mari.

IPCC, Special report, Global Warming of 1,5°C, FAQ 4.2

Queste tecniche, ad esclusione del ripristino degli ecosistemi e della silvicoltura, sono però ancora in un primo stadio di sviluppo: ad oggi, di fatto, non esistono impianti DAC o BECCS su larga scala e i pochi progetti sperimentali sono ancora molto energivori e costosi.

Secondo quanto presentato durante il Side Event della COP26 “Policy, business, and social challenges for carbon dioxide removals and carbon capture & storage, organizzato dall’Unione Europea, è dunque necessario che vengano messi in atto interventi regolatori e normativi per far sì che tali tecnologie raggiungano prima del 2050 il grado di maturità richiesto per neutralizzare le emissioni residue citate.

I maggiori ostacoli allo sviluppo a larga scala delle tecnologie CDR, secondo Milan Elkerbout, ricercatore presso il think-tank europeo CEPS, sono rappresentati dai costi e dalle incertezze nel mercato. I costi del carbon removal sarebbero superiori ai 100€ a tonnellata di CO2 rimossa (a cui aggiungere i costi di trasporto e di storage), mentre l’attuale prezzo dei permessi di emissione è in Europa circa 60€ a tonnellata.

Gli ostacoli, poi, sono anche relativi alla normativa: per quanto riguarda le tecniche di rimozione di CO2 che considerano gli oceani  “ocean-based CO2 removal” (ad esempio l’alcalinizzazione dei mari), secondo David Keller, Senior Scientist al GEOMAR Helmholtz Centre for Ocean Research, le indicazioni relative a cosa è possibile e cosa non è possibile implementare da zona a zona non sono affatto chiare. La situazione è anche peggiore se ci si spinge lontano dalla costa, in mare aperto: un “global common” e quindi non soggetto alla legislazione di un singolo stato.

Per quanto riguarda il CCS, ossia la cattura di CO2 dai fumi di una sorgente, ad esempio una centrale a carbone, la presenza di valide alternative alla cattura del carbonio – una su tutte le rinnovabili – frena gli investimenti. Questa ritrosia è accentuata dall’incertezza intrinseca legata all’assenza di una chiara quantificazione ufficiale delle quantità di CCS che saranno necessarie.

Le soluzioni proposte, oltre all’adeguamento e omogeneizzazione della normativa relativa alle tecniche CDR ocean-based e land-based, sono volte proprio alla riduzione dell’incertezza e dei costi: stabilire target europei specifici per la CDR, paralleli ai target di riduzione delle emissioni; creare una categoria apposita nell’ambito della Tassonomia Europea degli Investimenti; stanziare finanziamenti governativi e incentivi per la CDR che si basino sul mercato dei permessi di emissione.

Per favorire l’adozione di tecniche di cattura e stoccaggio CO2 (CCS) per i settori “hard to abate” che non hanno alternativa nelle rinnovabili, ad esempio i settori del cemento e dell’acciaio, si discute del “Carbon contract for differences”: sarebbe in sostanza un sussidio pari alla differenza fra il prezzo della CCS per tonnellata di CO2 assorbita e quello della stessa tonnellata sul mercato ETS. Tanto maggiore è il valore dei permessi di emissione, tanto minore il sussidio erogato. Tuttavia, si tratta di un meccanismo controverso per le distorsioni che potrebbe creare nel mercato degli ETS.

Infine, particolare attenzione dovrebbe essere posta a favorire la cooperazione fra gli Stati, così da minimizzare le limitazioni nelle opzioni di storage e in modo tale da creare standard internazionali relativi alla qualità della CO2 catturata dai diversi processi (ad esempio, il gas prodotto da un impianto di generazione elettrica non è identico a quello derivante dalla produzione di acciaio).

di Elisa Terenghi, Volontaria ICN per COP26

Questo articolo del Bollettino COP di ICN fa parte del progetto EC DEAR SPARK. ICN monitora i negoziati e riporta quanto accade in italiano e in inglese, sul nostro sito e sui canali social, come parte di un consorzio paneuropeo di oltre 20 organizzazioni no-profit impegnate nel promuovere la coscienza climatica con particolare attenzione al ruolo dei giovani e ai temi della cooperazione internazionale e delle politiche di genere.

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