06
Giu

COME SONO ANDATE LE RECENTI ELEZIONI IN AUSTRALIA: UN COMMENTO DA JACOPO BENCINI, POLICY ADVISOR ICN

Le recenti elezioni australiane, con la sconfitta dei conservatori pro-fossile di Morrison, rappresentano sicuramente di una svolta epocale. Dopo un decennio di politiche a favore delle lobby del fossile, il voto popolare ha premiato una piattaforma (laburista) che nel proprio programma elettorale ha indicato, tramite il piano “Powering Australia”, una decisa svolta verso gli investimenti in energia rinnovabile contestualmente ad una forte decarbonizzazione dell’economia già nei prossimi otto anni. Il nuovo capo dell’esecutivo dovrebbe riuscire, dinamiche parlamentari permettendo, ad istituire da subito delle task force governative che possano supervisionare la mole di gare, appalti, processi legislativi e facilitativi necessari ad impartire questa svolta verde, che nelle intenzioni punta tutto sulle rinnovabili a discapito soprattutto del carbone. Una transizione giusta per i lavoratori non potrà non passare da un’attenzione alle riconversioni industriali, ma il programma elettorale di Albanese dedicava spazio anche a questo tema, come immaginabile. A livello internazionale, Albanese dovrebbe sicuramente spingere il proprio governo verso nuovi e più ambiziosi impegni internazionali anche fuori dai fori ONU, per esempio aderendo all’iniziativa multilaterale euro-americana sul metano del 2021.

Oggi l’Australia è il sedicesimo Paese al mondo per emissioni climalteranti e contribuisce per l’1,1% in termini globali al riscaldamento climatico, poco più dell’Italia. Numeri apparentemente marginali rispetto alle emissioni cinesi o statunitensi ma affatto trascurabili se pensiamo che il restante 80% del mondo non ha responsabilità storica rispetto al problema ma si trova oggi affogato nel cercare soluzioni di adattamento a eventi estremi e cambi di temperature. A livello negoziale, da almeno un decennio (con i governi Abbott, Turnbull, Morrison, tutti liberali) l’Australia è stata forse più vicina alle posizioni della Federazione Russa che a quelle occidentali, con una forte insistenza negoziale e politica volta al mantenimento dello status quo, contro l’uscita dalle fonti fossili ed in particolare il carbone, principale fonte di energia del paese assieme a petrolio e gas naturale ed ancora oggi all’origine del 55% della produzione di energia elettrica del paese. Negli ultimi anni l’Australia si è fatta notare nei negoziati internazionali per il tentativo di trasferire sotto l’Accordo di Parigi precedenti crediti per emissioni derivanti dal vetusto Protocollo di Kyoto del 1997, un modo per eludere nuovi e necessari impegni internazionali. Le promesse internazionali dell’Australia sotto l’Accordo di Parigi prevedevano, fino ad oggi, una riduzione prevista delle emissioni climalteranti del -26,-28% rispetto al 2005 entro il 2030, uno scenario tutto fuorché ambizioso mentre il resto del mondo sviluppato punta a decarbonizzazioni spinte nel prossimo decennio. Albanese ha promesso in campagna elettorale un aggiornamento degli obiettivi con riduzioni previste del -43% entro il 2030 ed emissioni nette zero al 2050, vedremo se questa novità arriverà già entro COP27 a novembre. Recuperare un attore come l’Australia sarebbe molto importante per l’intero processo.

L’Australia è e rimane un Paese centrale nelle dinamiche internazionali, in particolare visto il suo ruolo nel Commonwealth britannico e di perno (commerciale, culturale) occidentale tra Indiano e Pacifico. Reclutare l’Australia nel novero dei paesi occidentali ambiziosi, complice anche il ritorno degli Stati Uniti nell’Accordo di Parigi sotto la presidenza Biden, porterà ad un rafforzamento delle posizioni del club dell’ambizione per quanto riguarda le politiche di mitigazione (obiettivi di riduzione delle emissioni), nella speranza che il nuovo governo Albanese possa anche dedicare sufficiente attenzione al tema della finanza per l’adattamento e delle perdite e danni, particolarmente caro ai paesi in via di sviluppo ed in particolare a molti stati dell’Oceania già pienamente coinvolti in azioni di adattamento estremo e riorganizzazione geo-demografica, senza trascurare i diritti dei popoli originari. L’attuale ultra-polarizzazione politica internazionale a seguito del conflitto tra Federazione Russa e Ucraina potrebbe compattare ancor più questo campo in vista di COP27, togliendo a Putin uno strano ma finora collaborativo alleato.

Prendendo il caso australiano e guardando al nostro Paese, negli ultimi anni si è assistito, come nella maggioranza dei Paesi democratici, ad un ingresso deciso delle istanze climatiche e ambientaliste nell’agenda politica, in alcune situazioni tramite partiti verdi (Germania, altri), altrove tramite recepimento delle proposte da parte, principalmente, di partiti di ispirazione progressista o più raramente populisti. Il coinvolgimento popolare rispetto al tema del clima è stato in forte crescita fino allo scoppio della pandemia, emergenza invisibile che incontra emergenza visibile e mediatizzata, ed è oggi parzialmente offuscato dal tema della guerra, ma una sensibilità simile non svanisce in poco tempo: è evidente che l’impatto sui risultati elettorali tenderà ad aumentare. Non sono troppo convinto che l’attuale crisi dei prezzi dell’energia invertirà questo trend, a fronte di una parte della popolazione che cerca rifugi sicuri (fossili) c’è una maggioranza di cittadini che osserva le dinamiche e orienta diversamente le proprie scelte, di acquisto ed elettorali; la crescita dei distributori di energia pulita per i consumi domestici, gli acquisti di auto elettriche, la nascita di comunità energetiche sono piccoli promettenti segnali in questo senso, ma in Italia manca ancora una popolarizzazione definitiva del tema, oltre i vuoti slogan. Similmente, una maggiore presa di coscienza orienterà ancor più i mercati verso la sostenibilità in un ciclo virtuoso. Ad oggi è urgente che l’Italia aggiorni i propri piani sul clima ai più recenti obiettivi climatici europei, completando la revisione del PNIEC e l’adozione del PNACC, i piani nazionali su emissioni e adattamento. Non solo, è importante lavorare sul trasferimento di competenze, oltre che di finanze, alle Amministrazioni locali, ai Comuni, sicuramente indietro sul tema del clima e del rischio soprattutto nelle realtà di provincia; come Italian Climate Network lavoriamo molto in questo senso. Ad ogni modo, le elezioni australiane possono insegnare che anche in un paese economicamente e politicamente dominato dalle fonti fossili il voto popolare può contribuire ad un deciso cambio di rotta, al netto di altre dinamiche politiche interne all’Australia che da questo osservatorio sarebbe ardito commentare.

Articolo a cura di Jacopo Bencini, Policy Advisor e UNFCCC Contact Point di Italian Climate Network

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