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Giu

SE IL COMMERCIO DIVENTA IL NUOVO CAMPO DI BATTAGLIA DEL CLIMA

  • A Bonn si è aperto il primo confronto formale tra commercio e clima, un tema ormai centrale nella geopolitica della transizione energetica.
  • Il blocco dei Paesi in via di sviluppo contesta le misure unilaterali del Nord globale, come il meccanismo europeo di adeguamento del carbonio alla frontiera (il CBAM).
  • Il timore del Sud globale è che i nuovi standard verdi si trasformino in barriere d’accesso ai mercati, ostacolando l’industrializzazione locale.

Sabato 13 giugno, a Bonn, l’Onu ha aperto per la prima volta un confronto ufficiale su un tema altamente divisivo: il rapporto tra commercio internazionale e politiche climatiche. Non si è trattato di un negoziato vero e proprio: formalmente, il primo incontro degli Organi sussidiari era solo un momento di dibattito. Proprio per questo, però, la sua reale portata politica rischia di essere sottovalutata: per la prima volta i cosiddetti dazi verdi e le regole del mercato globale sono entrati ufficialmente nell’agenda climatica, trasformandosi da questioni tecniche a un terreno di scontro frontale.

Il dialogo nasce dal Global Mutirão adottato alla COP30, la decisione politica di Belém che ha cercato di tenere insieme attuazione, cooperazione internazionale e tensioni crescenti sulla transizione. Nei paragrafi 56 e 57 di quella decisione, le Parti hanno ripreso un principio già contenuto nella Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, rimasto per anni sullo sfondo e tornato ora al centro dello scontro: l’articolo 3.5.

L’articolo dice una cosa molto semplice e molto politica. Le Parti dovrebbero cooperare per promuovere un sistema economico internazionale aperto e favorevole, capace di sostenere crescita e sviluppo sostenibile in tutti i Paesi, soprattutto in quelli in via di sviluppo, e le misure adottate non dovrebbero trasformarsi in discriminazioni arbitrarie o ingiustificate, né in “ restrizioni mascherate al commercio internazionale” .

Sulla  base di questi principi, alla COP30 le Parti hanno chiesto agli Organi sussidiari di organizzare tre dialoghi, nel 2026, 2027 e 2028, con la partecipazione delle Parti e di altri stakeholder. L’obiettivo dichiarato è quello di discutere opportunità, sfide e barriere legate al rafforzamento della cooperazione internazionale sul ruolo del commercio. Alla fine del percorso, nel 2028, è previsto un evento di alto livello e una sintesi delle discussioni.

La formula scelta è prudente. Un dialogo non crea obblighi, non apre da solo un nuovo filone negoziale permanente, non dà all’UNFCCC il mandato di giudicare le regole commerciali globali. Ma il fatto stesso che il tema sia arrivato qui dice molto: il commercio non è più un elemento esterno alla politica climatica. È diventato uno dei luoghi in cui la transizione prende forma, distribuisce costi, protegge mercati, impatta la competitività e decide chi può entrare nelle nuove catene del valore.

L’incontro si è aperto con le presentazioni di ITC (International Trade Centre), UNCTAD (UN Trade and Development) e WTO (World Trade Organization). Il messaggio iniziale era apparentemente consensuale: il commercio può accelerare la diffusione di tecnologie pulite, ridurre i costi della transizione, rafforzare le catene globali del valore, sostenere l’implementazione degli NDC (gli obiettivi climatici dei Paesi), e creare nuove opportunità per imprese e Paesi in via di sviluppo. Il WTO ha ricordato che beni, servizi e tecnologie necessari alla transizione passano già attraverso mercati internazionali. L’ITC ha portato l’attenzione sulle piccole e medie imprese, spesso esposte sia agli impatti climatici sia ai nuovi requisiti dei mercati. UNCTAD ha inquadrato il commercio come possibile strumento per trasformare gli impegni climatici nazionali in investimenti, progetti e valore economico.

Poi hanno preso la parola le Parti, e il lessico della cooperazione ha lasciato spazio a quello dello scontro.

Il Gruppo dei 77 e Cina ha impostato la discussione attorno all’articolo 3.5 della Convenzione. Il messaggio era diretto: non si può chiedere ai Paesi in via di sviluppo di accelerare l’azione climatica e, nello stesso tempo, costruire regole commerciali che rendono più costoso esportare, più difficile industrializzarsi e più oneroso accedere ai mercati. La transizione, nella lettura del G77, non può essere costruita chiudendo mercati, trasferendo costi, estraendo risorse o imponendo modelli regolatori scritti altrove.

Il bersaglio, nominato da molti e presente anche quando non veniva citato direttamente, era il CBAM europeo, Carbon Border Adjustment Mechanism, insieme a un pacchetto più ampio di misure: requisiti sulla carbon footprint dei prodotti, norme anti-deforestazione, obblighi di due diligence, tracciabilità, certificazioni, standard tecnici. Per l’Unione Europea e altri Paesi sviluppati, questi strumenti sono essenziali per  evitare il trasferimento della produzione in Paesi con regole ambientali meno rigorose (il cosiddetto carbon leakage o delocalizzazione della CO2) in modo tale da incentivare una produzione industriale a livello globale preservando la competitività delle industrie europee. Per molti Paesi del Sud globale, invece, sono nuove condizioni di accesso ai mercati, definite da chi dispone già di dati, capitale, istituzioni e capacità amministrativa a scapito dello sviluppo dei paesi a basso reddito.

La critica emersa in sala non respinge il ruolo del commercio nella transizione. Nessuno ha davvero sostenuto che commercio e clima debbano restare separati. La critica colpisce un punto più scomodo: se le politiche commerciali climatiche vengono progettate senza sostegno finanziario, trasferimento tecnologico, gradualità e riconoscimento delle diverse capacità, finiscono per premiare chi è già pronto e penalizzare chi dovrebbe adeguarsi partendo da condizioni molto diverse. Chi ha già industrie pulite, sistemi di certificazione, uffici tecnici, banche dati e accesso al credito entra nei nuovi mercati verdi. Chi non li ha paga il prezzo della transizione altrui.

Il gruppo BASIC (Brasile, Sudafrica, India e Cina) ha dato a questa critica una cornice precisa: le regole del commercio e quelle della transizione devono essere costruite insieme, al servizio dello sviluppo. Le misure adottate in nome del clima non possono spostare il peso della decarbonizzazione su chi ha meno responsabilità storica e meno capacità di sostenerlo. Il CBAM ha ricevuto l’attenzione maggiore, ma diversi interventi hanno chiarito che il problema non si esaurisce lì. Anche le regole su deforestazione e due diligence possono produrre effetti simili, se impongono costi di compliance sproporzionati ai produttori dei Paesi in via di sviluppo.

Il Gruppo africano ha portato il punto sul terreno dell’industrializzazione. L’Africa non contesta il bisogno di una transizione a basse emissioni, ma una transizione in cui il continente continui a rimanere fornitore di risorse, minerali critici, materie prime e crediti, mentre valore aggiunto, tecnologie e potere normativo restano altrove. Il Sudafrica lo ha sintetizzato con una formula politica efficace: i Paesi in via di sviluppo devono potersi industrializzare e decarbonizzare allo stesso tempo. Tenere aperto lo spazio per industrializzarsi diventa quindi una condizione della Giusta Transizione, non una richiesta separata.

I nodi emersi dal confronto dimostrano che la transizione ecologica ha ormai superato la fase diplomatica delle dichiarazioni d’intenti. Le tensioni attorno all’articolo 3.5 della Convenzione quadro e la netta contrapposizione sui meccanismi come il CBAM europeo confermano che la decarbonizzazione non è un processo neutrale, ma una ridefinizione dei rapporti di forza economici globali.
Il rischio concreto è che, senza adeguati meccanismi di sostegno finanziario e trasferimento tecnologico, i mercati verdi diventino l’ennesimo strumento di esclusione per il Sud globale. La partita che si è aperta a Bonn, quindi, va oltre il settore del commercio: è una sfida che vede come protagonisti equità globale, deindustrializzazione ed evoluzione delle catene di fornitura, le cui risposte ridefiniranno l’architettura della cooperazione internazionale nei prossimi anni.

Articolo a cura di Anna Pelicci, capa delegazione di Italian Climate Network

Foto di copertina: UNFCCC

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