09
Ago

GAS NATURALE: CAOS NEGOZIALE AFRICANO A TRE MESI DA COP27

Giovedì 4 agosto 2022 si è conclusa ad Addis Abeba, presso la sede dell’Unione Africana, una tre giorni di incontri e workshop sul tema della transizione ecologica e dell’energia in Africa in vista di COP27. Al meeting ha preso parte anche una parte importante  del gruppo negoziale africano (ANG), il raggruppamento ufficiale dei delegati africani alle COP. Tra gli obiettivi dell’incontro di Addis Abeba c’era quello di rafforzare una posizione comune proprio in vista del summit egiziano di novembre, ma le cose non sono andate come molti si aspettavano.

Secondo quanto riportato da Climate Change News, infatti, i delegati del gruppo ANG avrebbero rifiutato formalmente di fare propria la posizione comune verso COP27 già adottata a luglio proprio dall’Unione Africana, che vede una nuova spinta sull’utilizzo domestico del gas naturale come energia di sviluppo e transizione. Un cul-de-sac istituzionale, insomma, nel quale i delegati dei governi africani alle COP rifiutano di aderire a una posizione adottata solo poche settimane prima proprio dai loro stessi governi, riuniti nell’Unione Africana.

Al nocciolo della questione, la “Posizione comune sull’accesso all’energia e sulla giusta transizione” adottata e pubblicata dall’Unione Africana nel luglio 2022. Nel documento, disponibile online, si legge che secondo l’Unione Africana i governi del continente non potranno prescindere dal fare affidamento, nel loro percorso di sviluppo e miglioramento della qualità della vita dei cittadini, sia sulle energie “pulite” e rinnovabili che su quelle “sporche” (climalteranti), e in particolare sul gas naturale, visti i livelli di bisogno della popolazione.

In un continente in cui 600 milioni di persone non hanno alcun accesso all’energia, è scritto nel documento, non sarà possibile evitare di fare affidamento alle risorse fossili per risolvere prima di tutto il problema dell’accesso all’energia e quindi della povertà su larga scala, e poi – solo poi – allineare le traiettorie di crescita e sviluppo con l’Accordo di Parigi. Una posizione che ha destato le perplessità dei negoziatori, inclusi quelli egiziani, che ritengono questa svolta pro-gas troppo controversa in un momento in cui si va verso quella che nelle intenzioni dovrebbe essere la COP africana su adattamento e finanza climatica, nonché contrastante con la Strategia e Piano d’Azione sul clima adottato proprio dall’Unione Africana solo un mese prima, a giugno 2022.

Il nuovo posizionamento dell’Unione Africana non piove dal niente. Dall’eruzione della pandemia da Covid-19 e conseguente ritrazione dei mercati globali – e ancor più dello scoppio del conflitto tra Federazione Russa e Ucraina nel febbraio 2022 – il gas naturale africano è tornato al centro dell’attenzione sia in termini di possibilità di utilizzo domestico che come nuovo asset geopolitico a livello internazionale. Nel “Report speciale di policy sull’energia”, pubblicato dall’Unione Africana nel luglio 2021, si leggeva che fino alla pandemia circa il 40% del gas naturale estratto in Africa veniva esportato: una percentuale altissima rispetto ad altre regioni del mondo.n poche parole, mentre il gas africano andava a costituire il 6-7% del gas naturale commerciato a livello internazionale, ne rimaneva molto poco a disposizione dei governi per fornire energia ai propri cittadini. Il report speciale del 2021 invitava proprio i governi africani a cercare un nuovo bilanciamento tra export e utilizzo domestico, nonché tra le esportazioni globali e quelle  destinate ad altri paesi africani privi di risorse idroelettriche o da geotermia, per rafforzare l’economia del continente alla luce di un mercato globale del gas reso più competitivo dall’aumento degli export statunitense e australiano.

Dall’inizio del 2022, il conflitto in Europa ha ulteriormente spinto l’attenzione dei leader africani verso il gas naturale (in questo caso, sì, da esportare), con alcuni grandi paesi europei – inclusa l’Italia – alla disperata ricerca di nuovi contratti di approvvigionamento, vista l’urgenzadi rendersi indipendenti da quel 45% di gas naturale russo comprato ogni anno. Oltre alla necessità di un nuovo bilanciamento tra export globale, export inter-africano e utilizzo domestico, si è dunque sommata una nuova domanda europea di gas che sta facendo la fortuna di quei paesi che il gas lo estraggono, dall’Algeria (primo produttore africano) alla Tanzania, sesto paese per riserve di gas naturale nel continente, che nel mantenere una posizione neutrale nel conflitto vede l’opportunità di aumentare significativamente le proprie opportunità di export nel settore energetico.

Il tema dell’impiego del gas naturale come energia di transizione e, per chi ne ha da estrarre e vendere, fonte di crescita economica, sembra quindi dominare l’agenda climatica africana, come del resto quella europea anche a seguito della controversa decisione dell’Unione Europea di includere il gas naturale tra le energie “pulite” secondo la nuova tassonomia per gli investitori. Forse l’incrociarsi delle due dinamiche non è casuale, visto che la maggior parte dei piani climatici africani dipendono finanziariamente dal supporto occidentale. 

A tre mesi da COP27, l’Africa non sembra quindi pronta per esprimere una posizione comune alla luce dei recenti eventi geopolitici. Con l’Europa indebolita da governi instabili, pandemia e conflitto e la collaborazione sul clima tra Stati Uniti e Cina interrotta per via della crisi di Taiwanil fronte dell’ambizione climatica sembra più indebolito che mai.

Articolo a cura di Jacopo Bencini, Policy Advisor e UNFCCC Contact Point

Immagine: Flickr

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