IPCC COP30
20
Nov

IPCC, A COP30 IN GIOCO IL RUOLO DELLA SCIENZA

  • Le tensioni sul ruolo dell’IPCC non sono nuove: esistevano anche prima dell’Accordo di Parigi, e a COP30 sono riemerse nelle discussioni sul secondo ciclo del Global Stocktake. Due le posizioni opposte: una scienza centralizzata con l’IPCC come fonte primaria, e una scienza pluralista che riconosca anche saperi locali e contributi del Sud globale.
  • Il calendario scientifico e quello negoziale non coincidono: il GST2 del 2028 arriverà senza nuovi rapporti IPCC (AR7 atteso nel 2029), alimentando il dibattito su rapidità vs rigore e spingendo verso prodotti scientifici più agili e tematici.
  • La geopolitica complica il quadro: il ritiro funzionale degli Stati Uniti dall’IPCC sotto l’amministrazione Trump indebolisce la capacità scientifica globale, proprio mentre le Parti devono decidere quale modello epistemico guiderà le politiche climatiche del prossimo decennio.

La disputa sul ruolo della scienza attraversa silenziosamente l’intera storia dei negoziati sul clima, già da molto prima che le Parti adottassero l’Accordo di Parigi. Quel testo fondamentale prescriveva che il processo decisionale dovesse essere “informato dalla best available science”, una formula apparentemente lineare che, nella pratica, apre interrogativi complessi: cosa è “migliore”? Chi lo stabilisce? E soprattutto: chi deve fornire la scienza che orienta scelte politiche da cui dipende il nostro futuro?

Fin dalla nascita dell’Accordo, la risposta implicita è stata che la voce principale dovesse essere quella l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il più vasto esercizio collettivo di scienza sintetica mai realizzato dall’umanità. Ma un conto è una consuetudine, un altro è una base legale. E ora che il processo multilaterale sta entrando nel vivo del secondo Global Stocktake (GST), questa consuetudine viene nuovamente messa in discussione. 

Dalla pluralità del primo Global Stocktake al dibattito odierno

Nel primo ciclo del GST, la questione era stata risolta privilegiando la pluralità. La decisione 19/CMA.1 (paragrafo 37) definiva un quadro volutamente aperto, in cui i rapporti dell’IPCC convivevano accanto alle comunicazioni delle Parti, alle sintesi del Segreteriato, ai rapporti delle agenzie ONU, alle sottomissioni volontarie e persino ai contributi degli osservatori. La logica era chiara: la scienza non si esaurisce in una sola istituzione, e il GST deve catturare la complessità delle diverse fonti di conoscenza.

Oggi quella stessa pluralità viene letta da molti come un rischio. Più si avvicina l’orizzonte del 2030, più la comunità internazionale teme che un ventaglio troppo ampio di input scientifici finisca per indebolire la chiarezza del messaggio politico. Da qui l’insistenza crescente, soprattutto europea ma non solo, per ridurre la dispersione e consolidare l’IPCC come riferimento centrale. Non perché gli altri contributi non siano utili, ma perché la frammentazione rischia di trasformarsi in ambiguità.

Non è un dettaglio. Nel processo ONU, chi fornisce la scienza determina in larga parte anche il linguaggio della decisione politica. E quel linguaggio, oggi, viene già messo più che mai in discussione.

Le due anime della nuova bozza GST: ordine scientifico o pluralità epistemica?

Alla COP30 le delegazioni hanno passato ore a discutere su una singola frase relativa al ruolo dell’IPCC, con tre nodi politici a bloccare il testo.

  • Il grado di centralità dell’IPCC: UE, Alleanza dei piccoli stati insulari, Gruppo per l’integrità ambientale e Regno Unito chiedono di affermare esplicitamente che l’IPCC è la “fonte principale della best available science”.I  Like-Minded Developing Countries, India, Cina e Arab Group respingono ogni gerarchia epistemica e insistono sull’idea che “tutta la scienza è best available science”.
  • Il rischio di interferenza politica: molti Paesi, soprattutto Cina e India, temono che invitare l’IPCC a fornire input “in modo tempestivo” sia interpretato come una pressione politica sul calendario del settimo assessment report (AR7). Un rischio che per questi Paesi minaccerebbe la credibilità stessa della scienza.
  • La questione dell’allineamento temporale: i Paesi vulnerabili chiedono eventi tecnici aggiuntivi per esaminare eventuali rapporti IPCC tardivi. Altri, guidati da Cina, India e Arabia Saudita, sostengono che il GST non debba “aspettare la scienza”, né modificare il suo calendario.

La bozza negoziale sul prossimo GST cristallizza questa tensione. Le due opzioni presentate al paragrafo 22 rappresentano due visioni quasi filosofiche della relazione tra scienza e governance.

Option 1: Encourages the scientific community to provide inputs to feed into the global stocktake, recognising the importance of the outputs of the Intergovernmental Panel on Climate Change to the global stocktake, as well as the importance of comprehensive and representative scientific inputs from developing countries to this process, and relevant reports from regional groups and institutions, and invites these organisations to consider how best to provide inputs for the global stocktake as available.

Option 2: Encourages the scientific community to provide inputs to feed into the global stocktake process, including the Intergovernmental Panel on Climate Change as [the][a] source of the best available science and the comprehensive and representative scientific inputs from developing countries, regional groups and institutions, and invites the Intergovernmental Panel on Climate Change and these relevant organizations to consider how best to provide such inputs for the global stocktake, in a timely manner as available;

La prima opzione mantiene un riferimento forte all’IPCC, ma insiste sul fatto che la scienza debba riflettere la geografia del mondo reale, includendo contributi provenienti dal Sud globale e da istituzioni regionali. La seconda, invece, mira a riconoscere esplicitamente l’IPCC come il cardine della “migliore scienza disponibile”, relegando tutto il resto a un ruolo complementare.

La differenza non è retorica: è politica. Stabilire che l’IPCC sia la fonte di best available science significa conferire al Panel un’autorità epistemica esclusiva, con profonde conseguenze sul tipo di conoscenza che entra nel negoziato: conoscenza peer-reviewed, standardizzata, filtrata secondo criteri del mondo accademico internazionale.
Mantenere invece un ecosistema aperto significa accettare che esistano saperi non pienamente catturati dai processi accademici, e che questi saperi – spesso locali, indigeni e contestuali – abbiano dignità nella definizione delle politiche climatiche.

La posta in gioco c’è il modello epistemico della governance climatica internazionale. Una scienza “verticale”, unificante – oppure una scienza “orizzontale”, pluralista e polifonica.

L’IPCC è davvero “scienza del Nord”? La trasformazione silenziosa dell’AR7

Per anni, la diffidenza verso un ruolo dominante dell’IPCC è stata alimentata dall’idea che la produzione scientifica globale fosse sbilanciata verso il Nord del mondo. È una percezione comprensibile, se si guarda alla geografia dei laboratori, dei finanziamenti e delle grandi università. Ma i numeri del settimo ciclo di valutazione raccontano una storia diversa: l’analisi di Carbon Brief mostra che per l’AR7 il 42% degli autori lavora in istituzioni del Global South, che la rappresentanza per cittadinanza è ormai vicina a un equilibrio 50–50 tra Nord e Sud del mondo, e che la presenza di autrici donne raggiunge livelli mai visti prima. Il Panel si sta trasformando in un organismo davvero globale, che non si limita più a riprodurre in forma elegante le asimmetrie storiche della scienza.

Eppure, la discussione non si esaurisce nel tema della rappresentanza. Non tutti i Paesi che contestano un ruolo “esclusivo” dell’IPCC lo fanno per indebolire la scienza o per aprire la porta a documenti screditati – come vorrebbe fare chi, come l’Arabia Saudita e la Federazione Russa, punta deliberatamente a far circolare report di comodo per diluire il consenso scientifico. Accanto a queste manovre, ci sono popoli e comunità che chiedono qualcosa di molto diverso: far entrare nel processo forme di conoscenza che mettono la natura al centro, che leggono clima, territorio e società come un sistema unico, e che spesso non passano attraverso le riviste scientifiche ma attraverso la memoria collettiva, la pratica agricola, le osservazioni quotidiane.

Negli ultimi anni, un numero crescente di studiosi e studiose indigene ha denunciato il rischio che i grandi rapporti IPCC continuino a marginalizzare questi saperi. In una lettera pubblicata su Nature nell’agosto 2025, un gruppo di autori aborigeni australiani e Torres Strait Islanders avverte che, se il Panel non include più autori indigeni e non riconosce esplicitamente i loro sistemi di conoscenza come dati a pieno titolo, la “migliore scienza disponibile” resterà culturalmente parziale. Gli stessi autori propongono quote minime di autori indigeni, fondi dedicati alla ricerca guidata dalle comunità e un coinvolgimento sistematico dei popoli nativi nei capitoli chiave dell’AR7. Il segnale è stato almeno in parte raccolto: per il 2026 è previsto un workshop specifico su quali tipi di conoscenza possano e debbano essere inclusi nei rapporti.

Questa richiesta non è solo teorica. Studi recenti documentano come i sistemi di conoscenza locali contribuiscano concretamente alla resilienza climatica. Una ricerca condotta in Uganda mostra per esempio come le comunità rurali usino pratiche tradizionali – dalla conservazione del suolo alle tecniche di raccolta dell’acqua, dalle forme di agroforestazione alle tipologie di case “climate-smart” -, per adattarsi a siccità e piogge estreme. Gli autori sostengono che integrare queste strategie nei piani ufficiali di adattamento renderebbe le politiche più efficaci e culturalmente appropriate, e che il dialogo tra scienza formale e saperi indigeni potrebbe rafforzare la resilienza locale e nazionale.

Il punto, dunque, non è scegliere tra l’IPCC e “altre scienze”, come se da un lato ci fosse il rigore e dall’altro il folklore. Il vero bivio è se l’IPCC vorrà e saprà farsi casa anche per queste forme di sapere, senza sacrificare i propri standard metodologici e senza aprire la porta a prodotti pseudoscientifici funzionali agli interessi di pochi governi. 

Il fattore tempo: un Global Stocktake senza nuovo IPCC

Se la questione del “chi” divide i negoziati, quella del “quando” rischia di far saltare gli ingranaggi del processo. Il secondo GST si concluderà nel 2028, con la parte tecnica che dovrebbe raccogliere gli input già a partire dal 2026 (anche se l’agenda non è ancora stata definita). Ma il ciclo AR7 dell’IPCC non sarà pronto prima del 2029. In altre parole, il prossimo Stocktake, che dovrebbe guidare la traiettoria d’azione climatica della prossima decade, si baserà inevitabilmente su rapporti scientifici vecchi di mezzo decennio.

Alla sessione IPCC-63, come riportato dall’Earth Negotiations Bulletin, diversi Paesi vulnerabili hanno chiesto di anticipare la pubblicazione dei rapporti. Altri Paesi, invece, hanno ricordato che accelerare significherebbe sacrificare la qualità del lavoro, ridurre la partecipazione del Sud globale, e minacciare la legittimità stessa del processo scientifico.

La discussione si è arenata proprio su questo punto: l’IPCC deve essere rapido o rigoroso? Inclusivo o tempestivo? La risposta, ad oggi, non esiste, ma la bozza di COP sembra chiedere agli scienziati di decidere.

Intanto si fa strada un’ipotesi intermedia: frammentare il ciclo tradizionale in prodotti più agili e tematici, capaci di aggiornare aree chiave senza attendere i grandi volumi finali. La recente call per il Methodology Report sulle tecnologie di rimozione del carbonio prevista per il 2027 sembra andare in questa direzione. È una via di mezzo, ancora tutta da testare.

Il fattore Trump: un terremoto silenzioso nell’ecosistema scientifico globale

A complicare ulteriormente la situazione, interviene un elemento esterno che ha il potere di alterare l’intero equilibrio: l’amministrazione Trump. Nel 2025, mentre il processo ONU tenta di costruire un perimetro scientifico più chiaro, Washington intraprende una strada opposta, imponendo un “work stop order” che impedisce agli scienziati federali di partecipare ai lavori dell’IPCC. NASA, NOAA e l’intero US Global Change Research Program vengono esclusi dalla plenaria di Hangzhou: una rottura senza precedenti nella storia del Panel. L’assenza non è solo simbolica: l’unità tecnica del Working Group III, quasi interamente statunitense, rimane di fatto paralizzata.

Parallelamente, come documentato da Nature, la NOAA affronta tagli di bilancio del 25%, decine di laboratori rischiano la chiusura e oltre cento grant della National Science Foundation dedicati al clima vengono cancellati. La soppressione di USAID spezza programmi di cooperazione tecnica che permettevano a molti Paesi vulnerabili di sviluppare capacità di osservazione climatica autonome.

Il risultato è un vuoto che va ben oltre i confini degli Stati Uniti. Con il 42% dei satelliti di osservazione terrestre in orbita posseduti da agenzie statunitensi, la ritirata federale compromette la qualità dei dati di cui dipende non solo l’IPCC, ma l’intera architettura globale del monitoraggio climatico.

La parte del sistema scientifico USA che sosteneva le fondamenta del Panel, dai dataset satellitari alla modellistica fino al supporto editoriale e tecnico, viene improvvisamente messa fuori gioco. Ed è un colpo che arriva nel momento meno opportuno, proprio mentre il GST chiede alla scienza il massimo della coerenza e della tempestività.

Il futuro della scienza climatica è una scelta politica

Il dibattito sul ruolo dell’IPCC non è un dettaglio di procedura. È un nodo fondativo che riguarda il modello stesso di governance climatica che il mondo intende adottare nei prossimi anni. La questione è semplice solo in apparenza: che tipo di scienza vogliamo che orienti le scelte politiche del decennio più decisivo della storia climatica?

La scelta che le Parti si trovano di fronte non riguarda solo il Global Stocktake, ma il DNA stesso della governance climatica. Qualunque sia l’esito, definirà non solo quali evidenze entreranno nei negoziati, ma anche quali voci saranno ascoltate e quali rischieranno di essere silenziate.

Articolo a cura di Anna Pelicci, capa delegazione di Italian Climate Network alla COP30 di Belém.

Immagine di copertina: il padiglione dell’IPCC alla Cop30, foto di Anna Pelicci.

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