21
Nov

GIUSTA TRANSIZIONE, CONFRONTO IN TAVOLA ROTONDA

  • A COP30 si è tenuta la Terza Tavola Rotonda Ministeriale Annuale sulla Giusta Transizione, un momento di confronto diretto tra Paesi e società civile.
  • Il dialogo conferma che il concetto di “giustizia” non è uguale per tutti: visioni e priorità restano profondamente diverse.
  • Persistono fratture rilevanti su finanza, architettura e combustibili fossili, che ostacolano una convergenza piena nell’ultima fase della COP30.

La Terza Tavola Rotonda Ministeriale Annuale sulla Giusta Transizione, riunita giovedì a Belém per quasi quattro ore (interrotte dall’incendio nell’area dei padiglioni), ha rappresentato un momento politico significativo della COP30. Nel solco delle prime due edizioni – Dubai 2023 e Baku 2024 – questo appuntamento nasce come spazio di confronto tra ministri, società civile e osservatori su un tema che è divenuto una cartina di tornasole della capacità del processo multilaterale di trasformare gli impegni in risultati concreti.

Dalle parole dei co-facilitatori – Alicia Bárcena Ibarra, Segretaria dell’Ambiente e delle Risorse Naturali del Messico, e Krzysztof Bolesta, Segretario di Stato per il Clima e l’Ambiente della Polonia – emerge subito un messaggio chiave: la Giusta Transizione non è solo un imperativo morale, ma la leva per aumentare l’ambizione. Bolesta richiama l’esperienza polacca, dalla drastica riduzione dell’occupazione mineraria al raddoppio del PIL pro capite, fino alla leadership nella produzione di batterie e autobus elettrici, come esempio di una trasformazione che non è un costo, ma un’opportunità.

Ana Toni, Executive Director di COP30, sottolinea la dimensione politica del luogo: Belém, in una giornata dedicata alla Giornata della Consapevolezza Nera, nel pieno dell’Amazzonia e in un contesto segnato dalle mobilitazioni del People’s Summit. Per Toni, la giustizia climatica non è un’aggiunta, ma il fulcro del lavoro multilaterale, fondato sulla cooperazione internazionale e sul ruolo delle comunità e dei popoli indigeni.

Alla base del confronto ci sono i quattro dialoghi tecnici svolti nell’ultimo biennio e due decisioni chiave dell’UNFCCC: la 1/CMA.4, che riconosce la partecipazione inclusiva e il dialogo sociale come pilastri della Giusta Transizione; e la 3/CMA.5, che collega il Programma di Lavoro sulla Giusta Transizione al secondo Global Stocktake. La Vice Segretaria Esecutiva UNFCCC, Noura Hamladi, sintetizza la cornice politica con tre priorità: equità non negoziabile, investimenti all’altezza della trasformazione e inclusione come bussola.

Le domande guida

Tre quesiti hanno orientato gli interventi:

  1. Quali messaggi politici chiave devono emergere?
  2. Quali risultati concreti ci si attende dal Just Transition Work Programme (JTWP)?
  3. Quale ruolo può giocare il programma nel rafforzare la cooperazione internazionale e le sinergie dentro e fuori l’UNFCCC?

Da qui si è sviluppato un confronto ampio, con posizioni chiaramente demarcate – specchio delle stesse fratture dei negoziati tecnici -, ma attraversato da messaggi ricorrenti e netti.

I messaggi chiave

La società civile apre il dialogo riportando al centro una verità condivisa: la Giusta Transizione è un processo che riguarda persone e comunità. Dai contributi – presentati dalle organizzazioni dei lavoratori, dei giovani, delle donne, dei popoli indigeni, degli agricoltori, dei governi locali, delle organizzazioni ambientaliste e del settore privato – emergono alcuni elementi trasversali: la necessità di una partecipazione effettiva nei processi decisionali, l’attenzione a chi rischia di essere lasciato indietro e l’urgenza di passare dalla narrativa all’implementazione concreta. Al di là delle differenze, un punto comune: senza diritti, inclusione e centralità delle persone, nessuna transizione può dirsi giusta.

1. La “giustizia” non è una sola

La prima grande evidenza del dialogo è che Giusta Transizione significa cose profondamente diverse, a seconda di chi parla. Vediamo le principali prospettive emerse.

UE, Regno Unito, Norvegia: la Giusta Transizione riguarda innanzitutto lavoratori e comunità. Deve essere allineata all’obiettivo di 1.5°C, guidare un’uscita ordinata dai combustibili fossili e creare nuove opportunità tramite innovazione, tecnologie pulite e un quadro normativo stabile. Al centro: diritti dei lavoratori, dialogo sociale, formazione, riqualificazione professionale, protezioni sociali e integrazione della giustizia in NDC, piani di adattamento e strategie a lungo termine.

Pacific Small Island Developing States (PSIDS) e Alliance of Small Island States (AOSIS): la Giusta Transizione è una questione di sopravvivenza fisica e culturale. Ruota attorno al limite di 1.5°C – “qualunque cosa al di sopra è insostenibile” – e al parere della Corte Internazionale di Giustizia. Significa proteggere mezzi di sussistenza, territori, conoscenze indigene, sicurezza alimentare e resilienza. Richiede finanza sotto forma di sovvenzioni (grant-based), tecnologie adatte ai contesti remoti e capacity-building. Una transizione giusta deve permettere di restare sulle proprie isole, preservare identità e garantire sviluppo in un contesto climatico sicuro.

Least Developed Countries (LDCs): partono da condizioni radicalmente diverse, con risorse limitate, infrastrutture fragili, esposizione elevatissima ai rischi climatici. Priorità: accesso all’energia, riduzione della povertà, lavoro dignitoso, sostegno alle comunità vulnerabili. Servono finanza adeguata che non genera debito, trasferimento tecnologico, protezioni sociali e forte accento sull’adattamento. L’Etiopia – futura ospite della COP32 – avverte che senza un deciso aumento del supporto internazionale la transizione rischia di restare “aspirazionale”.

Gruppo Arabo: la Giusta Transizione deve essere sovrana, graduale e non prescrittiva. Rifiutano riferimenti a una transizione dai combustibili fossili e rivendicano pieno controllo sulle strategie energetiche. Contestano misure unilaterali come il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) e respingono approcci percepiti come punitivi. La transizione non può essere ridotta alla sola mitigazione: deve rispettare equità, responsabilità comuni ma differenziate e relative capacità (CBDR-RC), sviluppo sostenibile ed eliminazione della povertà. Senza finanza e supporto tecnologico “non esistono transizioni giuste”.

Like-Minded Developing Countries (LMDC): la transizione non è solo energetica ma economica e sociale, e include resilienza, adattamento, lavoro dignitoso, sicurezza alimentare, protezioni sociali. I percorsi devono essere nazionalmente determinati e rispettare le diverse condizioni di sviluppo. Equità, spazio politico, cooperazione internazionale e mezzi di attuazione adeguati sono per questi Paesi condizioni imprescindibili.

Cina: la giusta transizione è innanzitutto giustizia tra Paesi. Deve colmare – non ampliare – il divario Nord-Sud, garantire risultati di sviluppo equi e un contesto internazionale favorevole ai Paesi in via di sviluppo. La transizione deve integrare simultaneamente ambiente, crescita economica, posti di lavoro e riduzione della povertà. Serve cooperazione internazionale robusta, scambio tecnologico e assenza di barriere commerciali.

La giustizia è plurale, locale, contestuale, identitaria.

2. Equità e CBDR: l’ancoraggio politico comune

Equità e responsabilità comuni ma differenziate e rispettive capacità (CBDR-RC) vengono richiamate con forza come principi fondativi della Giusta Transizione soprattutto dal Sud Globale. Per la maggior parte dei Paesi in via di sviluppo – dal gruppo Like-Minded Developing Countries (LMDC) al Gruppo Arabo, fino ai Small Island Developing States (SIDS) e ai Least Developed Countries (LDC) – non si tratta di slogan, ma dell’ancoraggio giuridico e politico di qualsiasi percorso, come sancito dall’Articolo 2.2 dell’Accordo di Parigi. Questi principi devono guidare l’interpretazione di ogni misura: percorsi nazionalmente determinati, rifiuto di riferimenti prescrittivi al phase-out dei fossili, critica alle misure unilaterali come il CBAM. Tuttavia, se il consenso sul principio è ampio, è la sua applicazione pratica a rappresentare la vera linea di frattura tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo.

3. Finanza come condizione abilitante

La finanza è uno dei temi più ricorrenti: per Small Island Developing States (SIDS), Least Developed Countries (LDC) e molti Paesi africani rappresenta la condizione politica e giuridica senza la quale nessuna transizione può dirsi giusta. Richiamano l’Art. 9.1 dell’Accordo di Parigi, denunciano che solo 7 dei 800 miliardi di investimenti globali in rinnovabili raggiungono gli LDC e chiedono finanza sotto forma di sovvenzioni, tecnologia e capacity-building. Queste istanze si intrecciano con la Baku to Belém Roadmap e con il processo sul Nuovo Obiettivo Quantitativo Globale di finanza climatica (NCQG) avviato a COP29.

Anche UE, Italia, Spagna, Regno Unito e Norvegia sottolineano il ruolo della finanza, ma soprattutto come leva per innovazione, protezione sociale e formazione.

Resta dunque una frattura: per il Sud globale la finanza è un obbligo strutturale, mentre per il Nord uno strumento tecnico di implementazione.

4. La forma della Giusta Transizione

La divisione sull’architettura del Just Transition Work Programme resta una delle linee di frattura più nette. Il gruppo G77+Cina continua a chiedere un Just Transition Mechanism che sia guidato dai Paesi, non prescrittivo e centrato sul coordinamento di finanza, tecnologia e capacity-building, mentre l’Unione Europea e i Paesi affini ribadiscono la proposta di un Just Transition Action Plan, pensato per un’implementazione più rapida e orientata ai risultati.

È uno scontro ormai strutturale, già emerso nei negoziati tecnici, di cui abbiamo parlato qui.

5. Fossili e misure unilaterali: la polarizzazione permane

Le posizioni restano in continuità con quanto emerso nei negoziati tecnici: da un lato i Paesi che legano la Giusta Transizione alla coerenza con 1.5°C e quindi a un progressivo superamento dei combustibili fossili; dall’altro quelli per cui qualsiasi riferimento a transizione dai combustibili fossili o a target energetici è inaccettabile, in nome di sovranità e gradualità. Sulle misure unilaterali, il fronte è altrettanto polarizzato: molti Paesi in via di sviluppo considerano il CBAM incompatibile con il principio di CBDR-RC, mentre Unione Europea e Regno Unito ne difendono la natura nazionale.

La Tavola Rotonda conferma che la Giusta Transizione è uno dei dossier più sensibili dell’intero negoziato: un terreno capace di unire sui principi – partecipazione, diritti, inclusione – ma di dividere profondamente su finanza, architettura e combustibili fossili. Le convergenze restano fragili e legate ai mezzi di attuazione. Con il tempo ormai esaurito, resta la domanda centrale: come trasformare principi condivisi in strumenti operativi e risorse reali?

Articolo a cura di Elisa Mauri, delegata di Italian Climate Network.

Immagine di copertina: UN Climate Change | Diego Herculano

You are donating to : Italian Climate Network

How much would you like to donate?
€10 €20 €30
Would you like to make regular donations? I would like to make donation(s)
How many times would you like this to recur? (including this payment) *
Name *
Last Name *
Email *
Phone
Address
Additional Note
Loading...