09
Nov

IMPEGNI NAZIONALI: UNA CLASSIFICA

Ai margini del negoziato nella Conferenza di Glasgow, l’ONG Germanwatch ha presentato a una conferenza stampa i risultati del suo ultimo indice Climate Change Performance Index (CCPI). Si tratta di una relazione indipendente che l’organizzazione pubblica ogni anno dal  2005, in cui un’équipe di 450 esperti analizza i progressi sul clima di 63 Paesi più l’Unione europea, responsabili insieme del 92% delle emissioni globali di gas serra.

La valutazione finale viene calcolata in base ai punteggi ottenuti in quattro categorie principali: emissioni di gas serra, che sono l’aspetto più importante e pesano per il 40% del punteggio; le politiche climatiche (20%); il consumo di energia (20%); le energie rinnovabili (20%). Le valutazioni possono essere le seguenti: very high, high, medium, low, very low (molto alto, alto, medio, basso, molto basso).

L’obiettivo dell’indice è quello di aumentare la trasparenza nella politica internazionale e cercare di spingere a una maggiore ambizione. Uno strumento come questo, indipendente e con un seguito internazionale importante, può stimolare il dibattito politico fuori e dentro i Paesi coinvolti. E l’obiettivo è più che urgente: come conferma l’analisi, gli impegni dei Paesi sono ancora lontani dal garantire uno scenario di riscaldamento medio globale entro +1,5°C. 

Nessuno dei Paesi analizzati, infatti, ha ottenuto un punteggio elevato in tutte le categorie e di conseguenza la valutazione globale massima (very high) nel CCPI. Pertanto, come negli anni passati, le prime tre posizioni in classifica rimangono vuote, a dimostrazione che neppure i primi classificati stanno facendo tutto il necessario per garantire uno scenario a +1,5°C.

Al primo posto (disponibile) in classifica, ovvero il 4°, troviamo la Danimarca: da lodare la promessa di non avviare nuove attività di estrazione di petrolio e gas, e di interrompere la produzione in corso entro il 2050 (la Danimarca è anche promotrice, insieme alla Costa Rica, della Beyond Oil & Gas Alliance che intende spronare altri Paesi a seguirne le orme). Notevole anche la quota di energia prodotta tramite fonti rinnovabili, il 50% (con una netta prevalenza dell’eolico).

Il Regno Unito, che ospita la COP26, è sceso di due posizioni scivolando al 7° posto, ma rimane sempre tra i primi dieci grazie all’obiettivo di raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050 e il nuovo impegno intermedio di decarbonizzare il settore energetico entro il 2035, oltre alla quota di energia prodotta da rinnovabili (40%, principalmente eolico offshore). Fondamentale anche la promessa di abbandonare le centrali a carbone entro il 2024.

L’Unione europea ha perso sei posizioni ed è scesa al 22esimo posto nonostante il nuovo target intermedio di una riduzione delle emissioni del 55% entro il 2030 (rispetto ai livelli del 1990). L’analisi tiene infatti conto degli scarsi progressi di alcuni Stati Membri, come Polonia e Repubblica Ceca, che singolarmente hanno ottenuto la valutazione più bassa (very low).

La Cina ha invece ottenuto una valutazione forse migliore di quanto ci si aspettasse, anche se il punteggio è low, classificandosi al 37esimo posto. Infatti, nonostante abbia ottenuto il punteggio peggiore nella categoria delle “emissioni di gas serra” (come prevedibile), è stata premiata con un punteggio alto (high) in quella dedicata alle “politiche climatiche”. Secondo gli esperti del CCPI le politiche cinesi sono ambiziose, con l’obiettivo di raggiungere il picco di emissioni entro il 2030 e la neutralità climatica entro il 2060, sebbene il suo attuale target per il 2030 non sia coerente con l’obiettivo di +1,5°C e neanche con quello di +2°C. 

Tra gli ultimi della classe troviamo l’Australia (58° posto su 64): l’analisi conferma la mancanza di impegno nelle politiche di mitigazione del Paese. L’Australia è il secondo maggior esportatore di carbone al mondo e non ha ancora annunciato alcun piano per abbandonarne l’estrazione, tanto che il suo recente impegno di azzerare le emissioni entro il 2050 sembra una promessa vuota.

Un aspetto da tenere in considerazione nella valutazione delle politiche dei Paesi p il loro impegno storico: le nazioni nordiche rientrano sempre tra i primi classificati in quanto hanno iniziato già da tempo a implementare politiche di mitigazione. Questo ci ricorda che possono celarsi delle “trappole” negli obiettivi di riduzione delle emissioni degli NDC, data la vaghezza di scadenze come “entro il 2050”: un Paese potrebbe procedere con indolenza per 15 anni e poi concentrare tutti gli sforzi per raggiungere il proprio target negli ultimi 5, ragionamento che ovviamente non è compatibile con uno scenario 1.5°C, date le emissioni cumulative presenti nell’atmosfera.

E l’Italia? Il nostro Paese continua a ricevere una valutazione mediocre (medium). In particolare, il recente Piano di Ripresa e Resilienza (PNRR) non è ritenuto abbastanza ambizioso, con un target di riduzione delle emissioni del 51% entro il 2030, non ancora compatibile con il target dell’UE del 55% (che a sua volta, peraltro, non sarebbe abbastanza per garantire uno scenario di +1,5°C). Si critica, inoltre, la decisione di ripiegare sulle centrali a gas per sopperire all’abbandono del carbone entro il 2025, invece di aumentare più rapidamente la quota di rinnovabili. Tuttavia, si valuta positivamente lo stanziamento di 70 miliardi di euro in finanziamenti per la transizione ecologica.

Rispondendo alle domande dei giornalisti gli analisti del CCPI hanno espresso un parere anche sull’andamento della COP26 e si sono mostrati fiduciosi in quanto questa conferenza sembra – almeno a parole – voler finalmente affrontare la questione dell’abbandono dei combustibili fossili

Gli esperti hanno commentato anche la recente dichiarazione del direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia, Fatih Birol, secondo cui gli ultimi impegni annunciati alla COP di Glasgow si traducono per la prima volta nel 50% di probabilità di limitare il riscaldamento globale entro +1,8°C.
La buona notizia va presa comunque con cautela, perché resta da vedere se i Paese saranno in grado di mantenere gli impegni annunciati i. 

Come ha fatto notare anche Climate Analytics, inoltre, questo ipotetico scenario +1,8°C è principalmente il risultato dei target net zero annunciati per il 2050 e oltre. Come già accennato, resta ancora enorme il gap da colmare per rendere compatibili gli obiettivi intermedi per il 2030 (ovvero una riduzione delle emissioni entro il 2030 tale da rendere scientificamente ed economicamente possibile il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050). Non dimentichiamo, poi, che una probabilità del 50% di restare entro +1,8°C è ancora lontana dall’essere una probabilità molto elevata.

di Teresa Giuffrè, Volontaria Italian Climate Network a COP26

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