09
Nov

EQUITÀ NEGLI IMPEGNI NAZIONALI SUL CLIMA

Durante queste giornate a Glasgow stiamo assistendo a molteplici annunci da parte dei Paesi in tema di riduzione delle emissioni, neutralità climatica, abbandono del carbone, supporto finanziario ai Paesi in via di sviluppo e per la protezione delle foreste. È importante, però, analizzare gli impegni presi dai Paesi attraverso il prisma dell’equità. L’Accordo di Parigi, infatti, stabilisce che la sua implementazione debba “riflettere l’equità ed il principio delle responsabilità comuni ma differenziate e delle rispettive capacità, alla luce delle diverse circostanze nazionali” (Art 2).

Secondo il Quinto Report di Valutazione dell’IPCC, il principio di equità in ambito di ripartizione degli sforzi nel contrasto al cambiamento climatico comprende quattro dimensioni:

  • Uguaglianza: ciascun abitante del Pianeta deve aver diritto allo stesso ammontare di emissioni o, secondo alcune interpretazioni, gli abitanti più poveri devono aver diritto a maggiori emissioni per compensare il loro minor accesso alle risorse ed alle fonti di energia pulite;
  • Responsabilità: i Paesi più sviluppati, responsabili della maggior parte delle emissioni storiche, sono coloro che devono farsi carico degli sforzi maggiori per porvi rimedio;  
  • Capacità (o Abilità nel pagare): proprio come avviene nei sistemi di tassazione progressivi, quei Paesi che hanno maggiori possibilità di mettere in pratica azioni di contrasto al cambiamento climatico (per capitale finanziario, ma anche tecnologico, istituzionale ed umano) hanno maggior responsabilità di agire;
  • Diritto allo sviluppo: la necessità di assicurare ai Paesi più poveri la capacità di svilupparsi a livello economico e sociale, ed eliminare la povertà.

Come possiamo perciò valutare gli impegni presi dai Paesi in termini di mitigazione in accordo con queste definizioni?

Il team di ricerca del Gruppo di Governance sul Cambiamento Climatico (GGCC) dell’Università Politecnica della Catalogna (UPC), ha presentato proprio qui alla COP i risultati di uno studio (in pubblicazione) che ha condotto per rispondere a questa domanda. Confrontando le emissioni che i vari Paesi emetteranno dal 2020 al 2030 – secondo quanto dichiarato nei loro piani di azione (NDCs) con le loro rispettive emissioni storiche (dal 1990 al 2018) e con la dimensione della popolazione che ospitano sul loro territorio – i ricercatori hanno constatato che la ripartizione degli sforzi di contrasto al cambiamento climatico non rispecchia i principi di equità.

Considerando il principio di Uguaglianza, per una equa ripartizione degli sforzi, la percentuale di emissioni pianificate dai Paesi nei loro NDCs per il periodo 2020-2030 dovrebbe riflettere la percentuale di popolazione presente sul proprio territorio. Inoltre, se un Paese ospita una fetta di popolazione mondiale superiore rispetto alla percentuale di emissioni globali che emetterà dal 2020 al 2030, in accordo con il principio di Responsabilità, il Paese starà offendo una compensazione per le sue eccessive emissioni storiche. Viceversa, se per un dato Paese la quota di emissioni previste dagli NDCs è superiore alla percentuale di popolazione che ospita, starà ricevendo una compensazione per le sue mancate emissioni storiche. In pratica, ciò che rivela lo studio dell’Università Politecnica della Catalogna, è che gli attuali NDCs non riflettono questi principi.

Sebbene si possa osservare una dinamica positiva nella riduzione della percentuale di emissioni globali 2020-2030 dei Paesi più sviluppati rispetto alla quota emessa fra il 1990 e il 2018, e per i Paesi in via di sviluppo la quota futura sia invece superiore, questa dinamica positiva è ancora insufficiente a far sì che la ripartizione degli sforzi di mitigazione sia equa

I Paesi più ricchi, infatti, fra cui troviamo ad esempio Stati Uniti, Unione Europea e Giappone, saranno responsabili di più di un quarto delle emissioni nel periodo 2020-2030, pur rappresentando oggi solamente il 15% della popolazione mondiale. Stesso vale per i Paesi a reddito medio-alto, come Cina, Sud Africa e Brasile, che saranno responsabili di circa il 45% delle emissioni fra il 2020 ed il 2030, pur ospitando ad oggi un terzo della popolazione mondiale. Al contrario, i Paesi a reddito medio-basso e basso, che ospitano oggi più di metà della popolazione mondiale, saranno responsabili di meno del 30% delle emissioni dal 2020 al 2030. La ridotta percentuale di emissioni di cui i Paesi più poveri saranno responsabili potrebbe ostacolare significativamente il loro Diritto allo Sviluppo, anche considerata la mancanza di infrastrutture e le sfide in ambito di adattamento con i quali questi si devono confrontare.

Per questo motivo, i ricercatori lanciano un duplice appello: è imperativo incrementare sensibilmente l’ambizione degli NDCs a livello globale per limitare la temperatura a +1,5°C, ed è fondamentale farlo in modo equo. Questo significa che lo sforzo di mitigazione non deve essere lo stesso per tutti: i Paesi più ricchi devono farsi carico di uno sforzo notevolmente superiore rispetto a quello attuale, mentre ai Paesi più poveri bisogna consentire un margine di emissioni più ampio, che garantisca loro le opportunità di sviluppo, prosperità e resilienza di cui necessitano. Solo così sarà possibile assicurare che le azioni di mitigazione dei Paesi mettano davvero in pratica la giustizia climatica, facendo sì che l’equità non resti un principio sancito sulla sola carta.

di Silvia Valentini, Volontaria ICN per COP26

Questo articolo del Bollettino COP di ICN fa parte del progetto EC DEAR SPARK. ICN monitora i negoziati e riporta quanto accade in italiano e in inglese, sul nostro sito e sui canali social, come parte di un consorzio paneuropeo di oltre 20 organizzazioni no-profit impegnate nel promuovere la coscienza climatica con particolare attenzione al ruolo dei giovani e ai temi della cooperazione internazionale e delle politiche di genere.

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