GIUSTA TRANSIZIONE, IL BAM PRENDE FORMA
- G77+Cina chiedono un meccanismo istituzionale per coordinare e sostenere la Giusta Transizione.
- I Paesi sviluppati restano cauti, temendo duplicazioni e costi aggiuntivi, e propongono di rafforzare gli strumenti già esistenti.
- La società civile propone il Belém Action Mechanism (BAM) come modello per strutturare un meccanismo di attuazione della Giusta Transizione.
La prima sessione di martedì dedicata al Just Transition Work Programme (JTWP) si è aperta con un nodo evidente: la richiesta di discutere un meccanismo di implementazione, già apparso a Bonn e ripreso nella nota informale dei co-chair e ora rilanciato con forza dal gruppo G77+Cina. La reazione dei Paesi sviluppati non si è fatta attendere. Norvegia, Regno Unito, Australia e Unione Europea hanno espresso preoccupazione per il rischio di duplicare istituzioni già esistenti, creare inefficienze e introdurre nuovi costi e complessità. L’Australia, in particolare, ha richiamato l’esigenza di concentrarsi meno sull’architettura e più sui risultati.
Che cosa chiedono i Paesi in via di sviluppo?
Il gruppo dei G77+Cina ha ribadito la necessità di istituire un meccanismo di implementazione che renda operativi i principi di giustizia, equità e responsabilità comuni ma differenziate e relative capacità, e che permetta di integrare l’azione climatica con le priorità di sviluppo sostenibile ed eliminazione della povertà. Chiedono uno strumento capace di fornire assistenza tecnica e conoscenze, promuovere la cooperazione internazionale, mettere a disposizione risorse, finanza, tecnologie e capacity-building, e individuare gap e bisogni di supporto. Nelle loro intenzioni, il meccanismo dovrebbe essere guidato dalle Parti e non prescrittivo, quindi senza imporre modelli o obblighi, né duplicativo, cioè progettato per creare sinergie con i processi e gli organismi esistenti dentro e fuori l’UNFCCC.
La proposta della società civile: il Belém Action Mechanism
Parallelamente alle richieste dei Paesi in via di sviluppo, la società civile – in particolare Climate Action Network e Women & Gender Constituency – ha presentato un documento dettagliato che propone un Belém Action Mechanism (BAM) come possibile architettura per rispondere a questa domanda politica. L’iniziativa riprende quanto già emerso a Bonn e fornisce una visione organica di obiettivi, funzioni e tempistiche. Il messaggio è chiaro: trasformare i principi della Giusta Transizione in un sistema concreto, coerente e realmente applicabile nell’ambito dell’UNFCCC e dell’Accordo di Parigi.
Nel linguaggio dell’UNFCCC, il BAM sarebbe un Institutional Arrangement: una struttura formalizzata, con funzione operativa, pensata per dare attuazione al Just Transition Work Programme. Nasce come risposta a un contesto globale frammentato, fatto di iniziative scollegate e principi poco chiari, in cui la Giusta Transizione non ha ancora un quadro internazionale coerente o un punto di riferimento comune. L’obiettivo è ambizioso: creare quello spazio condiviso che manca, capace di allineare le traiettorie della Giusta Transizione a obiettivi sociali e climatici, nel pieno rispetto dei principi di equità e di responsabilità comuni ma differenziate e relative capacità.
Qual è il potenziale del BAM?
Questo meccanismo sarebbe l’occasione per dotarsi di un punto di riferimento globale capace di orientare, coordinare e sostenere la Giusta Transizione. In particolare, il Belém Action Mechanism offrirebbe:
- un quadro e un linguaggio condivisi, che evitino ambiguità e disallineamenti;
- un coordinamento più solido, capace di collegare iniziative nazionali, regionali e internazionali evitando duplicazioni;
- maggiore conoscenza, capacità e supporto, grazie a scambi strutturati e a un miglior allineamento di finanza, tecnologie e capacity building.
Nel concreto, come funzionerebbe il BAM?
Il Belém Action Mechanism si articolerebbe su tre pilastri operativi, tre ingranaggi che insieme fanno muovere l’intero sistema.
- Una Coordinating Entity, che riunisce osservatori delle costituency e altri stakeholder. È la “cabina di regia”: organizza le informazioni provenienti da diversi organismi dentro e fuori l’UNFCCC, monitora i progressi, individua lacune e opportunità di correzione e orienta il lavoro delle altre componenti del BAM, collegandolo ai processi negoziali e offrendo indicazioni su come avanzare.
- Una componente dedicata alla conoscenza (knowledge generation and sharing), che crea uno spazio strutturato per dialoghi e scambi sulle pratiche esistenti. Include un Global Hub per mettere in relazione Paesi, esperti e comunità, favorendo l’apprendimento reciproco ed evitando che ciascuno proceda isolatamente. L’obiettivo è far circolare conoscenze concrete che possano accelerare l’attuazione della Giusta Transizione.
- Una componente di supporto concreto (action and support), pensata per tradurre questi principi in pratica: identifica finanziamenti, tecnologie disponibili e barriere strutturali, offre un helpdesk per rispondere a dubbi e difficoltà, e fa da ponte tra Paesi, progetti, esperti e finanziatori per trasformare i piani in azione.
Nella proposta, il Belém Action Mechanism non è concepito come una semplice struttura tecnica, bensì come un meccanismo basato su una governance ampia e partecipata. Il documento richiama infatti il coinvolgimento delle Parti, delle constituency degli osservatori, delle organizzazioni internazionali attive sul campo, insieme alle comunità locali, agli esperti, agli operatori e ai punti di contatto nazionali. L’obiettivo è quello di renderlo uno strumento realmente condiviso, capace di rappresentare e connettere tutti gli attori della Giusta Transizione.
La tabella di marcia proposta è modulare e, soprattutto, immediata: già a COP30 possono partire il meccanismo, la componente di supporto e il Global Hub; a COP31 si rafforza la parte dedicata alla conoscenza; a COP32 prende forma l’organo di coordinamento. Il messaggio che emerge è semplice: la Giusta Transizione non deve aspettare l’architettura perfetta per iniziare. Può partire adesso e crescere passo dopo passo.
A che punto siamo?
Sul fronte negoziale, il dibattito resta incentrato sulla scelta se istituire o meno un nuovo meccanismo istituzionale. L’aggiornamento del testo circolato venerdì conferma che il confronto è ancora lontano da una soluzione condivisa. Il punto critico resta invariato: da un lato il gruppo dei G77+Cina continua a promuovere un nuovo meccanismo istituzionale capace di monitorare i bisogni, coordinare il supporto e facilitare la cooperazione; dall’altro, i Paesi sviluppati insistono sulla necessità di evitare ulteriori strutture e di valorizzare ciò che già esiste sotto l’ombrello dell’UNFCCC.
In questo scenario si inserisce anche la nuova proposta dell’Unione Europea, il Just Transition Action Plan (JTAP), che introduce un approccio alternativo: non crea nuove strutture, ma rafforza l’attuazione del Programma di lavoro sulla Giusta Transizione attraverso lo scambio di conoscenze, il capacity building e una partecipazione più ampia degli stakeholder. L’obiettivo è migliorare la coerenza tra i processi esistenti e supportare Paesi e comunità nell’integrare gli elementi chiave della Giusta Transizione, senza introdurre un nuovo meccanismo istituzionale.
Con una settimana di negoziati ancora davanti, il confronto resta aperto. La vera sfida per i negoziatori sarà capire se esiste un terreno comune tra le diverse visioni di implementazione della Giusta Transizione, o se il rischio è quello di vedere il tema proseguire ancora senza un’architettura condivisa, in un contesto già segnato da tensioni sulle politiche di aggiustamento frontaliero. La prossima versione del testo ci mostrerà se sta emergendo una convergenza o se lo stallo permane.
Articolo a cura di Elisa Mauri, delegata di Italian Climate Network.
Immagine di copertina: foto di CAN Europe.
