corte internazionale di giustizia icj cop30
18
Nov

LA CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA INDICA LA VIA, COP30 NON LA SEGUE 

A COP30 i leader del Pacifico lanciano l’allarme: il parere storico della Corte dell’Aia ha reso l’inazione climatica legalmente incompatibile con le obbligazioni climatiche. Ora la sfida è una sola: i negoziati di Belém onoreranno questa verità legale o la aggireranno?

  • Dopo la storica sentenza della Corte Internazionale di Giustizia a luglio 2025, non ridurre le emissioni con dovuta diligenza è violazione del Diritto Internazionale, tuttavia alcuni Paesi stanno cercando di ostacolare l’applicazione dell’Advisory Opinion in diversi modi.
  • L’Advisory Opinione della Corte Internazionale diventa una leva per i Paesi vulnerabili per chiedere obblighi stringenti su finanza climatica, phase-out fossile e Loss and Damage
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L’obiettivo di 1,5 °C è diventato un benchmark giuridico e non più aspirazionale: NDC e politiche nazionali devono essere coerenti o rischiano di essere atti illeciti.

Questa è la prima COP della storia che si svolge alla luce di una pronuncia della Corte Internazionale di Giustizia sulla giustizia climatica. A luglio 2025, rispondendo alla richiesta di Vanuatu e dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la Corte dell’Aja ha, infatti, stabilito con chiarezza inequivocabile che l’insufficiente riduzione delle emissioni di gas serra non costituisce soltanto una scelta politica irresponsabile: è una violazione del diritto internazionale. Ne avevamo parlato qui.

Alla COP30 di Belém, mentre l’ultimo ciclo di Contributi Nazionali Determinati (NDC) si conferma drammaticamente inadeguato a mantenere il riscaldamento entro 1,5 °C, l’AO (Advisory Opinion) dell’ICJ (International Court of Justice) si sta trasformando nella leva giuridica più potente mai entrata in una sala negoziale UNFCCC.

Laiane Italia, Procuratrice Generale di Tuvalu, lo ha ribadito con forza durante una conferenza stampa dedicata: “L’Advisory Opinion rappresenta una leva senza precedenti per questa COP e per le discussioni sugli obblighi legali degli Stati. Anche se non vincolante, ha risposto a due quesiti giuridici cruciali dichiarando che gli Stati hanno obblighi vincolanti derivanti dagli accordi sul clima. Il dovere dei negoziatori è ora incorporare le sue pronunce e le sue dichiarazioni nei testi finali.”

Savendra Michael, Segretario Permanente del Ministero dell’Ambiente e del Cambiamento Climatico delle Fiji, ha indicato le applicazioni concrete: “L’AO ci offre la possibilità di mantenere l’1,5 °C come regola guida effettiva, di ottenere impegni climatici più stringenti nelle decisioni COP e di restare concentrati su un phase-out dei combustibili fossili rapido e completo. Serve soprattutto a rendere operativi gli impegni più rigorosi, ribadendo il dovere di cooperazione previsto dagli Articoli 9.1 e 9.4 dell’Accordo di Parigi: i Paesi sviluppati devono mettere a disposizione le risorse finanziarie necessarie ai Paesi in via di sviluppo per adattamento e risposta agli impatti irreversibili. Dobbiamo concentrarci su come sfruttare le conclusioni dei giudici senza sminuire il duro lavoro fatto per ottenerla. Onestamente, è deludente vedere in queste sale tentativi di screditarla”

Vishal Prasad, Direttore di Pacific Island Students Fighting Climate Change, ha posto la questione in termini di responsabilità storica e politica: “La domanda da porsi a Belém non è più se gli Stati abbiano obblighi di agire sul clima: la Corte ha già risposto chiaramente. L’unica domanda rimasta è se le Parti onoreranno questi obblighi o sceglieranno apertamente di ignorarli. All’apertura del Summit il Segretario Generale ONU ha definito il fallimento nel mantenere l’1,5 °C a portata di mano un fallimento morale di negligenza mortale. L’opinione dell’ICJ ci dice che non è solo un fallimento morale: è anche un fallimento legale”.

I relatori del Pacifico hanno inoltre chiarito che l’AO non è uno strumento da utilizzare in modo isolato: la strategia è quella di leggerla congiuntamente alle  altre pronunce internazionali recenti, come quella del Tribunale Internazionale per il Diritto del Mare (ITLOS), della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e della Corte Inter-America dei Diritti dell’Uomo, che convergono nel delineare  un quadro giuridico solido e coerente delle obbligazioni internazionali degli Stati nel contesto del cambiamento climatico. Questa impostazione, spiegano, serve a rafforzare le argomentazioni dei piccoli Stati insulari e dei Paesi più vulnerabili, soprattutto di fronte ai tentativi di mettere in discussione la scienza dell’IPCC, indebolire il riferimento all’1,5 °C o evitare che l’inazione e il mancato allineamento degli NDCs possano essere qualificati come violazioni del diritto internazionale. Si tratta di un processo graduale, riconoscono, ma già in grado di rafforzare significativamente la posizione negoziale dei Paesi più esposti agli impatti climatici, rendendo più difficile ignorare gli obblighi giuridici richiamati dalla Corte.

Nelle sale negoziali, tuttavia, la resistenza è palpabile. Alcuni Paesi – “gli stessi che da trent’anni rallentano i progressi” sottolinea Prasad – stanno cercando di ostacolare l’incorporazione  dell’AO nei testi decisionali in diversi modi:

  • bloccando riferimenti espliciti alla sentenza;
  • contestando i 411 richiami ai rapporti IPCC, che la Corte definisce per quattro volte «la scienza migliore e più completa disponibile» (dati accettati da tutte le Parti);
  • tentando di annacquare l’1,5 °C, non negoziabile per i seggi del Pacifico e per tutti i SIDS (Small Island Developing States), che l’AO eleva a obiettivo primario di temperatura e a standard legale sotto l’Accordo di Parigi per tutte le politiche climatiche nazionali;
  • evitando qualsiasi linguaggio che qualifichi l’inazione o il mancato allineamento degli NDC all’1,5 °C come atto internazionalmente illecito, con possibili conseguenze giuridiche e base solida per futuri contenziosi.

L’Advisory Opinion diventa, così, il metro di misura per le battaglie della seconda settimana ministeriale, in particolarenuovo obiettivo collettivo quantificato di finanza climatica (NCQG), chiusura del gap di ambizione, Loss and Damage, Global Stocktake. 

Sulla finanza, la Corte è stata cristallina: gli Stati con maggiori capacità e responsabilità storica hanno l’obbligo giuridico di cooperare per affrontare le perdite e i danni e sostenere l’adattamento. Quando, nei prossimi giorni si discuteranno numeri, scadenze e fonti di finanziamento, la domanda non sarà più cosa sia politicamente conveniente, ma se il pacchetto finale rispetta il dovere legale di sostenere chi subisce gli impatti peggiori del cambiamento climatico.

Sulla mitigazione, i dibattiti sono intensi su velocità ed equità del phase-out dei combustibili fossili. Società civile, esperti e delegazioni vulnerabili ricordano che un phase-out rapido, giusto e finanziato è indispensabile per chiudere il gap di ambizione, soprattutto qui in Amazzonia dove deforestazione ed espansione petrolifera ci avvicinano a punti di non ritorno irreversibili. L’AO rafforza il concetto: continuare a espandere i combustibili fossili, sapendo il danno che provocano, è incompatibile con gli obblighi legali degli Stati.

Fuori dalle sale, questa settimana decine di migliaia di persone – indigeni, giovani, scienziati, comunità colpite – stanno ricordando che il cambiamento climatico è innanzitutto una crisi dei diritti umani. In particolare, la Corte lo ha sottolineato con forza che gli Stati devono prestare particolare attenzione a chi è più vulnerabile e meno responsabile. 

Questa è stata chiamata la COP della verità, hanno ricordato più volte i leader del Pacifico. La Corte Internazionale di Giustizia ci ha già consegnato le verità legali, ora per negoziatori e Ministri che guidano la seconda settimana, la domanda è una sola: lasceranno che quella verità guidi il testo finale, o cercheranno – come troppe volte in passato – di negoziare intorno ad essa?

Articolo a cura di Marta Abbà ed Elisa Mauri, delegate di Italian Climate Network.

Immagine di copertina: foto UN Climate Change – Zô Guimarães

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