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SALUTE A RISCHIO PER I CAMBIAMENTI CLIMATICI: COSÌ LA SCIENZA ENTRA IN TRIBUNALE

Un’estate come quella che stiamo trascorrendo, con migliaia di decessi registrati in pochi giorni di caldo record e decine di persone morte per annegamento nel tentativo di trovare refrigerio, non è più soltanto un fatto di cronaca: può diventare materiale probatorio nelle aule di giustizia. Le ondate di calore, e più in generale gli eventi estremi legati ai cambiamenti climatici, sempre più frequenti e documentati dalla scienza, stanno entrando nei tribunali per dimostrare che la crisi climatica causa una violazione seria e diretta dei diritti umani, colpendo in modo particolare le persone più vulnerabili.

Gli effetti degli eventi estremi su corpo e mente come elemento di prova

Negli articoli di questa rubrica abbiamo documentato come le ondate di calore e altri eventi estremi colpiscano sia la psiche che il sistema nervoso, aggravando patologie preesistenti, favorendo l’insorgenza di nuove condizioni e aumentando i rischi di morbilità e mortalità. Questo tipo di evidenza clinica sta acquisendo un peso crescente nei contenziosi climatici, perché permette di collegare in modo tangibile l’aumento delle temperature a un danno concreto alla salute delle persone, requisito chiave per dimostrare la violazione dell’omonimo diritto umano.

I dati più recenti confermano la gravità del fenomeno: secondo Oxfam, solo in Francia il caldo è responsabile di circa 5.400 decessi l’anno, con un rischio di infarto che aumenta del 7% durante le ondate di calore e un rischio di insufficienza renale acuta che cresce fino al 70% quando gli episodi superano la settimana. Uno studio dell’Imperial College e della London School of Hygiene & Tropical Medicine ha stimato che i cambiamenti climatici di origine antropica sono responsabili del 68% dei decessi per caldo nell’estate 2025 in 854 città europee, con gli over 65 che rappresentano l’85% delle vittime in eccesso. La stessa Corte di Strasburgo ha ricordato che, a livello globale, la mortalità legata al caldo tra gli over 65 è aumentata di circa il 68% tra il periodo 2000-2004 e il periodo 2017-2021, citando il Lancet Countdown come fonte. Evidenze scientifiche di questo tipo, che collegano direttamente l’azione umana sul clima a un numero preciso di decessi, sono il genere di prova che le corti hanno iniziato a considerare rilevante ai fini della causalità giuridica.

Le corti di fronte alla scienza

Nel caso KlimaSeniorinnen c. Svizzera, deciso dalla Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) il 9 aprile 2024, la Corte ha riconosciuto per la prima volta che gli stati hanno obblighi positivi di mitigazione climatica derivanti dall’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, relativo al rispetto della vita privata e familiare (ne avevamo parlato qui). La Corte ha chiarito che tale disposizione include “il diritto individuale a una protezione effettiva da parte delle autorità statali dai gravi effetti negativi dei cambiamenti climatici sulla vita, la salute, il benessere e la qualità della vita” (par. 519 della sentenza), estendendo così la tutela dell’articolo 8 a interessi tradizionalmente ricondotti a diritti economico-sociali come la salute. Le ricorrenti, un’associazione di oltre 2.000 donne anziane svizzere (Verein KlimaSeniorinnen Schweiz) – insieme a quattro ricorrenti individuali particolarmente vulnerabili alle ondate di calore per età e condizioni di salute -, hanno costruito il proprio caso su due pilastri probatori: i report dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change, l’organismo scientifico dell’ONU che valuta periodicamente lo stato della scienza climatica) e le evidenze mediche relative all’aumento della mortalità da caldo nella fascia d’età e di genere delle ricorrenti. La Corte ha dato un peso decisivo ai report IPCC, descrivendoli come “la migliore scienza disponibile” (best available science), un parametro di riferimento imprescindibile per valutare l’adeguatezza e l’efficacia delle politiche climatiche statali. Ha invece ritenuto le prove mediche relative ai singoli ricorrenti non sufficienti a dimostrare un danno diretto, personale e di intensità tale da soddisfare il cosiddetto victim status richiesto dall’articolo 34 della Convenzione: per questo motivo ha dichiarato inammissibili i ricorsi delle quattro donne anziane, ammettendo invece il ricorso dell’associazione, alla quale ha riconosciuto legittimazione ad agire in rappresentanza collettiva dei propri membri (par. 487 della sentenza). Questo doppio esito mostra bene la cautela della Corte: apertura alla scienza climatica generale, prudenza quando si tratta di individualizzare il danno sanitario.

Parallelamente, nel caso Duarte Agostinho e altri c. Portogallo e altri 32 Stati – dichiarato inammissibile perché non erano stati consultati i tribunali nazionali e la Corte ha ritenuto di non avere autorità sui paesi diversi dal Portogallo  – i ricorrenti portoghesi avevano sollevato anche il tema dell’eco-ansia tra le persone più giovani, collegandolo non solo a una violazione dei propri diritti sostanziali ma anche al divieto di discriminazione basata sull’età, previsto dall’articolo 14 della Convenzione.

Perché si parla di eco-ansia?

Il caso nasce dai devastanti incendi boschivi che colpirono il Portogallo nell’estate del 2017, in particolare nella regione di Leiria dove vivono i ricorrenti, seguiti da ondate di calore sempre più severe e frequenti negli anni successivi. Sei giovani portoghesi, all’epoca del deposito del ricorso nel 2020 tra gli 11 e i 24 anni, sostenuti dal movimento Youth4ClimateJustice, hanno citato in giudizio 33 stati membri del Consiglio d’Europa (poi ridotti a 32) sostenendo che le loro politiche climatiche insufficienti violassero il diritto alla vita (art. 2), il diritto al rispetto della vita privata e familiare (art. 8) e il divieto di discriminazione (art. 14) della CEDU.

I ricorrenti hanno documentato un cambiamento concreto delle proprie abitudini di vita a causa delle temperature estreme: la necessità di restare in casa nelle ore più calde, difficoltà a dormire, a concentrarsi negli studi o a fare attività fisica, oltre a un peggioramento di condizioni preesistenti come allergie e asma. In questo quadro hanno inserito esplicitamente l’eco-ansia. Come emerso all’interno di questa rubrica, l’eco-ansia è la preoccupazione persistente per gli effetti dei cambiamenti climatici e per il futuro del pianeta (ne abbiamo parlato qui). I giovani portoghesi hanno infatti portato all’attenzione la loro sofferenza psicologica di fronte agli eventi climatici estremi vissuti, amplificata anche da un forte senso di frustrazione per l’inattività degli Stati. La sofferenza psicologica, se supportata da evidenza clinica, può integrare gli estremi di un danno alla salute privata protetto dall’articolo 8 della CEDU, che secondo la giurisprudenza della Corte tutela anche l’integrità psicologica della persona, non solo quella fisica. Per i ricorrenti, dimostrare una sofferenza psicologica già in atto – e non solo un rischio futuro e ipotetico – era funzionale a superare l’obiezione secondo cui il danno lamentato fosse troppo remoto o speculativo per essere giuridicamente rilevante, requisito che la Corte richiede tradizionalmente per riconoscere lo status di vittima.

A supporto di questa strategia processuale, i ricorrenti hanno richiamato uno studio pubblicato su The Lancet Planetary Health nel 2021, condotto su un campione di 10.000 giovani tra i 16 e i 25 anni in dieci Paesi, secondo cui la percezione di un fallimento dei governi nell’affrontare la crisi climatica era associata a un aumento significativo del disagio psicologico, inclusi sentimenti di tristezza, rabbia, impotenza e colpa. Questo tipo di letteratura scientifica permette di ancorare l’eco-ansia a un diritto già codificato, superando l’obiezione per cui la sofferenza psicologica sarebbe troppo soggettiva per essere rilevata in sede giudiziaria.

Diritti civili, diritti sociali e generazioni future

La forza di questi casi sta nel tenere insieme diritti civili e politici classici con diritti economici, sociali e delle future generazioni. La CEDU è formalmente una convenzione a tutela dei diritti civili e politici, cioè quelle libertà fondamentali che proteggono la persona dall’ingerenza arbitraria dello stato (come la vita, la libertà, il giusto processo, la vita privata), distinte storicamente dai diritti economici, sociali e culturali (come salute, istruzione, lavoro), tutelati invece da strumenti come il Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali. Nel tempo, però, la Corte di Strasburgo ha interpretato in modo estensivo le proprie disposizioni, riconoscendo che i due gruppi di diritti sono interdipendenti e indivisibili, cosicché un evento climatico che compromette la salute psico-fisica può ricadere nell’ambito dell’articolo 8 della CEDU, pur trattandosi formalmente di un diritto socio-economico.

I dati sulle disuguaglianze nell’esposizione al caldo, con un eccesso di mortalità del 31% nei quartieri più svantaggiati rispetto a quelli benestanti durante l’estate 2025 in Francia, mostrano inoltre come la crisi climatica amplifichi discriminazioni socio-economiche già esistenti, aggiungendo una dimensione di giustizia sociale al discorso sui diritti umani.

A questo si lega il tema dell’equità intergenerazionale: il fatto che alcuni dei ricorrenti di Duarte Agostinho fossero ancora minorenni al momento del deposito del ricorso sottolinea come le conseguenze delle scelte politiche di oggi ricadano in modo sproporzionato su chi vivrà più a lungo nel clima che si sta creando ora. Il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del 23 luglio 2025 ha rafforzato questo principio, affermando che gli Stati hanno l’obbligo di proteggere il sistema climatico “per il bene delle generazioni presenti e future”. Anche l’ordinamento italiano riconosce questo principio: la legge costituzionale n. 1 dell’11 febbraio 2022 ha modificato l’articolo 9 della Costituzione, inserendo la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi “anche nell’interesse delle future generazioni” tra i principi fondamentali della Repubblica.

Future cause e nuovi test probatori

Se dati come quelli sulle morti da caldo in Francia o la letteratura scientifica sull’eco-ansia hanno iniziato a farsi strada nei tribunali solo negli ultimi anni, le corti restano ancora caute nel maneggiarli, come dimostra il test rigoroso imposto in KlimaSeniorinnen per i ricorsi individuali. Ciò che appare ormai consolidato è che i giudici riconoscono nella scienza, e in particolare nei report IPCC, una fonte insostituibile per stabilire il nesso di causalità tra azione statale e danno climatico con conseguenze sulla salute, superando la tradizionale diffidenza verso prove ritenute troppo generali o probabilistiche, come evidenziato anche da alcuni commentatori

Di fronte a dati sempre più schiaccianti e granulari su mortalità e morbilità fisica e sofferenza psicologica, è ragionevole aspettarsi che le corti dovranno affinare ulteriormente i propri strumenti, calibrando standard di causalità capaci di dialogare con l’incertezza intrinseca della scienza senza rinunciare al rigore giuridico. La scienza continuerà a offrire la bussola; la giustizia dovrà dimostrarsi capace di seguirne la rotta con la stessa urgenza con cui il clima sta cambiando.

Articolo a cura di Erika Moranduzzo, coordinatrice della sezione Clima e Diritti di Italian Climate Network, con il contributo e la revisione critica di tutte le collaboratrici della rubrica Il Clima della Mente.

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