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Nov

COP26: GLI ULTIMI APPELLI

La plenaria informale di ieri, venerdì 12 novembre, è servita per dar spazio agli input delle Parti a proposito delle ultime bozze dei testi. 

Molti Paesi hanno espresso il loro disappunto sulla bozza di decisione della Conferenza (quella circolata ieri, ndr), in particolare sul loss and damage (perdite e i danni) e sul linguaggio indebolito sui combustibili fossili: se in una prima bozza si parlava infatti di affrettare l’abbandono delle sovvenzioni ai combustibili fossili, in seguito si è ristretto il campo alle sovvenzioni inefficienti

Si sono espressi in questo senso la Norvegia, la Costa Rica e Antigua e Barbuda a nome dell’Alleanza dei piccoli Stati insulari (AOSIS). Quest’ultimo ha dichiarato: “Non chiediamo l’abbandono totale dei combustibili fossili, ma che si interrompano almeno tutte le sovvenzioni”. In merito all’Articolo 6, inoltre, Antigua e Barbuda si è espresso contro il trasferimento delle unità di emissioni pre-2020 regolamentate dal Clean Development Mechanism (CDM) del precedente Protocollo di Kyoto. Per aumentare l’ambizione del nuovo meccanismo di scambio di emissioni, si è detto favorevole a una parziale cancellazione dei crediti (ovvero, per raggiungere il target del proprio NDC, un Paese calcola solo una determinata percentuale delle emissioni eliminate grazie a un progetto che ha finanziato, invece del totale, rinunciando alla restante), che sia però obbligatoria e non volontaria. 

A proposito, invece, del loss and damage, il Gruppo G77 e Cina si è detto estremamente deluso dall’assenza delle sue proposte nella bozza di decisione. L’intero gruppo rappresenta infatti più dell’80% della popolazione mondiale, e ritiene pertanto assurdo che le sue opinioni non si riflettano nel testo. Nonostante qualche progresso sull’operatività del Santiago Network, il gruppo chiede una maggior solidarietà da parte dei Paesi sviluppati, e che si implementi immediatamente un meccanismo per il loss and damage.

I Paesi sviluppati si oppongono da sempre all’idea di istituire un nuovo meccanismo di finanziamento specifico per ripagare i Paesi colpiti dagli impatti del cambiamento climatico. Tra questi anche gli Stati Uniti: nonostante l’ambizione mostrata su tanti altri temi e il ruolo di leadership climatica che hanno riassunto a questa COP26, si mostrano infatti ancora restii, come ha confermato il commento di John Kerry. L’inviato speciale per il clima ha dichiarato di essere a favore di un avvio del Santiago Network, ma che “il linguaggio deve essere coerente con l’Accordo di Parigi”. Dichiarazione che parrebbe essere standard quando una Parte non è intenzionata a fare ulteriori concessioni in merito a un tema, come dimostrato dall’Arabia Saudita nel ribadire l’importanza di “non riscrivere l’Accordo di Parigi né alterarne l’equilibrio”.

A spronare a una maggiore ambizione, invece, il discorso di Frans Timmermans, Vicepresidente della Commissione europea e Commissario europeo per il clima, che ha esortato i presenti a riflettere sul mondo che lasceranno ai loro figli e nipoti. Oltre a un abbandono repentino del carbone e delle sovvenzioni ai combustibili fossili, il commissario europeo ha ripreso i Paesi sviluppati per aver finora mancato gli impegni sui finanziamenti climatici. Ha definito “deludente” la scadenza attualmente prevista per erogare i fondi, il 2023, e ha incitato a predisporre nuovi flussi di finanziamento, includendo i privati. L’UE è attualmente l’erogatore maggiore di finanziamenti climatici, avendo di recente portato la somma a oltre 25 miliardi di euro l’anno fino al 2027. 

Con le ultime ore a disposizione e il timore che l’accordo finale non sia all’altezza, altri Paesi hanno colto l’occasione per fare un appello all’assemblea. Il Kenya, a nome del Gruppo africano, ha ricordato l’incredibile lavoro svolto dai giovani alla pre-COP di Milano, in grado di produrre un testo in soli tre giorni. “I nostri figli ci hanno passato il testimone, ma la nostra avidità rischia di rovinare il loro futuro. Questa è la nostra ultima possibilità.”

Parole altrettanto dure sono venute dal Bangladesh, portavoce del Climate Vulnerable Forum, che racchiude Paesi tra i più colpiti dagli effetti del cambiamento climatico, sebbene non siano tra i principali responsabili: “Stiamo negoziando qualcosa che non dovrebbe essere negoziabile. Stiamo negoziando il nostro futuro, la nostra stessa esistenza. Perché? Negoziamo solo per seguire il processo formale dell’UNFCCC, o per decidere davvero delle soluzioni?”

Dichiarazioni forti sono giunte anche da parte degli Stati insulari: Antigua e Barbuda, le isole Marshall, le Maldive. Ma ad aver catalizzato l’attenzione è stato su tutti l’intervento delle Tuvalu, un arcipelago polinesiano che sta patendo gli effetti peggiori dei cambiamenti climatici. Il Ministro degli Esteri tuvaluano aveva già parlato da un podio immerso nell’acqua fino alle ginocchia per ricordare la minaccia che incombe su tutti gli Stati insulari, un appello che ha girato il mondo. Ieri, il Ministro del Clima ha esortato tutti i presenti in plenaria: “Io e il Primo Ministro abbiamo accettato di venire qui a Glasgow, all’altro capo del mondo, perché credevamo che durante questa conferenza si sarebbero finalmente prese delle decisioni per contrastare il cambiamento climatico. Ed eravamo ottimisti dopo il Summit dei Leader, che hanno mostrato impegno e ambizione. Ma adesso vediamo che quell’ottimismo non si riflette nel testo di decisione della conferenza. Le Tuvalu sono un gruppo di atolli che per primi stanno subendo gli effetti del cambiamento climatico. È un una minaccia esistenziale, non una previsione futura, sta accadendo ora. Il nostro Paese sta scomparendo. Sta affondando, letteralmente. Bisogna agire adesso. Proponiamo un linguaggio più forte sulla decarbonizzazione e sul raddoppio dei finanziamenti climatici per l’adattamento. Chiediamo anche modalità di erogazione più facili. Attualmente I piccoli Stati insulari trovano difficilmente accesso agli strumenti finanziari. Chiediamo inoltre un meccanismo di finanziamento specifico per i danni e le perdite: per noi è vitale ottenere il supporto necessario per salvare le nostre isole e le nostre identità prima che scompaiano dalla faccia della Terra. Vi esorto ad agire subito. Glasgow è un momento cruciale e contiamo su tutti voi, guidati dalla leadership della Presidenza. È una questione di sopravvivenza per molti di noi. Vi imploriamo. Fate che sia un momento cruciale e non deludeteci.

L’appello accorato delle Tuvalu è stato accolto da un lungo, fragoroso applauso dei presenti.

Con l’ultima (forse) giornata di COP26 davanti a noi e ancora nessun passo avanti sulla finanza climatica, resta da vedere se questi appelli saranno ascoltati.

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