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Nov

DIRITTI UMANI ALLA COP26: IL PUNTO AD OGGI

Ai negoziati sul clima delle Nazioni Unite non si parla solo di clima, ma anche di diritti umani, la chiave per garantire che in nome della riduzione delle emissioni non vengano sacrificate persone ed ambiente. Il punto di Chiara Soletti, Policy Advisor e Coordinatrice Clima e Diritti sulla situazione alla COP26 di Glasgow.

ACE

L’Action for Climate Empowerment (ACE) è un’iniziativa prevista dall’articolo 12 dell’Accordo di Parigi, con l’obiettivo generale di consentire a tutti i membri della società di impegnarsi nell’azione per il clima attraverso istruzione, formazione, sensibilizzazione dell’opinione pubblica, e cooperazione internazionale su questi temi.

L’ACE è un programma che non ha subito rallentamenti e ha visto un ampio coinvolgimento della società civile. Negli anni in cui è stato sviluppato non si sono riscontrate particolari difficoltà nell’integrazione di principi legati ai diritti umani, questo perché non è uno dei punto di controversia all’interno dei negoziati (difficile trovare un paese Parte contrario a principi educativi e di sensibilizzazione all’azione climatica). Per queste ragioni ha colto di sorpresa la conclusione dei lavori su questo testo in quanto sono stati cancellati tutti i riferimenti ai diritti umani, nonostante le precedenti bozze menzionassero la necessità di mantenere approccio di genere, intergenerazionale e basato sui diritti umani all’interno del programma.

Durante la prima settimana della COP26, è stato difficile per gli osservatori della società civile partecipare ai lavori di questo programma. La decisione delle Parti di lavorare in maniera “informale”, ovvero di poter dialogare senza la presenza di osservatori, e le apparenti ragioni di sicurezza legate al COVID, che spesso impongono alla società civile di essere lasciata fuori dalle stanze negoziali, ha contribuito all’approvazione di un testo “indebolito” rispetto al testo ereditato dai negoziati di Madrid. Ciò che è accaduto è il risultato della pressione dell’Arabia Saudita per la rimozione di ogni riferimento ai diritti umani. Questo, in combinazione con le difficoltà partecipative, la pressione della Presidenza della COP per concludere il testo e la mancanza di impegno da parte di molte delegazioni, ha determinato questa svolta inaspettata per l’ACE.

Sabato, durante la plenaria dell’SBI, 13 paesi Parti hanno preso la parola per riconoscere e scusarsi per la mancata menzione dei diritti umani, ma nessuna Parte ha chiesto di riaprire il testo.

Articolo 6

Il caso dell’ACE dimostra quanto siano delicate le fasi finali di approvazione e adozione di un testo, sollevando non poche preoccupazioni per la discussione dei Mercati del Carbonio, previsti all’articolo 6 dell’Accordo di Parigi.

L’art.6 dell’Accordo di Parigi prevede la creazione di un mercato dedicato alla commercializzazione di permessi per poter emettere specifiche quote di gas climalteranti, permettendone l’acquisto allo scopo di incoraggiare o aiutare Paesi e aziende nel limitare le proprie emissioni.

I testi dedicati a questo articolo contengono attualmente riferimenti ai diritti umani e ai diritti delle popolazioni indigene. Questo è sicuramente positivo, ma mentre i Paesi Parte cercano di scendere a compromessi per finalizzare le regole, permane il rischio che ogni riferimento ai diritti venga eliminato. Avere mercati internazionali del carbonio in atto senza precisi riferimenti ai diritti umani potrebbe portare, in nome della riduzione delle emissioni, a soluzioni dannose per le persone e gli ecosistemi. Questo in aggiunta ai problemi legati al conteggio delle emissioni, ovvero come fare in modo che in ogni Paese vengano misurate con le stesse tecniche, assicurare l’accuratezza ed evitare che siano duplicazioni nel loro conteggio; e al problema ancora sospeso di come trattare le quote di emissioni ereditate dal protocollo di Kyoto.

I negoziati della seconda settimana sono in fermento e la società civile è già mobilitata per continuare la pressione su quello che è un punto determinante per mantenere l’integrità dell’Accordo di Parigi

Perdite e danni

Durante la COP19, tenutasi a Varsavia, Polonia, è stato istituito un meccanismo internazionale per gestire le perdite e i danni associati agli impatti del cambiamento climatico, nei Paesi a basso e medio reddito, quelli maggiormente vulnerabili a questo fenomeno. La debolezza del meccanismo è stata la mancanza di previsioni precise per creare un flusso di fondi e di trasferimento di tecnologie adeguate a sostenere le difficoltà di questi paesi.

Il problema permane, ed è riflesso nella bozza di decisione sul rapporto del Comitato Esecutivo (ExCom) del meccanismo pubblicata durante la prima settimana di negoziati, dove non vi è alcuna elaborazione su come fornire i finanziamenti. I Paesi Parte si dividono in questo momento tra paesi che vogliono maggiori riferimenti ad un potenziale meccanismo finanziario, ed altri che vogliono minimizzare i riferimenti per discuterne i dettagli in un secondo momento.

La società civile è in azione anche su questo punto per migliorare il testo spingendo per l’istituzione entro il 2025 di un processo di sostegno finanziario ai Paesi più colpiti e mantenendo l’attenzione sulle responsabilità storiche dei Paesi maggiormente industrializzati, principali responsabili della creazione del fenomeno del cambiamento climatico.

Articolo a cura di Chiara Soletti, Policy Advisor e Coordinatrice sezione Clima e Diritti Umani

Questo articolo del Bollettino COP di ICN fa parte del progetto EC DEAR SPARK. ICN monitora i negoziati e riporta quanto accade in italiano e in inglese, sul nostro sito e sui canali social, come parte di un consorzio paneuropeo di oltre 20 organizzazioni no-profit impegnate nel promuovere la coscienza climatica con particolare attenzione al ruolo dei giovani e ai temi della cooperazione internazionale e delle politiche di genere.

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