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Giu

ESISTONO TASSE EQUE?

  • La giustizia fiscale entra nel cuore del dibattito sulla finanza climatica.
  • Tassare profitti fossili e ultraricchi può trasformare la “scarsità” in scelta politica.
  • Il nodo non è solo raccogliere fondi, ma decidere chi paga e dove vanno reinvestite le risorse.

Martedì 16 giugno, ai negoziati intermedi di Bonn verso la COP31, GI-ESCR, Global Witness, Rosa Luxemburg Stiftung, Stamp Out Poverty, Heinrich-Böll-Stiftung e Oxfam International hanno organizzato l’evento From Scarcity to Abundance: how tax justice measures can deliver public climate finance at scale. Il titolo già era molto promettente: il problema non è soltanto “trovare” denaro, ma decidere chi deve pagare, attraverso quali regole, e con quale destinazione.

A Baku, il Nuovo obiettivo collettivo quantificato sulla finanza climatica ha fissato per il 2035 un traguardo di almeno 300 miliardi di dollari l’anno, con i Paesi sviluppati chiamati a guidare lo sforzo e ha aperto la Baku to Belém Roadmap verso 1.300 miliardi di dollari l’anno da tutte le fonti. Sulla carta le cifre sono cresciute. Nelle sale negoziali, però, i Paesi vulnerabili continuano a chiedere una cosa molto più concreta: finanza pubblica, prevedibile, accessibile, a fondo perduto e non un generico aumento di strumenti finanziari.

La tesi emersa dal side event era chiara: la scarsità di risorse è spesso una scelta politica. Gli stati trovano denaro quando vogliono, per la difesa, per i salvataggi bancari, per proteggere imprese e i consumatori durante le crisi energetiche. La stessa rapidità non si vede quando si tratta di riempire i fondi climatici, finanziare l’adattamento, sostenere perdite e danni o accompagnare una transizione giusta nei Paesi che hanno contribuito meno alla crisi.

Qui entra il tema della giustizia fiscale. Secondo The State of Tax Justice 2024, ogni anno i Paesi perdono circa 492 miliardi di dollari a causa dell’abuso fiscale globale,  ovvero i profitti spostati nei paradisi fiscali da grandi multinazionali e ricchezze individuali nascoste offshore. Per questo la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sulla cooperazione fiscale internazionale è diventata rilevante anche per chi segue la finanza climatica. Il processo fiscale delle Nazioni Unite non nasce dentro l’UNFCCC, ma può incidere su una delle domande più politiche del processo climatico: chi ha il diritto di tassare i profitti e la ricchezza prodotti da attività economiche globali? Se i profitti vengono dichiarati dove conviene pagare meno invece che dove il valore viene creato o il danno viene prodotto, anche la capacità degli stati di finanziare servizi, adattamento e risposta alle perdite e ai danni viene indebolita.

Nel dibattito è tornata anche la cifra dei 7.000 miliardi di dollari di sussidi alle fonti fossili. È un dato che deve essere letto con attenzione. Come spiega Our World in Data, le stime sui sussidi fossili cambiano molto a seconda della definizione usata: i sussidi espliciti globali nel 2022 erano intorno a 1.500 miliardi di dollari, mentre la cifra di 7.000 miliardi usata dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) include anche i costi sociali e ambientali non pagati, come inquinamento atmosferico, danni climatici e altri impatti. Non esiste, quindi, un salvadanaio da 7.000 miliardi da spostare domani mattina verso il clima. Il punto resta però politico: oggi molti sistemi fiscali e di prezzo continuano a rendere artificialmente convenienti attività che producono costi enormi per la collettività.

Una tassazione giusta non si traduce in qualsiasi tassa “verde”. Una tassa sul carbonio che pesa sulle famiglie più povere senza alternative accessibili può diventare ingiusta. Una tassa sui profitti straordinari delle compagnie fossili, sugli extraprofitti di chi beneficia delle crisi energetiche, sui jet privati,  o sulle grandi ricchezze, ha una logica diversa: sposta il peso da chi subisce la crisi a chi ha contribuito di più a crearla o a chi ha maggiore capacità contributiva.

Nella discussione si è fatto riferimento ad un rapporto presentato al G20 che sostiene che un’imposta minima del 2% sulla ricchezza dei miliardari potrebbe generare tra 200 e 250 miliardi di dollari l’anno. La proposta non risolve da sola il problema della finanza climatica, ma rompe un tabù: gli ultraricchi non sono fuori portata. La stessa logica anima proposte come la Climate Damages Tax, una tassa sull’estrazione di combustibili fossili pensata per alimentare il Fondo per perdite e danni e sostenere la transizione nei Paesi più colpiti.

Nel panel, Luiz de Andrade Filho, Finance Coordinator della presidenza brasiliana di COP30, ha sostenuto che la Convenzione fiscale delle Nazioni Unite, l’UNFCCC e le politiche fiscali nazionali sono processi diversi, con mandati diversi, ma che devono parlarsi di più. Dentro la Baku to Belém Roadmap, la tassazione entra quindi come una fonte possibile da studiare meglio: quanto può generare, con quali strumenti e quanta parte di quelle risorse può davvero rientrare nella finanza climatica? Il punto non è sostituire gli obblighi dei Paesi sviluppati con nuove entrate fiscali generiche, ma capire come quelle entrate possano rafforzare, e non diluire, la finanza climatica dovuta ai Paesi vulnerabili.

Il passaggio più netto è arrivato dall’attivista indiano Harjeet Singh.“Far pagare chi inquina” (il famoso slogan “make polluters pay” n.d.r) non significa soltanto tassare una compagnia. Nel regime climatico, la responsabilità primaria resta degli stati, soprattutto dei Paesi sviluppati che hanno obblighi di fornire e mobilitare finanza climatica. Le imprese fossili e gli attori privati non spariscono però dal quadro: devono essere regolati, tassati anche per le esternalità negative e i proventi devono rafforzare la  finanza pubblica. La responsabilità politica non deve essere  spostata unicamente sulle aziende, i governi devono mobilitare risorse adeguate. Singh ha insistito anche su un secondo punto: i fondi esistono, ma non funzionano se restano piccoli, lenti e difficilmente accessibili.

Il punto successivo verte intorno alla destinazione dei soldi. Una tassa può essere progressiva nella raccolta e ingiusta nella distribuzione, se resta tutta nei Paesi ricchi o se rientra nei soliti canali difficili da raggiungere per le comunità vulnerabili. Al side event è emersa una richiesta chiara: usare anche gli strumenti fiscali per rafforzare i fondi già creati nel processo climatico, dal Fondo verde per il clima al Fondo per l’adattamento, fino al Fondo per la risposta a perdite e danni. I Paesi più vulnerabili chiedono risorse nuove, addizionali, accessibili e a fondo perduto e con una governance che non li lasci ai margini.

La moltiplicazione di fondi, finestre, canali bilaterali, iniziative speciali e criteri diversi può anche diventare un modo elegante per spostare il problema. Si discute della governance, delle procedure, dei moduli, dei criteri di accesso. Intanto i soldi non arrivano o arrivano troppo lentamente. Per un Ministero con pochi uffici tecnici, inseguire ogni procedura diventa quasi un lavoro a sé. La diversificazione serve solo se semplifica, non se trasforma la finanza climatica in una mappa frammentata in cui chi ha più bisogno fatica di più a entrare, come hanno anche ribadito in sala alcuni Paesi.

Il ragionamento vale anche per la transizione giusta. Se la transizione deve proteggere lavoratrici, lavoratori, comunità e Paesi dipendenti da economie fossili o vulnerabili agli impatti, servono risorse pubbliche. Senza finanza, la transizione giusta resta una formula elegante. Con strumenti fiscali disegnati bene, può diventare una politica redistributiva: chi ha accumulato profitti e ricchezza dentro un sistema ad alte emissioni contribuisce a finanziare protezione sociale, riconversione produttiva, adattamento, accesso all’energia pulita e riparazione dei danni.

Articolo a cura di Anna Pelicci, Capa Delegazione Italian Climate Network

Immagine di copertina: foto di Anna Pelicci

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