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Ott

Il G20 di Roma si chiude senza passi avanti né indietro sul clima

Il 31 ottobre 2021 si è chiuso a Roma, alla presenza dei leader di tutti i paesi coinvolti e del padrone di casa, il Premier italiano Mario Draghi, il G20 a guida italiana inizialmente previsto per il 2020 e rimandato causa pandemia.

Il vertice di Roma ha in realtà rappresentato l’ultima tappa di un percorso durato un intero anno, con gruppi di lavoro specifici sui singoli temi e molti eventi collaterali in varie città italiane, oltre che on-line.  In particolare, il 22 e 23 luglio scorsi si è tenuto un vertice ministeriale su Ambiente, Clima ed Energia durante il quale le maggiori venti economie del mondo non erano apparse in grado di trovare un accordo su un testo finale, in particolare sui temi dell’uscita dal carbone, della possibilità di stabilire un obiettivo temporale comune per la neutralità climatica delle proprie economie, più in generale di trovare un’unica cornice politica nella lotta ai cambiamenti climatici. Il comunicato ministeriale congiunto Energia-Clima del 23 luglio 2021 rifletteva proprio questa impasse, lasciando in sospeso molte delle questioni cruciali. Non è difficile da immaginare che da subito il governo cinese, con il carbone come parte integrante del proprio energy mix nazionale e un NDC orientato alla neutralità climatica al 2060 (e non al 2050 come l’Unione Europea e gli Stati Uniti), abbia ostacolato il raggiungimento di una dicitura forzata su temi e tempistiche, in netto contrasto con le proprie politiche nazionali.

La guida italiana del vertice nella persona del Presidente del Consiglio Draghi ha tentato un’ultima mediazione nella giornata del 31 ottobre 2021, quando i Capi di Stato e di Governo si sono riuniti a Roma per siglare il documento finale dell’anno prima di volare, nella maggior parte dei casi, direttamente in Scozia per partecipare all’avvio dei lavori di COP26. Il testo finale non vede sostanziali passi in avanti rispetto ai problemi emersi già a Napoli nella scorsa estate, con novità positive e mediazioni al ribasso.

Fra le novità positive si segnala, come espresso dallo stesso Presidente Draghi, che per la prima volta l’intero consesso del G20 ha indicato (punto 22 del documento) la strada del contenimento della crescita delle temperature medie globali entro +1,5°C entro la fine del secolo come indicato dall’obiettivo minimo dell’Accordo di Parigi del 2015, che vede anche un obiettivo complessivo di contenere la detta crescita entro +2,0°C nel caso in cui fosse impossibile fare altrimenti. L’invito a orientarsi sull’obiettivo minimo era venuto già nel 2018 dall’IPCC, il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici, durante la COP24 di Katowice, in Polonia. Nello stesso report la scienza illustrava le possibili strade per rendere quell’obiettivo realizzabile a discapito delle enormi difficoltà tecniche e politiche. Una scelta, quella di esprimersi collettivamente verso l’obiettivo minimo, affatto scontata e sicuramente positiva.

Dall’altro lato, come anticipato non è stato possibile portare la Cina, l’India, altri paesi in via di sviluppo o fortemente dipendenti dal mercato del petrolio ad accettare uno scatto positivo di ambizione verso una neutralità climatica “già” al 2050. Il testo finale del G20 (punto 23) cita infatti la volontà dei paesi a raggiungere la neutralità “entro o intorno la metà del secolo”. Entrambe le parti della frase denotano una voluta opacità: pare che sia l’aggiunta di “intorno” che “metà del secolo” al posto di “2050” siano state formule di compromesso per convincere i più riluttanti sull’ultima bozza. Sempre al punto 23, si parla di una revisione al rialzo degli NDC dei paesi partecipanti “nel caso in cui sia necessario” nel prossimo decennio, una frase che nella sua indeterminatezza lascia margine ai meno ambiziosi e stride con la previsione dell’Accordo di Parigi di una revisione migliorativa quinquennale dei contributi nazionali.

Il testo finale del G20 rispecchia un anno di lavori durante il quale, almeno sulla lotta ai cambiamenti climatici, i grandi paesi occidentali non sono riusciti a trovare compromessi e forza sufficienti per portare i grandi inquinatori verso nuovi obiettivi comuni. Proprio per la sua natura di forum politico, difatti, il G20 (come il G7 ed altre simili esperienze) può rappresentare un laboratorio di governance contemporanea tra potenze, dove però gli interessi nazionali risultano forse più che mai amplificati rispetto alla dispersione dei classici consessi ONU caratterizzati dalla presenza di quasi 200 paesi. Forse, sul tema del clima, proprio l’assenza dei paesi maggiormente a rischio per via degli impatti dei cambiamenti climatici e la sovra rappresentazione percentuale dei paesi grandi inquinatori può aver ritardato decisioni e slanci ora più che mai necessari a COP26.

Il G20 si è concluso senza passi indietro, ma anche senza passi in avanti” ha affermato la nostra Presidente, Serena Giacomin. “L’esito dell’incontro dei grandi leader del mondo ha dimostrato quanto il cambiamento climatico sia un problema complesso, fatto di tanti sistemi interagenti tra loro, da affrontare subito con competenza e determinazione”.

di Jacopo Bencini, Policy Advisor e UNFCCC Contact Point

Questo articolo del Bollettino COP di ICN fa parte del progetto EC DEAR SPARK. ICN monitora i negoziati e riporta quanto accade in italiano e in inglese, sul nostro sito e sui canali social, come parte di un consorzio paneuropeo di oltre 20 organizzazioni no-profit impegnate nel promuovere la coscienza climatica con particolare attenzione al ruolo dei giovani e ai temi della cooperazione internazionale e delle politiche di genere.

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