g7 clima
30
Giu

IL G7 TENTA DI METTERE TOPPE DOVE SERVIREBBE UNA RIVOLUZIONE

Si è svolto in Germania il vertice dei sette paesi occidentali industrializzati, il G7, per l’anno 2022. Presenti Capi di Stato e di Governo, riuniti in Baviera per licenziare la dichiarazione politica finale dopo mesi di incontri di livello ministeriale sui vari settori. 

L’incontro ha senza dubbio risentito, nelle sue prospettive politiche, del conflitto in corso tra Federazione Russa e Ucraina. Quello che avrebbe dovuto essere il G7 sulla ripartenza dopo la pandemia, facendo seguito in questo senso al precedente vertice di Cornovaglia del 2021, per forza di cose è invece divenuto un summit su sicurezza energetica, cibo e prospettive economiche.

Presenti al tavolo leadership deboli (Germania), recentemente indebolite (Francia), con prospettive incerte (Stati Uniti, con le elezioni mid-term a ottobre), se non addirittura in scadenza (Italia). Un quadro sicuramente non di proiezione di potenza né di prospettiva rispetto all’aggressività russa sul fronte orientale e davanti alle numerose sfide economiche e geopolitiche di questo 2022. Un galleggiamento forse salvato dal quasi contemporaneo vertice NATO che martedì 28 giugno si è aperto in Spagna, tramite il quale la proposizione di una nuova proiezione strategica dell’Occidente potrebbe in qualche modo offuscare, temporaneamente, le vicende politiche interne.

G7, sul clima nessuna nuova idea e formule vaghe

Lato clima, i leader del G7 hanno riaffermato impegni e prospettive già espressi e noti. Tra questi:

  • la necessità di mantenere la crescita delle temperature medie globali entro +1,5°C entro la fine del secolo in linea con l’Accordo di Parigi e l’IPCC;
  • l’urgenza di ridurre di circa il 43% le emissioni globali rispetto al 2019 entro il 2030;
  • l’impegno di rivedere al rialzo i contributi nazionali sotto l’Accordo di Parigi (NDCs) entro la fine del 2022 come stabilito a COP26;
  • l’impegno di raggiungere i 100 miliardi in finanza climatica il prima possibile e comunque entro il 2023;
  • l’impegno a eliminare i sussidi fossili inefficienti entro il 2025;
  • l’impegno sul metano preso a Glasgow. 

Molte dovute rassicurazioni dunque, comunque non banali visto il contesto corrente

Se nel 2021 i due forum G7 e G20 avevano svolto la funzione di apripista sull’ambizione climatica, quest’anno possiamo vedere come dal vertice ristretto non sia uscito sostanzialmente niente di politicamente nuovo, e tantomeno potremo aspettarci dal G20, del quale la Federazione Russa fa (ancora) formalmente parte. Nessuna nuova idea e formule vaghe.

La quinta pagina del comunicato finale è un esempio di questa indeterminatezza. Si dice che i Paesi del G7 “si impegnano ad evitare ogni nuovo supporto pubblico per il settore internazionale dell’energia da fonti fossili non compensata entro la fine del 2022, salvo ben delimitate circostanze chiaramente definite da ogni Paese in linea con il limite di +1,5°C e gli obiettivi dell’Accordo di Parigi”. Rimangono quindi leciti i supporti attuali? Quelli privati, o privati finanziati però anche parzialmente da finanza pubblica? Sono lecite le installazioni compensate da cattura e stoccaggio, e se sì, entro quali limiti? Quali sono le linee guida a cui ogni Paese dovrà rifarsi nell’identificazione delle circostanze speciali? Nessuna di queste domande trova oggi risposta, e forse non è un caso.

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Mario Draghi, Emmanuel Macron, Boris Johnson e Olaf Scholz. Photo: Federal Government/Balk

Clima, al G7 le uniche nuove idee vertono su due fronti: ambizione climatica e loss and damage.

Ambizione climatica

Sull’ambizione climatica, almeno in apparenza, si cerca di dare una spinta in avanti con la creazione del Climate Club, un “forum intergovernativo di alta ambizione” pensato per operare ad una maggiore velocità rispetto al processo negoziale UNFCCC – secondo un copione già visto a Glasgow nel 2021, quello delle due velocità. Il Climate Club, da lanciare operativamente e quindi con una propria struttura intergovernativa entro la fine del 2022, sarà costruito sui tre pilastri dell’ambizione nelle politiche, della trasformazione coordinata tra i paesi partecipanti dei principali settori economici e, infine, dei partenariati e della cooperazione internazionale. Il tutto sotto l’ombrello di scenari climatici e politiche compatibili con l’Accordo di Parigi nel suo obiettivo più ambizioso, quello di +1,5°C. 

A nostro avviso l’emergere delle due velocità – estremizzate a Glasgow con il lancio in pochi giorni di quasi dieci iniziative multilaterali in parallelo – non contrasta con un più rapido raggiungimento degli obiettivi climatici internazionali, anzi ne potenzia le possibilità di raggiungimento. Tuttavia non possiamo evitare di chiederci se il lancio del Climate Club non rappresenti un’operazione di mera prospettiva, se non di facciata, rispetto agli esiti di un vertice altrimenti deludente sulle politiche del clima. Specie se consideriamo il fatto che nella stessa dichiarazione finale del vertice i leader insistono su misure transitorie di adattamento energetico allo scenario geopolitico, con una richiesta formale ai paesi produttori di petrolio di aumentare la produzione e proponendo nuovi investimenti pubblici in reti per il trasporto di gas naturale e GPL.

Un ponte per il dopo-guerra, a voler essere ottimisti. Toppe dove servirebbe una rivoluzione: la transizione energetica dalle fonti fossili a quelle rinnovabili.

Il Climate Club può infatti rappresentare una grande opportunità, come evidenziato nelle richieste dei giovani del percorso Y7, ma può anche rivelarsi come l’ennesimo foro di dialogo privo di ricadute politiche concrete – si veda il recente esempio dei Glasgow Climate Dialogues – se, come possibile, l’attuale riassetto degli energy mix nazionali dei paesi G7 dovesse rivelarsi strutturale.

Loss and Damage

Sul tema delle perdite e danni, in inglese loss and damage, il G7 ha invece espresso una linea nettamente deludente. Ad appena due settimane dallo strappo politico osservato ai negoziati intermedi UNFCCC da parte dei paesi in via di sviluppo – che dopo la delusione dei Glasgow Climate Dialogues hanno chiesto con forza l’istituzione di un fondo per perdite e danni a COP27 – i leader del G7 hanno voluto battere un colpo sul tema lanciando uno Scudo Globale contro i Rischi Climatici (Global Shield against Climate Risks). Si tratta di un potenziamento di iniziative di tipo assicurativo esistenti (ad esempio, potenziando la InsuResilience Global Partnership), dirottando quindi su dinamiche di tipo assicurativo – e quindi su rischi futuri e potenziali –  il tema invece centrale delle riparazioni per perdite e danni già in corso.

Articolo a cura di Jacopo Bencini, Policy Advisor e UNFCCC Contact Point

Crediti della foto di copertina: Federal Government/Denzel

Italian Climate Network ha seguito i lavori del G7 tramite la partecipazione della nostra Aurora Audino al percorso Youth7 (Y7) nel ruolo di Delegata alla Sostenibilità per l’Italia; similmente sta partecipando, tramite la Sezione Advocacy ed in particolare la volontaria Teresa Giuffré, ai tavoli di lavoro del Civil20 (C20), engagement group del G20 in vista del vertice previsto per fine anno a Bali, Indonesia. Continueremo a proporvi aggiornamenti tramite il nostro sito ed i nostri canali social.

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