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Mar

IL RAPPORTO AR6 DELL’IPCC ATTRAVERSO IL PRISMA DEI DIRITTI UMANI

Come Italian Climate Network abbiamo già avuto modo di aggiornarvi sulla recente pubblicazione del Rapporto di sintesi del Gruppo intergovernativo sul Cambiamento Climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC), qui il link al nostro commento. Tuttavia, proprio sulla base delle valutazioni fornite dal rapporto, ne approfondiremo ora ulteriormente i contenuti specialmente in tema di diritti umani.

Innanzitutto importante è precisare che il rapporto AR6 (Assessment Report) dell’IPCC sarà l’ultimo di questa decade. L’IPCC, infatti, produce il suo ciclo completi di rapporti ogni circa 7 anni e il prossimo ciclo AR7 si concluderà solo nel 2030. Prima di allora avremo già preso le decisioni (politiche, tecniche, sociali) che mostreranno se saremo stati in grado di rispettare il target minimo di +1,5°C fissato dall’Accordo di Parigi oppure se, diversamente, lo avremo superato, e di quanto.

A questo riguardo l’AR6 fornisce tutte le informazioni necessarie affinché la comunità internazionale possa elaborare scelte climatiche fondamentali e critiche allo stesso tempo, per questa e le future generazioni. Sulla base di diversi quadri analitici, il rapporto identifica varie opportunità per politiche ed azioni che siano efficaci, realistiche, giuste ed eque. Come affermato anche da Lucia Perugini, Scientific Senior Manager al CMCC, il rapporto è il frutto del lavoro immenso di più di 1.400 esperti che hanno lavorato su base volontaria alla sua realizzazione e il cui contributo deve essere rispettato e valorizzato. 

Il rapporto non soltanto fornisce informazioni di carattere meramente scientifico, ma riconosce l’interdipendenza tra clima, ecosistemi e società umana, identificando la stretta relazione tra cambiamenti climatici e benessere umano. Si includono, quindi, valutazioni dettagliate in materia di impatti del cambiamento climatico su tutto lo spettro dei diritti umani. In questo senso, il report conferma quello che viene definito un approccio al cambiamento climatico fondato sui diritti umani (human rights-based approach). Il rapporto è, infatti, intriso di concetti chiave come giustizia climatica, diritti umani, ineguaglianze.  

Tutto ciò, non ha solo la volontà di generare il cosiddetto ‘human rights-bandwagoning’, ovvero utilizzare il linguaggio comune e diffuso dei diritti umani per costruire consenso e senso di comunità nella società civile, a livello di comunità internazionale e intragenerazionale. Come dichiarato alla 52esima sessione dello Human Rights Council da Elisabeth Gilmore, una delle autrici del report e parte del Working Group II su impatti, adattamento e vulnerabilità, il rapporto vuole anche fornire linee guida precise ai decisori politici affinché la lotta al cambiamento climatico, nei termini di politiche, leggi, progetti da implementare, possa garantire anche equità e giustizia sociale e climatica. 

La necessità di un approccio integrato ed inclusivo al cambiamento climatico che sia fondato sulla tutela dei diritti umani è fondamentale anche con riferimento all’implementazione delle misure di adattamento e mitigazione necessarie per farvi fronte. In quest’ottica la voce dei giovani, dei popoli indigeni e dei movimenti per i diritti umani, l’attivismo di genere e le cause legali sul clima agiscono come catalizzatori di una maggiore consapevolezza climatica collettiva. Il discorso pubblico si è arricchito di tematiche ambientali e il coinvolgimento di questi attori nei processi decisionali sta migliorando la governance climatica nazionale e internazionale.

Questo è tanto più vero rispetto a quegli eventi che ormai non sono più reversibili, un aspetto che è stato ben illustrato dall’Ambasciatrice Doreen de Brum, Rappresentante Permanente della Repubblica delle Isole Marshall presso le Nazioni Unite durante la  52esima sessione dello Human Rights Council tenutasi lo scorso 21 marzo. Con i loro atolli appena due metri sopra il livello del mare, le Marshall Island rischiano di scomparire entro il 2050 diventando veramente – e non solo per slogan – il “canarino nella miniera” che ci avvertiva dei danni estremi del cambiamento climatico e dei costi enormi della nostra inazione. Secondo l’ultimo rapporto dell’IPCC il tasso medio di aumento del livello del mare è passato dal 1.3mm/anno tra il 1901 e il 1971, al 3.7 mm/anno tra il 2006 e il 2018 e continua ad aumentare.

In generale, l’entità e la portata degli impatti del cambiamento climatico sono molto superiori rispetto a quelli stimati nelle precedenti valutazioni dell’IPCC. L’inasprimento degli eventi estremi causati dal cambiamento climatico come ondate di calore, precipitazioni intense, siccità, cicloni hanno esposto milioni di persone ad una crescente insicurezza alimentare e idrica. Troppo spesso ci dimentichiamo di quanto le vulnerabilità umane ed ecosistemiche siano interdipendenti e sono proprio le comunità più vulnerabili (circa 3.3-3.6 miliardi di persone) e quelle che hanno storicamente contribuito meno al cambiamento climatico ad essere colpite per prime dai suoi impatti. Si è registrato che dal 2010 al 2020, la mortalità umana per eventi meteorologici e climatici è stata di 15 volte superiore nelle regioni più vulnerabili rispetto ad altre. 

Cosa fare in concreto dunque e come? Come dicevamo il lavoro immenso della comunità scientifica che ha elaborato l’AR6 dell’IPCC non è solo una fotografia dello stato climatico attuale. Il rapporto fornisce delle indicazioni precise sul cosa fare e come agire nel rispetto dei diritti umani

In primo luogo, sottolinea Lili Fuhr del Center for International Environmental Law (CIEL) è importante formulare modelli economici che tengano conto delle evidenze scientifiche e che consentano di adempiere gli obblighi internazionali in materia di riduzione delle emissioni di carbonio. Questo al fine di evitare violazioni dei diritti umani causate dagli effetti del cambiamento climatico che appunto derivano dalla emissione in atmosfera di elevate quantità di CO2. È necessario non affidarsi a soluzioni che potrebbero essere ritenute una ‘scorciatoia’ rispetto alla necessaria e più impegnativa transizione ecologica verso le rinnovabili e l’abbandono definitivo dei combustibili fossili (in gergo il ‘fossil fuel phase out’).

Nel contempo, suggerisce Ben Schachter dell’OHCHR (Ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani), è fondamentale soffermarsi nuovamente sulla comunicazione di questi temi. A suo avviso, infatti, è questo il tempo per l’utilizzo di un linguaggio più duro ed efficace che sottolinei la gravità della crisi climatica che stiamo vivendo e che ispiri la comunità internazionale alla adozione di un potenziale Global Solidarity Pact per una equa distribuzione delle responsabilità.

Infine, Jonas Kampus di Climate Strike Switzerland ci ricorda come l’AR6 sia un lavoro di una comunità, quella scientifica, a favore di tutta la comunità e in primis della società civile. Questo lavoro, dunque, è per noi – anche per noi di ICN – e serve a noi come terreno comune per chiedere e attendersi di più dai governi. D’altro canto, questo non è più il tempo dei tentennamenti, ma del fare e i dubbi non possono più trovare spazio nel dialogo pubblico sul cambiamento climatico. C’è un (piccolo) spiraglio di opportunità per garantire a noi tutti un futuro, ma si sta chiudendo rapidamente. 

Articolo a cura di Erika Moranduzzo e Camilla Pollera, Co-coordinatrici della sezione Clima e Diritti

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