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Ott

LA SFIDA DELLA PARITÀ DI GENERE ALLA COP26

Nata a fine 2020 su iniziativa di tre donne, SHEChangesClimate (“Lei cambia il clima”) è una campagna sottoscritta da più di 400 attiviste e leader ambientali, per chiedere al Governo britannico un’equa rappresentanza di genere all’interno dei negoziati sul clima.

Dal 31 ottobre al 12 novembre si terrà a Glasgow in Scozia la Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (COP26), che vedrà raccogliersi tutti i rappresentanti dei 197 stati firmatari dell’UNFCCC, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 1992. Giunta alla sua 26° edizione, sin dai primi passaggi organizzativi la COP si è vista puntare i riflettori di molti movimenti femministi, causa la forte disparità di genere ai tavoli negoziali. Annunciando i componenti della commissione della Gran Bretagna, Paese ospitante di quest’edizione, non è infatti passata inosservata la predominanza maschile, con ben l’85% delle presenze, a discapito del limitato numero di donne.

Ad accendere i riflettori sulla vicenda sono state proprio tre donne – Antoinette Vermilye, Bianca Pitt e Elise Buckle – che nel novembre 2020 hanno dato avvio alla campagna SHEChangesClimate, volta a garantire una rappresentazione giusta e paritaria delle donne alla prossima Conferenza sul clima.

Richiamando al Gender Action Plan firmato alla COP25 di Madrid e all’impegno assunto da tutti i Paesi per una maggiore ed equa rappresentanza di genere ai negoziati sul clima, SHEChangesClimate ha rivolto al Presidente della COP26 Alok Sharma, e al Primo Ministro britannico Boris Johnson, una lettera aperta con la richiesta di maggiore responsabilità e trasparenza sulla parità di genere dei membri della commissione durante la conferenza. La lettera è stata sottoscritta da oltre 400 attiviste e leader ambientali, tra cui spiccano nomi di rilievo come quello di Laurence Tubiana, co-autrice dell’Accordo di Parigi, e Mary Robinson, ex-Presidente dell’Irlanda.

La richiesta di garanzia di un’equa distribuzione dei posti ai tavoli decisioni, si fonda su evidenze comprovate: non solo le donne rappresentano la metà della popolazione mondiale e hanno, quindi, il diritto ed il merito di far sentire la propria voce, ma sono anche la parte che maggiormente e/o più violentemente subisce gli effetti del cambiamento climatico. La povertà e le diseguaglianze all’interno di molte comunità ed il ruolo che tradizionalmente lega le donne alle risorse naturali, le espone infatti a maggiori rischi in caso di eventi ambientali e atmosferici estremi. Allo stesso tempo, sempre maggiori evidenze dimostrano che la presenza di donne ai tavoli decisionali è un valore aggiunto, che non solo migliora la cooperazione tra le parti, ma permette anche di trovare soluzioni più efficaci per far fronte ai cambiamenti climatici, e prendere decisioni più giuste e inclusive, rispondenti ai bisogni di tutta la comunità. La mancanza di un’equa rappresentanza di genere nelle sedi negoziali rischia, quindi, di minare la credibilità e la rappresentatività delle decisioni prese dai Governi per fronteggiare le importanti sfide poste dai cambiamenti climatici.

Nata a novembre, la campagna continua ancora oggi la sua battaglia. L’obiettivo non è solo quello di vedere la prima commissione COP composta in egual misura da donne e uomini, bensì SHEChangesClimate punta ad assicurare che le donne siano equamente rappresentate in tutte le delegazioni inviate dagli stati partecipanti e che vengano istituiti degli standard internazionali per tutte le future COP.

Grazie alla campagna, sono stati fatti importanti passi avanti, ottenendo maggiore trasparenza e responsabilizzazione del Governo britannico in questa direzione. Un vero fenomeno quello di SHEChangesClimate che ad oggi ha raggiunto più di 4.000 follower su Instagram e che porta avanti imperterrita la sua battaglia sui social e nelle sedi di potere, per una COP26 più inclusiva e rappresentativa dove le voci, gli interessi e le prospettive delle donne siano equamente rappresentate – un esempio che speriamo sia d’ispirazione per altre Nazioni.

Articolo a cura di Michela Lonardi

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