20
Lug

Perdite e danni, mitigazione, adattamento. È il momento di usare le parole giuste

In questi mesi – come Italian Climate Network e come società civile europea – stiamo cercando di attirare l’attenzione dei decisori politici e dell’opinione pubblica sul cosiddetto Loss&Damage, il tema delle perdite e dei danni legati ai disastri climatici. Ma non è facile, da un lato perché quello dell’emergenza climatica continua a rimanere agli occhi dell’opinione pubblica un problema “troppo alto”, troppo lontano, troppo grande per toccare le corde dell’individualità, della quotidianità, nonostante tutto. Dall’altro, perché in questo contesto di scarsa (in)formazione continuiamo a fare confusione tra le tante definizioni e numerosi termini spesso percepiti come troppo tecnici, tanto da confondere e allontanare dal problema.

Crediamo sia però il tempo delle parole giuste, da condividere con la serenità di chi vuole fare un percorso insieme, senza pretendere di insegnare o ammonire nessuno, ma semplicemente aiutandoci a vicenda nella comprensione di quello che sta succedendo. Questo è da sempre lo spirito alla base del lavoro dell’associazione di cui sono Presidente, l’Italian Climate Network. E in questo modo vorremmo accompagnarvi nella lettura di questo articolo.

Quanto successo quest’anno in Emilia-Romagna e nell’alto Mugello ci avvicina al tema – quello delle perdite e dei danni – e ci fornisce l’ennesima esperienza, ma forse ancora non ci fornisce un linguaggio comunemente compreso. È evidente che in Emilia-Romagna ci siano state perdite: perdite irrecuperabili, come vite umane (17 morti), animali, perdite economiche e d’impresa, rispetto alle quali famiglie e aziende dovranno ripartire da zero, aiutate dalla finanza pubblica. È evidente che vi siano stati dei danni, dove per danni si intendono quei danneggiamenti, rotture, temporanee inagibilità, in qualche modo riparabili, aggiustabili, sempre con il debito sostegno delle istituzioni, delle categorie d’impresa, delle comunità, auspicabilmente nel minor tempo possibile. Quello di perdite e danni sembrerebbe – pensando alla nostra Italia – un concetto abbastanza intuitivo. Spesso purtroppo non lo è, e lo diventa ancora meno quando si prova a collegare questo concetto al riscaldamento globale, ai suoi effetti e alle responsabilità.

Di chi o di che cosa è la colpa? Del dissesto idrogeologico e dell’incuria del territorio? Della cementificazione? Della naturale variabilità meteorologica? O dei cambiamenti climatici? Quelle perdite e quei danni sono davvero imputabili al clima che cambia e quindi alle nostre politiche in termini di emissioni di gas climalteranti in atmosfera? La risposta a quest’ultima domanda è sì: è anche colpa dei cambiamenti climatici, capaci di accrescere enormemente il pericolo a cui siamo esposti, la nostra vulnerabilità al rischio. E per provare a dare una stima quantitativa di quanto il riscaldamento globale riesca a potenziare gli impatti di un fenomeno meteorologico esiste la cosiddetta Scienza dell’Attribuzione. Questa scienza – come del resto tutte le scienze – non ha come obiettivo quello di restituire certezze, ma dati e informazioni aggiuntivi per poter meglio valutare l’accaduto e definire la miglior strategia per gestire il rischio presente e futuro.

Una scienza che sta acquisendo sempre maggior rigore e altrettanta importanza, tanto che ad ogni pubblicazione si alza il “polverone” come accaduto poche settimane dopo l’evento alluvionale in Emilia Romagna (qui il link all’articolo del blog Climalteranti.it per approfondire il dibattito emerso dalla prematura pubblicazione del World Weather Attribution).  Ecco che, grazie a questo piccolo esempio italiano, può esserci ora più semplice comprendere i problemi di attribuzione necessari per affrontare il nostro tema di partenza: il Loss&Damage. 

Ma c’è un altro passo difficile da compiere. Anche nel caso in cui si riuscisse a quantificare le perdite e i danni attribuibili al riscaldamento globale da indennizzare, secondo quali schemi assicurativi o di rimborso si potrà risarcire l’imprenditore, il contadino, la famiglia colpita, basandosi su finanza pubblica mobilitata come “finanza climatica”? Se lo chiedono da anni in Mozambico, in Pakistan, in varie parti del mondo, all’ONU, alle conferenze internazionali. Oggi siamo arrivati a chiedercelo anche nella nostra fragilissima Italia.

Se le perdite e i danni sono attribuibili all’estremizzazione climatica, chi dovrebbe pagare? Chi sono i principali responsabili del riscaldamento globale? Chi ha emesso di più gas serra dalla rivoluzione industriale? Queste sono domande difficili, per cui esiste una risposta molto semplice (solo che è difficile da digerire).

Cosa ben diversa è parlare di adattamento ai cambiamenti climatici, anche se – abbastanza incredibilmente – tra adattamento e perdite e danni si fa ancora molta confusione, soprattutto a livello politico. Alla COP27, sette mesi fa, alcuni governi (penso agli Stati Uniti) hanno introdotto proposte di “adattamento preventivo” rispetto a perdite e danni, altri hanno insistito sul fatto che non si dovrebbero erogare compensazioni, rimborsi a Paesi colpiti da perdite e danni se in quel Paese erano presenti casi di mal-adattamento precedenti. Ma proviamo a sgombrare il campo dai dubbi con un po’ di vocabolario.

Nelle politiche per il clima si parla di mitigazione per indicare tutte le politiche di riduzione delle emissioni dei gas capaci di alterare la temperatura globale. Si parla contestualmente di adattamento per indicare tutte quelle politiche e quei progetti che aiutano le comunità locali a prepararsi nella maniera più sicura possibile al clima che cambia. Sono azioni di adattamento quelle tese a ridurre la vulnerabilità di un territorio e delle persone che lo abitano, riducendo e gestendo il rischio. Per essere gestito e affrontato, il rischio deve essere conosciuto e capito, nei limiti dei modelli scientifici disponibili. In questo è fondamentale il ruolo della Protezione Civile in piena sinergia con i livelli di Governo nazionale, regionale e locale, penso per esempio allo sviluppo dei sistemi di prevenzione e allerta regionali che già conosciamo anche in Italia (e li conosciamo sì, ma non abbastanza). Nei Paesi più fragili adattamento significa anche spostare villaggi costieri verso zone più collinari in vista dell’aumento dei livelli del mare, proteggere i luoghi di coltivazione e lavorazione del cibo, cambiare tipi di coltivazioni verso sementi più resistenti al nuovo clima, per esempio. Queste cose stanno già accadendo e hanno implicazioni sociali e culturali spesso molto problematiche.

Mitigazione, adattamento e perdite e danni possono essere letti secondo una sequenza logica: più agiremo in mitigazione, meno gravosa sarà la necessità di agire in adattamento in futuro. Perdite e danni occorrono quando le azioni di mitigazione degli anni precedenti non sono state sufficienti ad evitare l’impatto dell’estremizzazione climatica, e le azioni di adattamento non sono state sufficienti a evitare perdite e danni a fronte dell’accadimento di fenomeni estremi, dove per fenomeni estremi si intendono fenomeni meteorologici calamitosi di particolare intensità. Sembra semplice, eppure per molti governi ancora non lo è.

L’Accordo di Parigi del 2015, sul quale si basano le politiche climatiche di tutti i Paesi del mondo, dice all’articolo 8 che i Paesi “riconoscono l’importanza di evitare, minimizzare e affrontare perdite e danni associati agli effetti avversi dei cambiamenti climatici”. Da quella formulazione così vaga, ma così importante, dal 2015 la politica ha fatto passi avanti e siamo arrivati, nel 2022, all’adozione della decisione-chiave della COP27, che prevede il lancio di un fondo multilaterale (un’entità gestita da tutti i Paesi che raccoglie e poi eroga risorse secondo criteri condivisi) proprio sulle compensazioni per perdite e danni per i Paesi più colpiti. È evidente che quei Paesi che ancora meno di un anno fa provavano a distogliere l’attenzione dalle compensazioni economiche a chi viene colpito da perdite e danni parlando di “adattamento preventivo” abbiano tentato di aggiungere un po’ di confusione all’impasto per arrivare a una ricetta finale meno ambiziosa. Non è affatto un mistero che molti Governi occidentali non vogliano investire nuove risorse in perdite e danni sofferti da Paesi lontani, secondo generiche imputazioni di responsabilità storica in termini emissivi.

Parlare di adattamento e di perdite e danni però non è la stessa cosa, come abbiamo visto. Per questo è necessario sminare il campo di gioco da ogni tentativo di distrazione indotta, concentrandoci su tutti i tre gli obiettivi contemporaneamente, senza mischiarli nella scrittura delle politiche. Urge ridurre le emissioni fino ad azzerarle, urge investire in prevenzione e gestione del rischio rispetto ai cambiamenti già in atto, urge prevedere risorse adeguate per chi si troverà in situazioni estreme, soprattutto nei contesti più fragili.

Saltare anche solo un pezzo di questo schema sarà più dannoso che inutile.

Articolo a cura di Serena Giacomin, Presidentessa Italian Climate Network

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