ABBIAMO INCONTRATO LA DELEGAZIONE EUROPEA A COP30
- Adattamento: l’UE riconosce i progressi tecnici, ma evita di prendere nuovi impegni quantitativi in questa fase, rimandando qualunque cifra concreta al nuovo obiettivo da 300 miliardi. La società civile chiede più sovvenzioni e finanza di qualità.
- Ambizione sulla mitigazione: l’UE punta a un esito forte su NDC, in allineamento con AOSIS (Alleanza dei piccoli Stati Insulari) che ha proposto un nuovo punto agenda sul gap verso 1,5 °C. Troppa prudenza nel sostenere apertamente iniziative politiche esterne (come la Dichiarazione della Colombia) e nel vincolarsi a un percorso esplicito di phase-out.
- Just Transition e CBAM: la società civile chiede un sostegno chiaro al Belém Action Mechanism, ma l’UE esclude nuovi meccanismi. Sul CBAM cerca comprensione politica, pur riconoscendo le preoccupazioni dei Paesi in via di sviluppo.
È stata un’ora fitta, in cui diplomazia, pragmatismo e qualche tensione sotterranea si sono intrecciati, quella dell’incontro tra la società civile europea e la delegazione UE – cui ha partecipato anche una rappresentanza di Italian Climate Network – per chiedere all’Unione Europea di assumere un ruolo di guida forte nelle trattative negoziali.
Un’apertura carica di aspettative
CAN Europe ha introdotto l’incontro ricordando che rappresenta oltre duecento organizzazioni ambientaliste che seguono da vicino questi negoziati per cui le priorità condivise sono quattro: adattamento, transizione dai combustibili fossili (indicata nel negoziato come Transition Away from Fossil Fuels, TAFF), giusta transizione (Just Transition Work Programme, JTWP) e il Piano d’Azione di Genere (Gender Action Plan, GAP).
La Delegazione dell’Unione Europea ha ascoltato con attenzione, mantenendo un atteggiamento che ha oscillato costantemente tra disponibilità al dialogo e una prudenza che, col passare dei minuti, è apparsa sempre più strutturale.
Adattamento: progressi tecnici, blocchi finanziari
Dal lato della società civile sono stati riconosciuti passi avanti nelle discussioni sui Piani Nazionali di Adattamento (National Adaptation Plans, NAPs) e nello sviluppo degli indicatori del Global Goal on Adaptation (GGA). Le organizzazioni hanno sottolineato, in particolare, l’importanza di includere indicatori solidi anche sui mezzi di implementazione (Means of Implementation, MoI), così da garantire che gli impegni politici non restino privi degli strumenti finanziari e tecnici necessari. Nonostante questi progressi, la questione decisiva rimane invariata: mancano risorse adeguate e, in particolare, sovvenzioni, indispensabili affinché i Paesi più vulnerabili non aggravino ulteriormente il proprio debito. Le richieste includono un incremento significativo della finanza per l’adattamento in linea con le aspettative dei Paesi meno sviluppati, oltre alla necessità che tale finanza sia di qualità, rispetto ai crescenti timori legati all’uso di prestiti non concessionali e al ruolo delle banche multilaterali di sviluppo.
La risposta dell’Unione europea è stata tecnica e improntata al realismo politico. L’UE ha riconosciuto i progressi nei NAPs, l’esigenza di indicatori credibili per il GGA e ha confermato che gli indicatori sui MoI sono considerati parte integrante del pacchetto sull’adattamento. Tuttavia, ha chiarito fin dall’inizio un limite politico preciso: non vi sarà alcun nuovo impegno quantitativo in questa fase del negoziato. L’UE ha rimandato ogni discussione numerica alla cornice del nuovo obiettivo collettivo quantificato sulla finanza climatica (New Collective Quantified Goal, NCQG) concordato a COP29, che prevede un ammontare complessivo di 300 miliardi di dollari annui. Sottolineando anche che il contesto internazionale è mutato profondamente rispetto agli anni passati, sia per il cambiamento nella composizione dei principali donatori, sia per la necessità di definire chi debba contribuire all’interno del nuovo quadro.
Infine, la Delegazione Europea ha insistito sul fatto che, nella definizione degli indicatori del GGA, gli aspetti relativi ai mezzi di attuazione saranno cruciali per orientare il dibattito futuro sulla ripartizione della finanza. Al tempo stesso, ha osservato che l’assenza di alcuni grandi donatori tradizionali e le sensibilità geopolitiche attuali rendono ogni decisione su nuovi impegni finanziari fortemente politici, destinata a essere discussa a livello ministeriale nella fase conclusiva della COP.
Ambizione e uscita dai combustibili fossili: tra volontà dichiarata e limiti politici
CAN Europe ha insistito sulla necessità che questa COP produca un risultato formale e non soltanto simbolico sulla transizione dai combustibili fossili, con obiettivi temporali, monitoraggio e adeguato sostegno (i cosiddetti Means of Implementation). In questo quadro, sono stati citati tre elementi politici che stanno contribuendo a orientare il dibattito internazionale:
- il processo su “Transitioning Away from Fossil Fuels” (TAFF), un’iniziativa ancora informale che punta a definire una possibile tabella di marcia per la riduzione graduale dei combustibili fossili e che si basa sui risultati del primo Global Stocktake di COP28;
- il parere consultivo alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), che mira a chiarire le responsabilità degli Stati rispetto alla protezione del clima, fornendo un riferimento giuridico ulteriore al dibattito politico su mitigazione e phase-out;
- la Dichiarazione della Colombia, una dichiarazione politica volontaria che propone un percorso chiaro e coerente con 1,5°C per l’uscita dai combustibili fossili e che cerca di costruire un fronte di Paesi favorevoli a un phase-out più rapido.
CAN Europe ha sottolineato che la Dichiarazione della Colombia non sostituisce il processo negoziale né anticipa decisioni formali sul TAFF. Piuttosto, lo affianca come segnale politico dei “Paesi volenterosi”, utile a creare consenso e pressione costruttiva sulla presidenza e sugli altri gruppi negoziali.
L’UE ha ribadito di voler ottenere un risultato solido sia sulla risposta al Global Stocktake (la revisione complessiva dei progressi dell’Accordo di Parigi) sia sull’aumento dell’ambizione nelle future Contribuzioni Determinate a Livello Nazionale (Nationally Determined Contributions, NDCs). Nelle discussioni ha riconosciuto apertamente le tensioni interne al gruppo dei Paesi in via di sviluppo (G77), osservando come diversi Paesi vulnerabili stiano chiedendo con forza un avanzamento più concreto. Tra questi, un ruolo centrale lo svolge l’Alliance of Small Island States (AOSIS), con cui l’UE si trova spesso allineata sugli obiettivi di integrità e ambizione del processo multilaterale.
Proprio AOSIS ha chiesto di aggiungere in agenda un nuovo punto specifico sulla risposta collettiva al gap di attuazione e di ambizione verso l’obiettivo di 1,5 °C, legato alla sintesi tecnica sulle NDC pubblicata dal Segretariato. La richiesta è stata aggiunta al progetto di agenda della sessione, come previsto dalla procedura. In queste ore le Parti stanno discutendo se includerlo definitivamente nell’agenda formale e, dai segnali emersi, appare probabile che si arrivi a un accordo politico nelle prossime riunioni. La plenaria di sabato potrebbe essere il momento in cui la decisione verrà finalizzata.
L’UE ha valutato positivamente la proposta di AOSIS e ha dichiarato di voler collaborare strettamente per mantenere alta la pressione negoziale. Per la Delegazione Europea, un segnale forte su NDC e attuazione dell’esito del Global Stocktake è fondamentale per costruire un pacchetto equilibrato e credibile e l’allineamento con AOSIS rappresenta un elemento chiave per spingere il resto del G77 verso un risultato più ambizioso.
Tuttavia, quando si passa dal piano dei principi a quello degli strumenti politici, l’UE adotta un approccio più cauto. Guarda con attenzione alla dichiarazione proposta dalla Colombia, ma senza esprimere un sostegno esplicito e per l’esito formale di COP30 sta valutando diverse possibilità. Tra queste, la cover decision è indicata come una delle opzioni sul tavolo, sebbene secondo diverse fonti interne sarebbe ormai certa, ma l’UE sottolinea di volersi mantenere “flessibile” sulla forma finale del pacchetto. Questa cautela viene motivata con la necessità di preservare il consenso tra alleati e partner e contribuisce a un’impressione generale di prudenza, più che di spinta politica, nella definizione dell’architettura decisionale della conferenza.
Just Transition: entusiasmo nel principio, reticenze sugli strumenti
La discussione sulla Just Transition (transizione giusta) è stata probabilmente la parte più importante dell’intero incontro. Le reti della società civile hanno insistito affinché l’UE sostenga con decisione il Belém Action Mechanism (BAM), un possibile nuovo meccanismo dedicato a coordinare le transizioni eque a livello globale. Hanno richiamato il fatto che oggi solo una quota minima della finanza climatica internazionale (circa il 2,8%) confluisce in iniziative legate alla giusta transizione chiedendo che tali progetti diventino chiaramente eleggibili ai finanziamenti climatici. Parallelamente, hanno sottolineato la necessità di un quadro di protezione per comunità locali e Popoli Indigeni, soprattutto lungo l’intera filiera dei minerali critici e hanno chiesto che venga garantito il rispetto dei diritti, incluso il consenso libero, previo e informato. Altri elementi richiamati hanno incluso l’accesso a cibo, acqua ed energia, e una maggiore coerenza nell’erogazione dei mezzi di attuazione (Means of Implementation, MoI), considerati fondamentali per rendere realizzabili i percorsi di transizione giusta delineati nei diversi Paesi.
L’UE ha riconosciuto il valore del concetto di transizione giusta e ricordato di aver già sviluppato strumenti analoghi a livello europeo, come il proprio meccanismo di transizione equa, spesso citato come esempio di coordinamento tra ambizione climatica e solidarietà territoriale. Tuttavia, pur presentando queste esperienze come potenziali fonti di ispirazione, l’Europa si è mostrata fermamente contraria alla creazione di un nuovo meccanismo istituzionale globale o, ancor meno, di un nuovo strumento finanziario dedicato. L’argomentazione è che ogni nuovo contenitore rischierebbe di sovrapporsi ad altri processi già esistenti e di alimentare aspettative impossibili da soddisfare, soprattutto in assenza di una chiara base politica tra i Paesi che dovrebbero sostenerlo. L’UE si è detta,dunque, disponibile a lavorare nell’ambito del Work Programme sulla giusta transizione, ma non a impegnarsi in strutture aggiuntive. Ha rimandato,inoltre, a un nuovo testo in arrivo, che conterrà diverse opzioni, tra cui anche quella di un meccanismo e si propone di continuare il confronto una volta che sarà pubblicato, offrendo un dialogo tecnico per chiarire cosa potrebbe realisticamente costituire una “landing zone”.
Parallelamente è emersa una tensione più ampia: molti Paesi in via di sviluppo sostengono che le misure commerciali unilaterali complicano la loro capacità di perseguire percorsi di transizione giusta e che il nesso tra commercio e clima non trova spazio sufficiente nei negoziati ONU. Su questo punto, la società civile ha ricordato che l’UE aveva affermato di voler affrontare esplicitamente il tema. La delegazione ha risposto riaffermando interesse, ma precisando che una discussione strutturata richiederebbe un contesto diverso, non necessariamente quello del programma tecnico sulla transizione giusta.
Il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), il meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere, si inserisce in questa dinamica. L’UE ha chiestoespressamente alla società civile di contribuire a una narrazione più equilibrata sul suo impatto, sostenendo che spesso viene descritto in modo sproporzionato, senza sottolinearne gli effetti positivi in termini, per esempio, di espansione globale delle politiche di carbon princing. Allo stesso tempo, ha riconosciuto che molti Paesi percepiscono il CBAM come una misura di eccessiva pressione economica. Per questo motivo ha insistito sulla necessità di maggiore trasparenza e dialogo, segnalando di essere pronta a confrontarsi apertamente anche in altre sedi, come l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), dove il CBAM è da tempo oggetto di contestazione, in particolare da parte della Federazione Russa. A chiudere, diversi Rappresentanti UE hanno osservato che la discussione sul nesso commercio–clima richiederebbe uno spazio dedicato e una maggiore apertura a prospettive provenienti da regioni diverse, soprattutto nel contesto geopolitico attuale. Anche questo elemento conferma la postura generale dell’UE: disponibile al dialogo, ma estremamente cauta nel creare nuove strutture o nuovi obblighi che vadano oltre ciò che è già fissato nei mandati esistenti.
Gender Action Plan: forte sulla visione, debole sui mezzi
Sul Piano d’Azione di Genere (GAP), la società civile ha chiesto che il nuovo testo mantenga coerenza, integri le sinergie con le altre Convenzioni ambientali e preveda supporto concreto ai Paesi più vulnerabili. L’UE si presenta come uno degli attori storicamente più impegnati sul tema.
Quando però si arriva ai mezzi di implementazione, la posizione cambia: l’UE ha sostenuto che il testo dovrebbe essere più sintetico e soprattutto ha escluso la possibilità di creare un flusso di finanziamento dedicato. L’idea è che il vero cambiamento debba avvenire attraverso politiche interne ai singoli Paesi, non tramite un nuovo strumento economico multilaterale.
Di fatto, il rischio è un GAP molto ambizioso nei contenuti, ma privo delle risorse necessarie per renderlo operativo.
Come si è posizionata complessivamente l’UE
Nel complesso, la postura europea durante l’incontro può essere descritta come un equilibrio tra volontà e cautela. Da un lato, un atteggiamento aperto, dialogante, consapevole delle difficoltà geopolitiche che attraversano queste COP. Dall’altro, una linea politica rigida sulle questioni decisive: finanza per l’adattamento, transizione giusta, nuovi meccanismi, orizzonte temporale per l’uscita dai combustibili fossili.
È un’Unione Europea che aspira a conservare la propria immagine di attore responsabile e promotore del multilateralismo, ma che, nella pratica, evita di assumere troppi rischi politici. Una leadership, dunque, più gestita che esercitata.
Oltre la prudenza
CAN Europe ha concluso l’incontro ricordando che questo è il momento storico in cui servono segnali politici chiari, non solo partecipazione tecnica alle discussioni. L’UE, in risposta, ha fatto sapere che gli aggiornamenti delle NDC previsti quest’anno saranno un test cruciale e che servirà anche il sostegno delle organizzazioni della società civile.
L’impressione finale è quella di un’Europa che cerca appoggi, ma non sempre definisce in modo esplicito la direzione in cui vuole essere accompagnata.
Se questa COP vuole davvero essere la COP della giustizia climatica, allora il tempo della cautela tattica è finito. Ciò che conta non è solo la qualità dei testi negoziali, ma la capacità dei leader politici di tradurre le parole in impegni misurabili e verificabili. Ed è questo, oggi più che mai, che i Paesi più vulnerabili stanno aspettando. Ma chi saranno i nuovi leader? L’Unione Europea sarà in grado di rimanere in prima fila?
Articolo a cura di Anna Pelicci, capa delegazione di Italian Climate Network alla COP30 di Belém.
Immagine di copertina: Leaders summit, 6 novembre. © European Union, 2025
