cop28 popolazioni indigene
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COP28 E POPOLAZIONI INDIGENE: FACCIAMO IL PUNTO

  • Le popolazioni indigene sono tra le più vulnerabili al cambiamento climatico e subiscono anche l’azione predatoria delle big corporation.
  • I testi negoziati a COP28 lasciano aperte ancora molte sfide e questioni sul ruolo delle popolazioni indigene e sulla loro vulnerabilità.
  • In generale, COP28 ha lasciato ai margini le popolazioni indigene e riflette l’incapacità di un lavoro coerente tra i vari filoni di lavoro sotto le Nazioni Unite.

Le popolazioni indigene e comunità locali di tutto il mondo sono da anni vittime della condotta irresponsabile di molte aziende  aziende e, a causa della complicità dei propri governi, anche oggetto di sgomberi forzati, violazione del diritto alla terra e della non osservanza del cosiddetto “consenso libero, previo e informato”.

Come nel caso della comunità Kichwa di Sarayaku, nell’Amazzonia Ecuadoriana, dove la Corte interamericana dei diritti umani ha condannato nel 2012 l’Ecuador per aver venduto le terre indigene ad una nota oil&gas argentina mettendo a rischio la biodiversità, l’economia locale, ma anche violando i diritti culturali e religiosi della popolazione Sarayaku. E quello dei nativi Kichwa non è purtroppo un caso isolato.

Gli studi dicono inoltre che le comunità indigene sono anche quelle più affette dalle conseguenze del cambiamento climatico. E secondo Focsiv solo nel 2020, sono stati 331 i leader indigeni uccisi per essersi opposti alla devastazione e all’inquinamento.  Tuttavia, le popolazioni indigene, pur rappresentando solo il 5% della popolazione mondiale, sono custodi dell’80% della biodiversità della terra grazie al loro patrimonio di conoscenza (cosiddetta indigenous knowledge) e al loro rapporto spirituale con  la natura e le loro terre.

Il 5 dicembre a COP è stata la giornata tematica dedicata alle popolazioni indigene di tutto il mondo, di cui si è anche rilevata una particolare presenza tra side events, iniziative sia all’interno dell’area-negoziati (Blue Zone) che nello spazio Ex Expo aperto ai visitatori (Green Zone). Numerose le associazioni che hanno partecipato come “formal observer” durante le riunioni negoziali. 

Nonostante in apertura di negoziato sia stato adottato il Fondo Perdite e Danni (Loss And Damage Fund), molte sono le sfide e le questioni aperte ancora in corso rispetto alle popolazioni indigene. Ecco quali sono:

  • il supporto economico non è sufficiente. I soldi finora impegnati nel Fondo per Perdite e Danni (Loss and Damage Fund) sono un ammontare irrilevante rispetto ai costi del disastro climatico che dovranno affrontare le popolazioni indigene e le comunità locali in tutto il mondo. Inoltre, bisognerà vedere se gli impegni si tradurranno in reali stanziamenti o rimarranno come allo stato attuale, volontari.
  • l’ottica di genere non risulta ancora intersezionale. Le discussioni intercorse nel filone ‘gender and climate change’, legato al Lima Work Programme on Gender e al Gender Action Plan volti ad integrare considerazioni di genere nell’azione climatica oltre a dettare obiettivi e strategie di azione concrete sulla giustizia climatica, lascia le donne indigene indietro. Nonostante molto disappunto delle Parti, non si è raggiunto il consenso nell’inserire  una menzione specifica alle donne indigene e alle donne delle comunità locali. Questo approccio non tiene conto del ruolo che le donne indigene, custodi di saperi ancestrali, potrebbero giocare nella lotta al cambiamento climatico (ne abbiamo parlato qui).
  • caduta la proposta di moratoria, rimangono assenti chiari vincoli per le big corporation in materia di previa implementazione di meccanismi di safeguarding, governance e reclamo in conformità con le obbligazioni di mitigazione e di tutela dei diritti umani, necessarie ad evitare che i progetti realizzati sotto Articolo 6 in materia di mercato del carbonio siani inefficaci e lesivi dei diritti delle popolazioni indigene (ne abbiamo parlato qui). Al momento i testi  di Articolo 6.2 e  Articolo 6.4 sono molto carenti sul punto. Inoltre, Articolo 6.4. al paragrafo 21 non include accanto a ‘best available science’ una specifica menzione alla conoscenza tradizionale indigena (Traditional Indigenous Knowledge).
  • positiva, invece, la menzione delle popolazioni indigene e la valorizzazione dei loro saperi all’interno dell’ultima bozza su Global Stocktake. E, nello specifico, in riferimento ad una consultazione e un ingaggio effettivo per la realizzazione di una transizione giusta: per “progettare, valutare e implementare i processi di adattamento e le azioni volte a ridurre i rischi derivanti dai cambiamenti climatici”. 

In generale, va detto che in questa COP28 le popolazioni indigene sembrano essere state lasciate ai margini del dibattito, nonostante l’intenso lavoro della relativa costituency e nonostante il riconoscimento del loro ruolo centrale alla COP15 sulla Biodiversità. Un aspetto che mette in evidenza come ancora si continui a lavorare per compartimenti stagni, invece che attraverso azioni concertate e coerenti tra loro anche sotto le stesse Nazioni Unite.  

Interessante, infine, segnalare che in concomitanza con Cop, il Global Indigenous People’s Climate Justice Forum, abbia lanciato a Dubai un “Indigenous Impact Accelerator” con lo scopo di supportare l’imprenditoria dei giovani indigeni. Il progetto darà voce al talento e agli antichi saperi di tanti  nativi delle comunità indigene provenienti da tutto il mondo. 

Martina Rogato, Delegata COP28 ICN e Co-chair Women
Erika Moranduzzo, Esperta di Diritti Umani e Coordinatrice della Sezione ‘Diritti e Clima’ ICN

Immagine di copertina: foto UNFCCC

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