finanza climatica
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Giu

FINANZA CLIMATICA, A BONN IL TEMPO STA PER SCADERE

Nel primo giorno della seconda settimana di negoziati a Bonn è ripartito anche il Programma di Lavoro ad hoc sul nuovo obiettivo quantitativo globale in finanza per il clima o, per chiamarlo con l’acronimo inglese, NCQG (new collective quantified goal). In teoria il 2024 dovrebbe essere l’anno in cui si arriva al termine di questo negoziato, per dotare i Governi del mondo di un nuovo obiettivo di mobilitazione finanziaria per il clima e per il Paesi più bisognosi nel periodo che andrà dal 2025 in poi. Ma dopo qualche ora in sala lunedì pomeriggio a Bonn, vi possiamo assicurare che siamo ancora ben lontani dalla meta.

In teoria, la riunione di lunedì pomeriggio sarebbe stata la penultima prima della COP29, la prossima conferenza ONU sul clima in programma a novembre in Azerbaigian. Visto lo stato di avanzamento dei lavori questo è abbastanza preoccupante, anche se nello stesso pomeriggio il capo delegazione dell’Azerbaigian ha promesso, in un intervento qui a Bonn, che la COP di Baku porterà a termine un accordo “giusto e ambizioso” sul prossimo obiettivo globale di finanza climatica. Tentativi di rialzare un’ambizione che a oggi non percepiamo in sala.

Lunedì mattina, infatti, abbiamo fatto colazione per puro caso con un gruppo di delegati che discutevano tra sé dell’illeggibilità della bozza negoziale attuale, lunga 35 pagine e strutturata in paragrafi accostati tra loro senza un apparente criterio (a detta dei delegati al tavolo). Questo testo, a differenza delle solite bozze che escono nelle notti negoziali, non è una bozza di decisione ma un “input paper” ancora da definire nei dettagli, inviato dai chair del Programma di Lavoro.
Ma cosa contiene questo documento? Di base una serie di considerazioni espresse nell’ultimo anno dai principali gruppi negoziali, accorpate e rimesse in fila in un unico testo nell’attesa che i negoziati possano dirimere le parti più problematiche paragrafo dopo paragrafo. Sempre in teoria, gli impegni di Bonn dovrebbero produrre la bozza negoziale vera e propria sulla quale verranno poi avviati i lavori di Baku a novembre.

Nel testo circolato tra le delegazioni, da quello che abbiamo intravisto, si trattano i seguenti temi-chiave: aderenza all’Accordo di Parigi, adeguato accesso per tutti alla finanza mobilitata (anche tramite strumenti facilitati), scadenze temporali e intermedie, trasparenza e reportistica sui flussi finanziari; alcuni principi cardine quali la necessità che vengano conteggiate solo le nuove risorse mobilitate per ogni nuovo anno senza addizionalità o doppi conteggi e, non ultimo, che questi fondi siano poi disponibili per tutti i Paesi in via di sviluppo (e quindi con piani nazionali, NDC, condizionali all’aiuto esterno) e non solo a quelli più fragili. Su tutti questi punti abbiamo assistito ad un ampio e ricco dibattito, con posizioni spesso anche sovrapposte o inattese tra i vari gruppi negoziali e singoli Paesi. Ad esempio, vi è stato un interessante dibattito internamente ai gruppi dei Paesi in via di sviluppo in merito alla possibilità di lavorare “per livelli” invece che verso un obiettivo quantitativo unico.

Un tema che è emerso con chiarezza è appunto quello dell’aderenza all’Accordo di Parigi. Non solo come citazioni e riferimenti testuali nella bozza in costruzione, ma anche in contrapposizione ad alcuni passaggi – presenti nel testo attuale – che invece rimandano esplicitamente sia all’Accordo del 2015 che alla Convenzione Quadro del 1992, oppure solo alla Convenzione Quadro. Una situazione confusa e scomposta da un punto di vista giuridico, visto che nel 2015 l’Accordo di Parigi (pur adottato sotto la Convenzione), ha posto nuovi criteri di partecipazione allo sforzo globale per il clima, coinvolgendo anche i Paesi in via di sviluppo che possono contribuire alle politiche e nella finanza, come ad esempio India e Cina per citare i due più popolosi. Il problema, quindi, della corretta identificazione della cornice legale di riferimento influisce sulla partecipazione in termini di responsabilità formale – da questo punto di vista però la questione dovrebbe essere di facile soluzione, essendo il Gruppo di Lavoro operante sotto il mandato dell’Accordo di Parigi (CMA, in gergo) e quindi capace di produrre bozze, testi, decisioni proprio sotto quel mandato e non altri.

A mancare, in ogni caso, è il “quantum”. Anche nel negoziato in lingua inglese si usa il termine latino per indicare la cifra, appunto il numero, potremmo dire. Il nuovo obiettivo quantitativo globale, un nuovo numero-obiettivo capace di sostituire, con minima soddisfazione di tutte le delegazioni, il desueto e mal invecchiato obiettivo dei 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020, raggiunto solo nel 2022. Manca appunto il quantum e molti Paesi hanno iniziato a sottolineare che è proprio questa mancanza a tenere in stallo tutto il resto del negoziato – su questo, si è espresso con grande forza l’Egitto, Paese abbastanza visibile e influente nei negoziati dopo gli inattesi risultati della COP di Sharm el-Sheikh di due anni fa.

Il fatto che non ci sia una discussione in sala sul quantum fa capire che dietro le quinte ce ne sono ancora molte per arrivare, o almeno avvicinarsi, a una forbice accettabile in cui una proposta di quantum possa stare. È evidente, infatti, che all’arrivo sul tavolo negoziale di una cifra simbolica la discussione prenderà tutt’altra piega, riducendo le altre questioni – pur importanti – a tecnicismi collaterali. Ma a pochi mesi da COP29 le carte sono ancora tutte coperte e non ci sono, sembra, le condizioni politiche per un accordo. Forse neanche peruna discussione minimamente “preparata”.

Al termine della sessione, durata un intero pomeriggio, ancora 20 Paesi risultavano iscritti sulla lista degli interventi e sono stati rimandati alla prossima riunione. Siamo senza dubbio ancora in una fase interlocutoria e molto, molto lontani dall’obiettivo.

A cura di Jacopo Bencini, Advisor Politiche Europee e Multilaterali sul Clima

Immagine di copertina: E3G

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