giusta transizione cop30
18
Nov

GIUSTA TRANSIZIONE, ANCORA PROFONDE DIVERGENZE

  • È stata pubblicata una nuova bozza del testo del Just Transition Work Programme, più articolata rispetto alla versione precedente e oggetto di un intenso ciclo di consultazioni tecniche.
  • Ci sono alcuni elementi di convergenza, in particolare sulla necessità di approcci multi-stakeholder, sul ruolo delle competenze e sul collegamento tra transizione, adattamento ed ecosistemi.
  • Ma restano profonde divisioni politiche su vari aspetti chiave, tra cui combustibili fossili, collegamento al Global Stocktake, governance dei minerali critici, scelte sull’architettura da adottare e riferimenti al CBAM.

Il ritmo sul tavolo del Just Transition Work Programme (JTWP) è sempre più serrato. Lunedì mattina i co-facilitatori hanno pubblicato una nuova nota informale, discussa prima in una sessione a porte chiuse in serata, e successivamente in un confronto notturno, a mezzanotte ora Belém. A differenza dei precedenti incontri, lunedì è stato dato ampio spazio anche all’intervento di osservatori e consultancy. Il documento aggiornato arrivava a breve distanza dalla versione diffusa venerdì, quando molte delegazioni avevano chiesto integrazioni e modifiche a un testo che dal loro punto di vista presentava ancora ampi margini di miglioramento. 

Martedì mattina è stata poi condivisa un’ulteriore iterazione, che recepisce alcuni commenti emersi nelle ultime consultazioni. Si tratta di aggiornamenti puntuali richiesti dai Paesi, utili a rendere il testo più curato nella formulazione. Nel complesso, il documento risulta più corposo rispetto alla prima nota informale elaborata ai negoziati intermedi a Bonn: 9 pagine che includono un ampio preambolo e ora 31 paragrafi, molti dei quali presentano opzioni alternative che riflettono posizioni politiche spesso diametralmente opposte. Eppure, grazie al ritmo intenso dei lavori tecnici, sono emersi alcuni messaggi chiave condivisi sulla Giusta Transizione. 

Dalle discussioni a porte chiuse è infatti arrivato un primo segnale di avanzamento: i Paesi sembrano convergere su alcuni elementi fondamentali del Programma di lavoro. Tra questi, l’importanza di approcci realmente multi-stakeholder, che garantiscano un’ampia partecipazione e un dialogo sociale efficace; il ruolo centrale dell’aggiornamento delle competenze (upskilling) e riqualificazione professionale (reskilling) per accompagnare la trasformazione economica; la necessità di integrare adattamento e resilienza climatica nelle strategie di transizione;  il legame imprescindibile tra Giusta Transizione, tutela degli ecosistemi e protezione della biodiversità.

Accanto a questi punti di incontro, tuttavia, restano diversi nodi irrisolti, che in molti casi sono gli stessi che stanno rallentando anche altri tavoli negoziali della COP30. Vediamo quindi quali sono i principali elementi di divergenza sul nuovo testo, che dovrà essere nuovamente lavorato dai co-chairs prima di essere trasmesso alla Presidenza.

Percorsi diversi per la Giusta Transizione

Uno dei principali punti di frizione riguarda il legame tra giusta transizione e livello di ambizione climatica. La domanda è diretta: una transizione può dirsi “giusta” se non è coerente con la traiettoria verso 1,5°C? Per molti Paesi sviluppati – tra cui Regno Unito, Unione Europea, Australia e il Gruppo per l’Integrità Ambientale (EIG) – la risposta è no: la dimensione sociale della transizione deve procedere insieme a una rapida decarbonizzazione. Ancorare il testo a 1,5°C significa, per loro, riconoscere che la giustizia climatica richiede riduzioni profonde, rapide e durature delle emissioni.
Per il gruppo G77+Cina, invece, la prospettiva è diversa. Una transizione è “giusta” solo se tiene conto dei diversi punti di partenza, delle responsabilità storiche e delle condizioni dei Paesi più vulnerabili. Per questo chiedono una formulazione più ampia, che includa anche il limite dei 2°C, rafforzi il ruolo dell’adattamento e metta al centro quanto considerano essenziale: finanza, tecnologia e capacity building. Il messaggio è chiaro: l’ambizione climatica deve crescere, ma solo se accompagnata dai mezzi necessari per sostenerla.

Global Stocktake: sì o no?

Nel testo emerge un tema particolarmente sensibile: collegare o meno gli esiti del primo Global Stocktake (GST) al Programma di lavoro sulla Giusta Transizione. Le posizioni si dividono nettamente: alcune delegazioni, tra cui Gruppo Arabo, Russia, Kuwait e Cina, sostengono una no text option – che comporta un’eliminazione completa del paragrafo o articolo in discussione -,  preferendo evitare qualsiasi riferimento agli output del Bilancio Globale. Per altre, come Unione Europea, Gruppo per l’Integrità Ambientale (EIG) e Canada, includere il GST significa garantire coerenza con quanto riconosciuto a COP28 e ricordare che il mondo è ancora fuori traiettoria rispetto agli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Il significato politico è evidente: senza un collegamento al GST, la Giusta Transizione rischia di procedere priva di un ancoraggio alla realtà del processo climatico. La questione, inoltre, rimane aperta anche nel tavolo specificamente dedicato al Bilancio Globale, a conferma di un ruolo negoziale ancora lontano dall’essere definito.

Il tema controverso dei combustibili fossili

La discussione sul settore energetico resta una delle più delicate del negoziato. Per i Paesi sviluppati, l’accesso universale all’energia richiede un forte impulso alle rinnovabili e una progressiva uscita dai combustibili fossili. È proprio su questo punto che emergono le maggiori divergenze: molti Paesi in via di sviluppo considerano le fonti fossili ancora essenziali per l’economia, le finanze pubbliche e la sicurezza energetica. Non stupisce quindi che la questione continui a polarizzare il confronto.

Il Gruppo Arabo è stato chiaro: non accetterà formulazioni che possano limitare l’accesso ai combustibili fossili. In contesti segnati da povertà energetica, la priorità resta garantire energia a prezzi sostenibili e stabilità economica, non l’eliminazione delle fonti fossili. Da qui l’insistenza su un linguaggio che non ridimensioni il ruolo di queste risorse nei mix energetici nazionali. 

Su un fronte diverso, delegazioni come Regno Unito, Independent Association of Latin America and the Caribbean (AILAC), Alliance of Small Island States (AOSIS) e Marshall Islands ritengono invece che una graduale eliminazione del fossile sia imprescindibile per mantenere credibile la traiettoria verso 1,5°C. La formulazione compare in due opzioni della bozza ed è tra gli elementi più controversi: la Russia, ad esempio, critica l’assenza di un richiamo agli impatti economici e sociali per i Paesi più dipendenti dal fossile.

Il testo menziona anche i controversi combustibili transizionali, in particolare il gas naturale – opzione questa che Unione Europea e Regno Unito non considerano coerente con una giusta transizione perché rischia di rallentare il passaggio a sistemi energetici pienamente a zero emissioni. Infine, la bozza riconosce i rischi socio-economici della transizione energetica; alcune delegazioni chiedono tuttavia di includere anche le opportunità che questa comporta, segno di come la trasformazione dei sistemi energetici sia interpretata in modi differenti a seconda dei contesti nazionali e politici.

Governance responsabile dei minerali critici

Il testo richiama la necessità, sottolineata da diversi Paesi, di affrontare i rischi sociali e ambientali legati all’espansione delle catene di approvvigionamento per le tecnologie energetiche pulite, inclusi quelli connessi all’estrazione e alla lavorazione dei minerali critici. Una governance responsabile di queste risorse è considerata essenziale per evitare di ampliare disuguaglianze esistenti o crearne di nuove, soprattutto nei Paesi produttori.

Non sorprende quindi la presenza anche qui di una no text option sostenuta da vari Paesi estrattivi, tra cui la Cina, che percepiscono questo linguaggio come una possibile ingerenza nelle loro scelte interne su risorse strategiche. Qui emerge anche il tema della sovranità nazionale: per diversi Paesi produttori, può sembrare un tentativo di influenzare dall’esterno le scelte sovrane su come gestire le proprie risorse minerarie. Alcuni Paesi, come l’Uganda, propongono inoltre di utilizzare il termine transition minerals invece di critical, per attenuare la connotazione geopolitica del termine e riflettere meglio il ruolo di queste risorse nella transizione energetica. 

CBAM: un ospite scomodo 

Tra i punti più difficili da digerire per i Paesi in via di sviluppo c’è, ancora una volta, il Meccanismo di Aggiustamento del Carbonio alla Frontiera (CBAM). Il tema era già esploso giovedì scorso, quando il confronto sulle politiche di aggiustamento frontaliero si era rapidamente trasformato in una critica compatta al CBAM, accusato di non rispettare il principio delle responsabilità comuni ma differenziate e delle rispettive capacità (CBDR-RC). Dall’altra parte, Unione Europea e Regno Unito continuano a difendere la natura nazionale della misura, insistendo sul fatto che non rientri nel perimetro delle decisioni multilaterali.

Nella versione aggiornata del testo – oltre alla menzione degli impatti negativi dei provvedimenti unilaterali restrittivi del commercio, inclusi i meccanismi di adeguamento alle frontiere – compare una novità rilevante: un riferimento diretto al CBAM. Il paragrafo cita infatti stime secondo cui il meccanismo incrementerebbe i ricavi delle Parti dell’Allegato II (in sostanza, i Paesi più ricchi) di 2,5 miliardi di dollari, riducendo al tempo stesso quelli dei Paesi in via di sviluppo di 5,9 miliardi di dollari, con un impatto minimo sulle emissioni globali di CO₂ (solo lo 0,1%). Una formulazione che riflette chiaramente le preoccupazioni e la narrativa dei Paesi in via di sviluppo. La discussione resta complessa e il punto rimane aperto.

L’architettura della Giusta Transizione

Sul fronte dell’implementazione, la nota aggiornata introduce ora anche l’opzione di un Just Transition Action Plan, recependo la proposta dell’Unione Europea. 

In sostanza, le idee sul tavolo si muovono lungo quattro direzioni:

  1. istituire un meccanismo per la giusta transizione,
  2. sviluppare un piano d’azione dedicato,
  3. creare una policy toolbox, un insieme di strumenti per aiutare i Paesi ad avanzare nei propri percorsi,
  4. oppure rinunciare a nuovi assetti istituzionali, limitandosi a fornire indicazioni agli organi costituiti dell’UNFCCC su come integrare la giusta transizione nel loro lavoro.

Le opzioni mostrano visioni molto diverse su quanto “strutturato” debba essere il futuro della giusta transizione sotto l’UNFCCC. In questo quadro, cresce l’esigenza di puntare sull’operatività: è il momento di passare dalla teoria all’attuazione.

Infine, il testo introduce una nuova nota a piè di pagina sul termine gender, in linea con quanto discusso anche su altri tavoli negoziali. La precisazione risponde alle richieste di Paraguay e Argentina, che hanno chiesto di chiarire che il termine sia interpretato secondo le rispettive cornici costituzionali e normative.

Il confronto delle ultime ore conferma che la Giusta Transizione resta un tema altamente politico, attraversato da priorità e sensibilità molto diverse. Il testo sarà ora sottoposto all’attenzione della Presidenza: i prossimi passaggi negoziali mostreranno fino a che punto sarà possibile convergere su una formulazione condivisa.

Articolo a cura di Elisa Mauri, delegata di Italian Climate Network.

Immagine di copertina: foto di IISD Earth Negotiations Bulletin (ENB).

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