17
Giu

INDICATORI DELL’ADATTAMENTO TRA TECNICA E POLITICA

  • A Bonn il Global Goal on Adaptation (GGA) entra nella fase operativa: al centro la task force sugli indicatori per l’adattamento (i Belém Adaptation Indicators) decisi a Bélem.
  • Le Parti discutono sul ruolo della task force: tecnica, ibrida o maggiormente politica e guidata dai Paesi.
  • La finanza rimane l’argomento spinoso: senza risorse, gli indicatori rischiano di non diventare operativi.

A Bonn, il negoziato sul Global Goal on Adaptation (l’obiettivo globale di adattamento – GGA) è entrato nella sua fase più operativa e forse, proprio per questo, più politica. Dopo l’adozione a COP30 dei 59 Belém Adaptation Indicators, ovvero un set di indicatori per valutare il progresso sull’adattamento, le Parti devono ora decidere chi dovrà lavorare su metadati, metodologie, modalità pratiche per usarli nei sistemi nazionali e soprattutto come integrarli nel secondo Global Stocktake.

Sulla carta sembra una discussione prettamente tecnica: servono schede metodologiche, fonti dati, definizioni comuni, indicazioni per testare gli indicatori. Nella pratica, il tavolo negoziale si sta concentrando su una domanda molto più politica: chi guiderà il processo che trasformerà gli indicatori del GGA da semplice lista a a strumento operativo? La risposta non è ancora chiara. Le consultazioni informali continuano, le sessioni informal informal si moltiplicano e i co-facilitatori stanno provando a produrre nuove versioni del testo in tempi strettissimi. Le Parti hanno ancora due giorni di negoziato e molto spazio politico da esplorare. 

La task force: non nasce a Bonn, ma qui deve prendere forma

A COP30, con la decisione sul GGA, le Parti hanno istituito la Belém–Addis Vision, un processo per gli anni 2026 e 2027 pensato proprio per rendere gli indicatori operativi attraverso lavoro tecnico su metadati, metodologie e strumenti di policy alignment. Era previsto, quindi, che a Bonn si discutesse di come organizzare questo lavoro. SB64 è il primo vero test dell’architettura post-Belém: dopo l’adozione degli indicatori, le Parti devono decidere come usarli, chi li renderà operativi e con quali garanzie politiche. Il problema è che, mentre tutti concordano sulla necessità della task force, non tutti intendono la stessa cosa quando ne parlano.

Le opzioni nel testo sono aumentate progressivamente, fino a diventare difficili da seguire persino per chi è nella stanza. Nelle prime versioni del testo le proposte si sono moltiplicate, tra opzioni principali, varianti e possibili combinazioni. Nell’ultima bozza, però, il negoziato è stato ricondotto a sei opzioni per la composizione della task force: un segnale di razionalizzazione del testo, ma non ancora di convergenza politica. Le posizioni si possono raggruppare  in tre grandi famiglie politiche.

La prima visione è quella di una task force tecnica, composta soprattutto da esperti, agenzie ONU e organismi specializzati, come la World Health Organization (WHO) e la Food and Agricolture Organization (FAO). È l’impostazione preferita da diversi Paesi sviluppati, tra cui Giappone, Regno Unito, Unione Europea e Norvegia. L’idea è che il lavoro su metadati e metodologie richieda competenze tecniche, non un nuovo spazio negoziale. Secondo questa visione, le Parti dovrebbero ricevere aggiornamenti, fornire input e mantenere un controllo generale attraverso gli organi sussidiari, ma non sedere direttamente nella task force come membri. La seconda famiglia è quella di una task force ibrida, che combina esperti tecnici, organismi tecnici del processo UNFCCC, come l’Adaptation Committee, e una forma di coinvolgimento politico delle Parti. Qui si collocano molte delle possibili landing zone. L’Alleanza dei piccoli Stati insulari (AOSIS) ha proposto una distinzione netta tra ruoli tecnici e ruoli politici: gli esperti non devono essere sostituiti dai negoziatori, ma le Parti devono poter portare le dimensioni politiche del processo. Anche Brasile e altri Paesi sembrano muoversi in questa direzione: una task force tecnicamente solida, ma non isolata dal processo politico. La terza famiglia è quella di una task force più chiaramente politica e party-driven, con un ruolo più forte delle Parti e dei gruppi negoziali. È la direzione sostenuta da diversi Paesi in via di sviluppo, tra cui India, Like-Minded Developing Countries (LMDC) e Gruppo Arabo, pur con sfumature diverse. Per questi Paesi, il rischio è che un processo affidato soprattutto ad agenzie tecniche o custodian agencies finisca per produrre metodologie poco sensibili alle circostanze nazionali, ai bisogni dei Paesi vulnerabili e alle capacità reali di raccogliere dati.

Il Gruppo Africano sostiene una task force con una forte supervisione delle Parti: la sua preferenza va all’opzione 5, che garantirebbe un ruolo di guida politica ai Paesi, pur mantenendo il contributo degli esperti tecnici. Il gruppo respinge, invece, le opzioni più tecnocratiche, incentrate sulle agenzie ONU, perché rischierebbero di ridurre il controllo delle Parti sul processo. Il cuore dello scontro non è, quindi, “esperti sì o esperti no”. Nessuno nega davvero il bisogno di competenze tecniche. Il nodo è chi darà l’indirizzo politico al lavoro tecnico.

Dove si potrebbe trovare un compromesso

Il compromesso più credibile sembra oggi una soluzione ibrida: una task force abbastanza tecnica da produrre risultati utili, ma abbastanza connessa alle Parti da non trasformarsi in un esercizio esterno al processo negoziale. In pratica, questo potrebbe significare: 

  • esperti selezionati per competenza e bilanciamento geografico; 
  • Segretariato coinvolto per garantire coerenza con l’architettura UNFCCC;
  • aggiornamenti regolari alle Parti; 
  • momenti di consultazione politica; 
  • un mandato chiaro che eviti sia la riapertura della lista dei 59 indicatori, sia la creazione di classifiche tra Paesi.

È probabilmente qui che si giochi la possibilità di un compromesso: i Paesi sviluppati che vogliono evitare una struttura troppo pesante, costosa o politicizzata, i Paesi in via di sviluppo, d’altra parte, che preferiscono  evitare un processo tecnico senza supervisione politica e senza attenzione alle condizioni concrete di implementazione nei rispettivi Paesi. La domanda dei prossimi due giorni sarà quindi: si può costruire una task force tecnica, ma non tecnocratica?

La finanza resta un tema caldo

Dentro questo negoziato, la finanza non è il tema centrale del testo, ma resta un tema spinoso. Molti Paesi in via di sviluppo chiedono che il testo rifletta in modo esplicito l’impegno assunto a COP30 di lavorare per almeno triplicare la finanza per l’adattamento entro il 2035. Per alcuni gruppi, il punto è semplice: gli indicatori servono a misurare il progresso verso il GGA, ma il progresso non avviene senza mezzi di attuazione. I Paesi sviluppati, invece, tendono a separare i piani. Per Norvegia, Giappone, Svizzera e altri, la finanza è importante, ma il negoziato sul GGA non dovrebbe diventare un tavolo sulla finanza climatica. La frase della Norvegia riassume bene questa impostazione: “i mezzi di attuazione sono importanti, ma i riferimenti alla finanza andrebbero oltre il mandato del testo.”

Qui emerge la tensione politica. Per i Paesi sviluppati, inserire troppa finanza rischia di appesantire un testo che dovrebbe far partire un lavoro tecnico. Per i Paesi vulnerabili, non nominarla chiaramente rischia di trasformare il GGA in un esercizio elegante di misurazione, scollegato dalla capacità reale di adattarsi. Questo non significa che il negoziato debba risolvere tutta la questione della finanza per l’adattamento a Bonn. Tuttavia, significa che il testo finale dovrà riconoscere che gli indicatori non vivono nel vuoto: per testarli, integrarli nei sistemi nazionali e usarli nei piani di adattamento servono sistemi di raccolta, capacità istituzionale, personale, tecnologia e risorse.

Osservatori: dentro il processo, ma per poco 

Resta aperta anche la questione della partecipazione degli osservatori. Il punto non è solo se la società civile possa entrare nella sala negoziale. Il nodo vero è se ONG, popoli indigeni, giovani, organizzazioni di genere, comunità locali e gruppi più vulnerabili avranno un ruolo strutturato nella futura task force. Alcune proposte aprono alla partecipazione attraverso consultazioni, submission, inviti e contributi tecnici. L’Alleanza dei piccoli Stati insulari (AOSIS), per esempio, distingue tra membri della task force e risorse esterne da cui la task force può attingere: gli osservatori non dovrebbero sedere come membri, ma dovrebbero poter contribuire. Altri gruppi chiedono forme più robuste di inclusione, anche attraverso sessioni aperte o momenti di consultazione. Per ora, la direzione più probabile sembra essere questa: gli osservatori difficilmente saranno membri della task force, ma la qualità del processo dipenderà molto da quanto saranno inclusi nei momenti di consultazione.

Anche questo è un nodo politico. Un GGA che vuole misurare l’adattamento non può permettersi di ascoltare solo governi ed esperti tecnici. L’adattamento avviene nei territori, nelle comunità, nei sistemi sanitari, nelle città, negli ecosistemi e nei mezzi di sussistenza. Senza un canale reale per portare queste esperienze dentro il processo, gli indicatori rischiano di diventare meno utili proprio per chi dovrebbe usarli.  Questa preoccupazione non nasce nel vuoto: a Bonn il tema dell’accesso della società civile è già sotto pressione, tra timori di restringimento dello spazio civico, pochi badge disponibili e il rischio che la partecipazione degli osservatori venga ridotta a una presenza formale, più che a un reale canale di influenza nel processo.

In cosa sperare da Bonn

Da Bonn non ci si deve aspettare che il GGA risolva tutti i problemi dell’adattamento globale. Sarebbe irrealistico. Ma ci sono almeno quattro risultati politici che potrebbero rendere questa sessione utile.

Il primo è un accordo sulla task force entro la fine di SB64. Non serve una struttura perfetta, ma serve una struttura abbastanza chiara da partire nel 2026 e produrre risultati utili entro il 2027. Il secondo è un mandato equilibrato: tecnico sul metodo, politico nella supervisione. La task force dovrebbe lavorare su metadati, metodologie, fonti dati e uso volontario degli indicatori, senza riaprire la lista adottata a COP30 e senza trasformare gli indicatori in strumenti comparativi o punitivi. Il terzo è un collegamento credibile con il secondo Global Stocktake. Se gli indicatori devono servire a qualcosa, devono aiutare il mondo a capire meglio dove l’adattamento sta avanzando, dove resta indietro e quali bisogni non sono ancora coperti. Ma qui le Parti continuano a non trovare un accordo. Il quarto è un riferimento chiaro ai mezzi di attuazione. Non necessariamente un nuovo negoziato sulla finanza dentro il GGA, ma almeno il riconoscimento che senza supporto finanziario, tecnologico e di capacity-building l’operazionalizzazione degli indicatori resterà diseguale.

A Bonn il negoziato è ancora aperto. Le prossime riunioni informali diranno se le Parti riusciranno a trasformare le molte opzioni sul tavolo in una struttura condivisa. Intanto aspettiamo la prossima bozza.

Articolo a cura di Anna Pelicci, Capa Delegazione Italian Climate Network

Immagine di copertina: foto di Anna Pelicci

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