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Giu

LA TRANSIZIONE VERDE E IL RISCHIO DI RIPRODURRE LE VECCHIE DISUGUAGLIANZE

  • A Bonn, il dialogo sul commercio si intreccia con il programma di lavoro sulla giusta transizione, spostando il focus dai principi teorici agli impatti economici concreti.
  • La società civile denuncia il rischio di riprodurre le storiche dipendenze estrattive, lasciando i Paesi vulnerabili ai margini delle catene del valore tecnologico.
  • La sfida politica è ora rimandata a COP31 ad Antalya, dove si dovrà decidere se governare la decarbonizzazione attraverso la cooperazione o la competizione regolatoria.

Il recente dibattito di Bonn sul rapporto tra dazi verdi e mercati globali – di cui abbiamo parlato qui, analizzando lo scontro tra Nord e Sud del mondo – ha portato alla luce una realtà ormai evidente: la transizione ecologica non è solo una sfida tecnologica, ma una partita economica che ridisegna i rapporti di forza mondiali. Proprio per questo, il tema del commercio internazionale si è inserito con forza anche nei lavori sul Just Transition Work Programme (JTWP), il programma di lavoro delle Nazioni Unite sulla “giusta transizione”.

Nei giorni precedenti il confronto, le Parti avevano discusso i parametri tecnici per rendere operativo il Meccanismo di Giusta Transizione, ma il focus si è già spostato dalla definizione dei principi alla domanda più difficile: che cosa deve fare concretamente il Meccanismo? Deve limitarsi a coordinare oppure deve affrontare anche le condizioni economiche internazionali che facilitano o ostacolano una transizione giusta?

Sabato è arrivata una parte della risposta. Per molti Paesi in via di sviluppo, una transizione non è giusta se protegge lavoratori e comunità sul piano sociale, ma li lascia esposti a standard commerciali decisi altrove. Non è giusta se parla di inclusione, ma non affronta il tema dell’accesso alla tecnologia. Non è giusta se riconosce la povertà energetica ma ignora il costo delle nuove certificazioni, se promette opportunità verdi ma chiude i mercati proprio ai Paesi che dovrebbero entrare nelle nuove catene del valore della decarbonizzazione. Il commercio, quindi, non è un’aggiunta laterale al JTWP: è una delle sue prove di realtà.

Anche la società civile ha spinto la discussione fuori dal perimetro tecnico. Women and Gender Constituency e Demand Climate Justice hanno letto il nesso tra commercio e clima come parte di una storia più lunga di estrazione, dipendenza e squilibri strutturali tra Nord e Sud globale. Il punto non è rendere “più verdi” le regole commerciali esistenti, ma chiedersi se quelle regole permettano davvero ai Paesi e alle comunità più esposte di scegliere i propri percorsi di sviluppo. Diverse organizzazioni hanno richiamato il rischio che la transizione riproduca le gerarchie del passato: minerali critici e materie prime estratti nel Sud, valore aggiunto e potere tecnologico concentrati nel Nord.
CIEL ed ECLAC hanno portato nella stanza un altro nodo spesso assente dalle discussioni climatiche: i meccanismi di protezione degli investitori, come l’ISDS (Investor-State Dispute Settlement), che possono limitare lo spazio regolatorio degli Stati e scoraggiare politiche climatiche più ambiziose. CAN ha chiesto che il dialogo valuti concretamente gli impatti delle misure unilaterali sui Paesi in via di sviluppo, mentre altri interventi hanno richiamato il peso della proprietà intellettuale, della finanza e dell’accesso alla tecnologia. In altre parole, la società civile ha ricordato che il commercio non è solo una questione di standard e interoperabilità: è anche il luogo in cui si decide se la transizione rafforzerà vecchie dipendenze o aprirà davvero la strada alla giustizia economica e climatica.

Nel dibattito sul futuro Just Transition Mechanism, il G77 e Cina hanno chiesto che il Meccanismo risponda alle barriere strutturali affrontate dai Paesi in via di sviluppo: spazio fiscale limitato, accesso insufficiente alla tecnologia, bisogno di finanza non generatrice di debito, protezione sociale, sicurezza alimentare ed energetica, sviluppo sostenibile. 

Tra queste barriere sono emerse anche le misure commerciali unilaterali e in sala, sabato, quella formula ha preso corpo politico. Il CBAM e gli altri strumenti commerciali verdi non sono stati presentati solo come temi di trade policy, ma come possibili ostacoli alla Giusta Transizione.

La frattura con i Paesi sviluppati resta netta. L’Unione Europea ha difeso l’idea di un commercio aperto, equo e pulito, insistendo sull’interoperabilità degli standard, sul lavoro già in corso al WTO (World Trade Organization) e sulla necessità di politiche capaci di inviare segnali di mercato coerenti con la decarbonizzazione. Canada e altri Paesi hanno insistito su trasparenza, non discriminazione, complementarità con altre iniziative e attenzione a non duplicare i mandati del WTO, dell’OCSE o di iniziative come il Climate Club.

È una posizione apparentemente ragionevole, ma di fatto sposta il terreno della discussione. Nei fori commerciali si parla più facilmente di interoperabilità, reporting, standard, metodologie e carbon leakage. Dentro l’UNFCCC, invece, entrano riflessioni più ampie sui principi della Convenzione: equità, responsabilità comuni ma differenziate, diritto allo sviluppo, mezzi di attuazione, responsabilità storiche. Il conflitto non riguarda soltanto il contenuto delle misure commerciali, ma anche il luogo politico in cui valutarle.

La Cina ha provato a trasformare il dialogo in una piattaforma più strutturata, chiedendo di chiarire gli obblighi derivanti dall’articolo 3.5, mappare le misure esistenti, valutarne gli impatti sul Sud globale e creare un veicolo permanente per portare avanti il lavoro. Il Brasile ha offerto una lettura più istituzionale, ma altrettanto ambiziosa: il dialogo non deve riscrivere le regole del commercio, ma non può restare un esercizio di ascolto. La diplomazia climatica globale dispone di strumenti esclusivi, dagli NDC ai rapporti biennali di trasparenza, dal Global Stocktake ai meccanismi su finanza e tecnologia. Proprio questi strumenti potrebbero costruire una base comune per leggere l’impatto climatico, economico e distributivo delle misure commerciali.

Il punto arriverà inevitabilmente alla COP31, quando ad Antalya le delegazioni dovranno rispondere alla domanda politica emersa a Bonn: la transizione verde sarà governata come cooperazione o come competizione regolatoria?

COP30 ha aperto il varco. Da un lato, ha dato mandato agli Organi sussidiari di discutere commercio e clima in tre dialoghi fino al 2028. Dall’altro, ha istituito il percorso per rendere operativo il Meccanismo di Giusta Transizione. I negoziati intermedi di Bonn mostrano che questi due binari non corrono separati. Si incrociano nello stesso punto: il rapporto tra decarbonizzazione e sviluppo.

COP31 dovrà decidere se lasciare il nesso commercio-clima in una sequenza di dialoghi prudenti, oppure riconoscere che le politiche commerciali verdi possono diventare barriere alla Giusta Transizione. Questo non significa archiviare gli standard climatici o rinunciare a misurare il carbonio incorporato nei prodotti, ma porre domande più oneste: chi ha le risorse per rispettare quegli standard? Chi ha costruito le infrastrutture statistiche e industriali per dimostrarlo? Chi finanzia l’adeguamento? Chi incassa le rendite dei nuovi mercati verdi? Chi resta fornitore di materie prime, minerali e crediti, senza salire nella catena del valore?

Sabato, a Bonn, il Sud globale ha respinto una transizione in cui la decarbonizzazione diventa una nuova lingua del potere economico. Ha ricordato che una misura climatica può ridurre emissioni e, nello stesso tempo, aumentare disuguaglianze. Ha messo in discussione l’idea che basti chiamare “verde” una regola commerciale per renderla automaticamente giusta.

La Giusta Transizione non è un concetto astratto da confinare ai tavoli di compensazione sociale o occupazionale. Al contrario, si manifesta alla frontiera, nei costi di compliance imposti ai produttori più fragili e nella possibilità di spezzare la storica dipendenza che vede il Sud globale come semplice fornitore di materie prime. L’appuntamento di Antalya, a questo punto, non sarà solo una verifica tecnica sul Meccanismo di giusta transizione, ma il momento in cui i Paesi dovranno decidere se governare la decarbonizzazione attraverso regole condivise o accettare una frammentazione dei mercati che rischia di riprodurre vecchie disuguaglianze.

Articolo a cura di Anna Pelicci, capa delegazione di Italian Climate Network

Foto di copertina di Anna Pelicci

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