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Le due velocità della COP24: limitati riferimenti ai diritti umani, ma comunque un passo avanti

IISD/ENB | Kiara Worth

di Chiara Soletti

Si è conclusa a Katowice la COP24, ed il Paris Rulebook è stato finalizzato. Nel leggere il testo si alternano sentimenti di compiacimento e sconforto, in particolare per quanto riguarda l’integrazione dei principi legati legati ai diritti umani, cavallo di battaglia delle società civile.

Nel 2015 la COP21 si era conclusa in un modo simile: alcuni principi dei diritti umani tra cui la parità di genere, la giusta transizione, i diritti delle popolazioni indigene e l’equità intergenerazionale erano stati inseriti nel testo dell’accordo di Parigi, ma principalmente nel preambolo, parte non vincolante del testo. Un buon risultato quindi, ma non sufficientemente ambizioso. Da allora i gruppi delle società civile si sono organizzati con l’obiettivo di integrare tali principi nel Paris Rulebook, e compensare la loro assenza nella parte vincolante del testo concordato a Parigi.

Dopo tre anni di incessante attività di advocacy, dentro e fuori le COP, e nonostante il riconoscimento da parte della stragrande maggioranza della comunità internazionale dell’impatto a volte devastante dei cambiamenti climatici sui diritti delle persone, il disaccordo tra i negoziatori nell’includere tali principi all’interno del Paris Rulebook ha portato a una loro drastica riduzione nel testo.

Nel testo finale non ci sono menzioni dirette ai diritti umani, e i riferimenti ai giovani e il principio di equità intergenerazionale sono stati eliminati. Si registra un buon risultato invece per la parità di genere, menzionata ben 14 volte con un linguaggio stringente in termini di applicabilità, e sono inoltre “sopravvissute” la giusta transizione e, relativamente al principio di trasparenza, la partecipazione pubblica. Molto meno degli obiettivi sperati sicuramente, ma comunque un risultato che dice molto dell’impatto che questo processo di mobilitazione ha avuto al di fuori della COP.

La richiesta dell’integrazione dei principi dei diritti umani in ambito climatico infatti, non arriva solo dalla società civile, ma anche dalle diplomazia internazionale. Nelle Nazioni Unite si dibatte da diverso tempo per un approccio di lavoro trasversale, che permetta una sempre maggiore collaborazione tra organismi dalle diverse funzioni, ma dalle tematiche legate tra di loro dalla loro complessità. Non è un caso che quest’anno, per la prima volta nella storia delle COP, l’alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (UN OHCHR), Michelle Bachelet, sia intervenuta durante i negoziati per partecipare all’evento di alto livello “Promoting right-based climate action for people and the planet” organizzato da Patricia Espinosa, Segretario Esecutivo dell’UNFCCC e instancabile sostenitrice dell’integrazione tra diritti umani e clima. “Per i poveri, per le donne, per le persone con disabilità, per coloro ai margini delle società sulla base della loro identità di genere, etnica e/o religiosa e per le popolazioni indigene il cambiamento climatico è un disastro che esacerba le loro discriminazioni e il rispetto dei loro diritti” ha dichiarato Bachelet durante l’evento, richiamando ad un’azione urgente ed integrata tra le istituzioni dedicate ai diritti umani e l’UNFCCC.

Quello che si può dedurre da questi negoziati e dal testo di Katowice è che esiste un distacco tra le la “base” e i suoi rappresentanti; una COP a due velocità, in cui i negoziatori sembrano non essere riusciti a far prevalere, tra gli altri temi, l’urgenza fondamentale dell’integrazione dei diritti umani in ambito climatico. La buona notizia è che, nonostante la delusione, la società civile non si fermerà (già fremono i preparativi per nuove strategie di advocacy) e che ha degli alleati in ambito internazionale.

“Nessun muro e nessuna quantità di denaro può salvare dal cambiamento climatico (..) provate a contare i vostri soldi mentre trattenete il fiato (per non respirare l’inquinamento a cui avete contribuito)” (M. Bachelet, COP24, Katowice, 12/12/2018)

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