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11
Nov

PERCHÈ L’ACCORDO SUL METANO POTREBBE ESSERE UNO DEI MIGLIORI RISULTATI DELLA COP26

Tra i temi discussi ai negoziati della COP26 c’è il metano, responsabile di una importante quota del riscaldamento globale e, come inquinante, di più di un milione di morti all’anno.

Già a metà settembre 2021, Stati Uniti e Unione Europea si erano accordati su un patto per ridurre le emissioni di metano, il Global Methane Pledge.
Alla COP26 di Glasgow Biden e von der Leyen hanno rilanciato l’accordo sul metano, e hanno ottenuto l’adesione di oltre 100 paesi che insieme corrispondono a circa la metà delle emissioni globali di metano e al 70% del Pil globale.
Circa la metà dei trenta maggiori emettitori di metano ha sottoscritto il patto: tra questi ci sono il Brasile, la Nigeria e il Canada. All’appello mancano però la Cina, la Russia e l’India, che da sole sono responsabili del 30% delle emissioni globali di metano.

Il patto prevede che entro il 2030 le emissioni di metano vengano ridotte di almeno il 30% rispetto ai valori del 2020.

Secondo un rapporto dell’UNEP esistono misure immediatamente disponibili e a basso costo (o perfino vantaggiose) che permetterebbero di abbattere di oltre il 30% le emissioni antropogeniche di metano previste per questo decennio e ridurre di 0,3°C il riscaldamento globale al 2050. Può sembrare una cifra irrisoria, ma farebbe un’enorme differenza negli impatti della crisi climatica.
La riduzione delle emissioni di metano “deve essere al primo livello di priorità […] perché ha un’importanza simile alla decarbonizzazione del settore energetico nel mantenere raggiungibili gli 1,5°C”, ha dichiarato Rick Duke, Special Assistant on climate change nel gruppo del presidente Biden, intervenuto nel Side Event COP26 “Driving Climate Action with Data – the Role of the International Methane Emissions Observatory”.
“Questi impegni diplomatici – ha aggiunto – sono importanti per gli stakeholder, per le agenzie governative, per quello che fanno sul clima e per le loro priorità economiche”.

Le conseguenze delle emissioni di metano sul clima

In termini di emissioni antropogeniche, il metano è il secondo gas serra più abbondante dopo l’anidride carbonica ed è responsabile di circa il 30% del riscaldamento attuale rispetto al periodo preindustriale.
È prodotto dalle discariche, dall’agricoltura, dall’allevamento (in particolare dei bovini), ma soprattutto dal settore dell’oil&gas (il 30% del totale), dove il metano può fuoriuscire lungo tutta la catena del valore dall’estrazione all’utilizzo, passando anche per il trasporto e lo stoccaggio.
I livelli atmosferici di metano sono aumentati del 150% negli ultimi due secoli, con una notevole impennata durante gli ultimi 20 anni. Per avere un metro di paragone, consideriamo che nello stesso periodo la concentrazione di CO2 nell’atmosfera è cresciuta di circa il 50%. Alcuni studi condotti negli Stati Uniti hanno evidenziato che di recente l’aumento di metano nell’atmosfera ha seguito una curva parallela a quella della crescita dei processi di “fracking” (fratturazione idraulica, una tecnica invasiva di estrazione petrolifera che ha avuto notevole slancio negli USA negli ultimi anni).

Come può l’emissione del metano essere tanto efficace nel determinare il riscaldamento globale, quando questo gas è rilasciato in quantità ben inferiori a quelle della CO2? Nonostante permanga in atmosfera meno della CO2, avendo un tempo di vita medio di circa 12 anni, il metano ha una capacità complessiva di intrappolare calore (tecnicamente GWP, potenziale di riscaldamento globale) pari a ben 84 volte quella della CO2 in un periodo di 20 anni, 28 volte in 100 anni.

Potenziale di riscaldamento globale di una tonnellata di CO2 o di metano nel tempo.
Immagine di McKinsey

Le conseguenze delle emissioni di metano per la salute

Oltre a essere un gas serra estremamente potente, il metano è anche nocivo per la salute. La sua emissione è spesso accompagnata da sostanze pericolose, come il benzene, ed è un precursore dell’ozono troposferico (da non confondere con l’ozono in stratosfera – a più di 10 km di altezza –, che ci protegge dagli UV solari).
L’esposizione a tali inquinanti è stata collegata a gravi problemi di salute, tra cui asma e cancro, con una stima di più di un milione di morti premature all’anno dovute al metano emesso.

GMA Global Methane Assessment 2021

È possibile ridurre le emissioni di metano?

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea rappresentano i due maggiori consumatori di gas fossile, composto quasi interamente da metano. Ciò significa che qualsiasi loro sforzo volto a limitare le perdite a livello nazionale o all’interno delle catene di approvvigionamento del gas potrebbe generare un effetto a catena davvero rilevante. Il “Global methane pleadge” garantisce a livello internazionale l’appoggio politico a misure UE e USA in tal senso.
Negli USA, la maggiore sorgente di emissioni di metano è l’industria dell’oil&gas, che da sola emette più metano rispetto all’insieme dei gas serra generati da ben 164 Paesi messi insieme.
Proprio pochi giorni fa l’Agenzia per la Protezione dell’ambiente statunitense (EPA) ha proposto un pacchetto di nuovi standard e regole che ridurrebbero già al 2030 “le emissioni di metano dalle sorgenti considerate nella proposta del 74% rispetto al 2005”. Il tutto sarebbe possibile con solo piccole variazioni – “pennies per barrel of oil or thousand cubic feet of gas” – nel prezzo di gas e petrolio.
Secondo l’International Energy Agency, infatti, “circa il 40% delle attuali emissioni di metano dall’attività globale dell’oil&gas potrebbero essere evitate a costo zero” (IEA, Methane Tracker 2020).

In sostanza “le emissioni di metano sono evitabili, le soluzioni sono collaudate e persino redditizie in molti casi. E i benefici in termini di riscaldamento a breve termine evitato sono enormi” (Faith Birol, IEA).
“Redditizie” perché queste emissioni rappresentano anche un enorme spreco di risorse naturali: ogni anno sprechiamo una quantità di metano pari circa a tre quarti della produzione totale annuale della Russia. Questo metano potrebbe essere invece venduto, ripagando gli investimenti “anti-spreco”.

Come tracciare il metano?

La misura in cui tali perdite si verificano è solo approssimativamente nota, a causa della difficoltà di misurazione: “la mancanza di dati verificati ha reso difficile implementare azioni mirate a larga scala e velocemente” ha dichiarato durante il Side Event Inger Andersen, Executive Director dell’UNEP.
Ad esempio, attualmente in Italia sono le stesse compagnie petrolifere a eseguire le misurazioni e a inviarle all’ISPRA per la compilazione dell’inventario nazionale dei gas serra.
Il metano può infatti essere individuato in-situ da una telecamera a infrarossi, oppure tramite misurazioni da aereo. Negli ultimi anni, grazie alla loro capacità di fornire ogni giorno dati relativi a tutto il pianeta, le immagini satellitari hanno finalmente permesso nuove soluzioni: solo così è stato possibile identificare eventi di super-emissione in Russia, Iran, Turkmenistan e Australia, Paesi che non hanno firmato l’accordo.
“I super emettitori sono il “low hanging fruit” dell’individuazione e mitigazione” (Ilse Aben, senior scientist al SRON Netherlands Institute for Space Research).

Il metano è il combustibile della transizione?

Vale la pena di considerare il tanto sbandierato possibile ruolo del metano nella transizione energetica. Ebbene, uno studio dell’Environmental Defense Fund ha mostrato che perdite di metano pari al 2.7% del gas naturale trasportato sono tali da annullare i vantaggi climatici nel breve termine rispetto all’utilizzo del carbone. Ricerche recenti, purtroppo, mostrano perdite locali non lontane da tale percentuale, se non superiori.
Il gas fossile, insomma, deve restare ben saldo sotto terra.

di Elisa Terenghi, Volontaria Italian Climate Network per COP26

Questo articolo del Bollettino COP di ICN fa parte del progetto EC DEAR SPARK. ICN monitora i negoziati e riporta quanto accade in italiano e in inglese, sul nostro sito e sui canali social, come parte di un consorzio paneuropeo di oltre 20 organizzazioni no-profit impegnate nel promuovere la coscienza climatica con particolare attenzione al ruolo dei giovani e ai temi della cooperazione internazionale e delle politiche di genere.

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