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IMPATTI, ADATTAMENTO, VULNERABILITÀ: IL SECONDO CAPITOLO DEL SESTO REPORT IPCC

E’ stato presentato il 28 febbraio il secondo capitolo del sesto report dell’IPCC su impatti, adattamento e vulnerabilità al cambiamento climatico. Il precedente capitolo, che tratta le più recenti evidenze scientifiche sui cambiamenti climatici. Il report segue una prima parte sulla scienza del clima rilasciata ad agosto 2021 e  aveva ribadito l’inequivocabile influenza umana sul clima, riportando un aumento medio della temperatura di 1,09°C rispetto all’era pre-industriale. All’apertura dell’evento online di presentazione un accorato appello di Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite:  “[…] di tanti report letti nella mia carriera nessuno come questo è un atlante di sofferenze umane, un indice dei fallimenti delle leadership climatiche. Già oggi metà della popolazione umana vive in zone in pericolo a causa della crisi climatica. Molti ecosistemi sono già adesso ad un punto di non ritorno. L’impegno di Glasgow non è abbastanza, la gente ovunque sta aspettando ed è arrabbiata, come lo sono io.”

Come il precedente, anche questo capitolo è stato costruito sulla base di numerosi paper, più di 34.000, e controllato da più di 60.000 commenti di revisione, provenienti da 270 scienziati da 67 paesi.

L’evidenza scientifica è inequivocabile: il cambiamento climatico è un pericolo per la vita umana e per la salute del pianeta. Qualsiasi ulteriore ritardo sulle azioni da compiere finirà per chiudere la finestra di opportunità che abbiamo per assicurarci un futuro vivibile. 

Questo capitolo del report si concentra sugli impatti della crisi climatica su ecosistemi,  biodiversità, quindi (e per la prima volta con forza) sulle società umane, economia, infrastrutture: settori che appaiono connessi tra loro come non mai. Una visione panoramica, globale, viene affiancata ed esplorata in dettaglio attraverso specifici approfondimenti per regioni geografiche. Le zone più vulnerabili si confermano Africa, Sud Asia, Stati insulari, Centro e Sud America, dove vivono tra i 3,3 e  3,6 miliardi di persone.  Un’ ampia  sezione è dedicata anche all’Europa e al Mediterraneo. 

Il presidente della World Meteorological Organization, Petteri Taalas, ha ribadito ancora una volta come gli eventi meteorologici estremi saranno sempre più intensi e frequenti. Eventi catastrofici si verificherebbero anche limitando il riscaldamento a +1,5°C. Ad oggi l’aumento di temperatura rispetto al periodo pre-industriale ha già raggiunto +1,1°C  provocando, nonostante i tentativi di adattamento, ingenti danni su ambienti naturali e società umane soprattutto nelle città dove risiede più della metà della popolazione mondiale, e dove le ondate di calore sono intensificate da vari fattori tra cui lo smog.

Come ha sottolineato Hoesung Lee, Chair di IPCC, l’adattamento è una soluzione chiave per fronteggiare il cambiamento climatico. Non si può non prendere atto del fatto che l’azione sull’adattamento sia aumentata a livello internazionale, ma i progressi non sono uniformi e non stanno procedendo abbastanza velocemente. Il divario tra gli adattamenti messi in atto e quelli necessari è sempre più ampio e presenta vincoli, anche finanziari: gli attuali flussi sono insufficienti per attuare dei piani. Non ultimo, l’errato direzionamento delle risorse sull’adattamento starebbe già aumentando il divario tra Paesi mediamente vulnerabili e Paesi a vulnerabilità estrema, acuendo esistenti disuguaglianze in una spirale negativa da aggredire con decisione.

Elementi necessari per accelerare l’adattamento sarebbero un impegno politico a tutti i livelli di governo, un quadro istituzionale e degli obiettivi chiari (con priorità che definiscono le responsabilità), la conoscenza avanzata degli impatti e il monitoraggio e la valutazione continua dei rischi.

IMPATTI MULTIPLI

Oggi come non mai siamo coscienti che il cambiamento climatico ha conseguenze molteplici: sullo stato degli ecosistemi e su quello delle società umane. Ad esempio, un’ ondata di calore comporta rischi immediati per la salute umana, ma avrà ripercussioni a lungo termine sulla produzione agricola, quindi sulla sicurezza alimentare, aumento dei prezzi del cibo e di conseguenza un impatto economico sulla popolazione.

Si rischiano di perdere molti servizi ecosistemici, come impollinazione, protezione delle coste, turismo, produzione alimentare (pesca), filtrazione acque potabili, aria respirabile. Si rischia l’aumento di malattie legate all’acqua  a causa della sua scarsità o scarsa qualità.

Focus sulle città

Le città ospitano attualmente la metà della popolazione umana (frazione che ci si aspetta salga ai ⅔ entro il 2050) e offrono enormi opportunità moltiplicative seppur limitate nel tempo, poiché potranno essere attuate solo entro un certo livello di riscaldamento.

Tra le molte soluzioni percorribili, l’agricoltura urbana e l’aumento di spazi verdi all’interno delle città aiuteranno a contrastare le ondate di calore e rafforzeranno le comunità, insieme all’investimento su sistemi di avviso precoce.

ADATTAMENTO

Delle azioni di adattamento efficaci ci sono e si possono attuare. Come, ad esempio, l’accumulo di acqua piovana in agricoltura, l’utilizzo di tecnologie per il risparmio idrico e per la conservazione dell’umidità del suolo, la diversificazione agricola (aumento della diversità in agricoltura). Sono tutti fattori che portano benefici ad economia, ecosistemi, salute pubblica e gestione dei disastri.

Nature based solution: la natura come soluzione 

Inge Andersen, Executive Secretary dell’UNEP, da Nairobi, dove è in corso l’United Nations Environmental Assembly (UNEA), ha dichiarato che il modo migliore per mettere in atto l’adattamento è lasciare che la natura faccia il suo lavoro e utilizzare soluzioni “nature-based” come la crescita piante in ambiente urbano per mitigare il caldo. Questa soluzione viene definita “Agroforestry”, cioè foreste come alleato contemporaneamente per adattamento e mitigazione, oltre che funzionali all’agricoltura e alla sicurezza alimentare riducendo incendi e aumentando la resilienza climatica.

Adattamento insufficiente

Tuttavia, secondo il report IPCC appena presentato, l’adattamento intrapreso non è sufficiente, o meglio non abbastanza veloce, soprattutto nelle città. Esiste un gap tra le azioni intraprese e quelle che sarebbero necessarie, più ampio nelle popolazioni a basso reddito e che  continuerà a crescere. Il rischio è anche il “maladattamento”: un adattamento non efficace o che lo diventa con il tempo, come una barriera fisica alle inondazioni non abbastanza forte, o una intensificazione dell’ agricoltura che rischia di impoverire il suolo nel lungo andare. E’ importante monitorare le strategie: quello che si rivela efficace ora potrebbe non esserlo tra 20 anni.

Limiti all’adattamento

Molti tipi di adattamento, compresi quelli basati sulla natura rischiano di essere inefficaci con un riscaldamento oltre i +1,5°C e i danni potrebbero essere irreversibili anche in caso si torni sotto quella soglia in seguito. Per questo sono indispensabili forti azioni di mitigazione quindi il taglio delle emissioni climalteranti. Esistono inoltre dei “rischi residui”: la possibilità che i danni siano irreparabili nonostante gli sforzi di adattamento. Con l’aumentare della temperatura questa possibilità sarà sempre maggiore.

Impatti futuri

Gli scenari futuri dipendono, sostanzialmente, da decisioni che saranno prese oggi. I rischi maggiori evidenziati sono ondate di calore sempre più frequenti, intense e a temperature più alte, e un aumento generalizzato della scarsità di acqua. Ad un riscaldamento di 2°C le regioni che approvvigionano acqua da ghiacciai vedranno, infatti, un declino dell’acqua potabile disponibile per l’agricoltura del 2%  per il 2050, oltre che rischi per la sicurezza alimentare e rischio di inondazioni nelle zone insulari e sul livello del mare.

MEDITERRANEO ED EUROPA

La regione che affaccia sul Mediterraneo si è scaldata più della media globale (come altre terre emerse) e ha sperimentato una maggiore frequenza e intensità della siccità.

Il livello del mare è aumentato di 1,4mm nel corso dell’ultimo secolo accelerando negli ultimi tre decenni e il Ph dell’acqua è andato abbassandosi (ciò che viene detto”acidificazione”). Proprio nel Mediterraneo, dice il report, la siccità andrà a colpire tra il 18% ed il 54% della popolazione nei prossimi anni nella forbice di crescita della temperatura media tra +1,5°C e +2°C, in un contesto di crescita della temperatura nell’area già superiore alla media globale. I 4 rischi chiave per la nostra regione quindi sono: ondate di calore, diminuzione risorse idriche  (soprattutto nel sud Europa, anche con riscaldamenti moderati),diminuzione delle precipitazioni e aumento delle inondazioni (le precipitazioni diminuiscono ma aumentano quelle estreme). In pratica, maggiore è l’aumento di temperatura e maggiore il rischio.

Si assisterà anche a rischi ritardati sul patrimonio culturale e sul turismo a causa dell’innalzamento del mare che continuerà per inerzia anche in caso di azzeramento delle emissioni. Ovviamente in primis a  rischiare sono infrastrutture e comunità sul livello del mare, tuttavia molti paesi che ne sarebbero colpiti non ne stanno tenendo conto.

Infine, si torna a ribadire gli impatti sulla biodiversità del continente emerso: all’aumentare del riscaldamento diminuiranno le specie in grado di adattarsi e rimanere nei loro habitat e rischia così di vanificarsi anche lo sforzo di tutela delle aree protette.

L’ Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), è un organismo internazionale di valutazione scientifica delle Nazioni Unite che si occupa di studiare la scienza del clima e del cambiamento climatico. E’ divisa in 3 gruppi di lavoro (Working Group): il primo gruppo (WGI) si occupa delle basi fisiche e scientifiche, il secondo (WGII) di analizzare gli impatti su ambienti naturali e società umane, il terzo (WGIII) di riassumere le possibili opzioni di mitigazione.

L’IPCC non effettua direttamente ricerche, ma periodicamente produce report analizzando e riassumendo le più recenti pubblicazioni scientifiche peer reviewed. Successivamente sottopone nuovamente il proprio lavoro alla comunità scientifica internazionale, rappresentata per ogni report da un insieme di revisori volontari provenienti da diversi paesi. Ogni affermazione presente nei report è affiancata da un relativo livello di confidenza (che può essere da molto basso a molto alto) e di probabilità (da improbabile 0-33% a virtualmente certo 99-100%).

Articolo a cura di Anna Laura Rassu e Margherita Barbieri, volontarie Italian Climate Network

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