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Mag

Quale Green Deal per l’Italia? Scenari necessari

di Jacopo Bencini, Policy Advisor, Italian Climate Network

Questo articolo è il secondo di una serie realizzata con il contributo di European Climate Foundation nell’ambito del progetto “Green New Deal for Italy”

Immagine: Flickr/Vicky W.

In tempi di pandemia, un mese può sembrare un’eternità, o un attimo. Un mese, il tempo trascorso dal nostro articolo sulla necessità di rifare il punto sul Green Deal europeo dopo la sua improvvisa scomparsa dall’agenda politica per via dell’emergenza Covid19. A riportare sulla scena il piano verde da mille miliardi di Von der Leyen, ironia della sorte, sono state le dichiarazioni di alcuni leaders politici ostili a un suo pieno finanziamento, a Roma come in Europa.

Italian Climate Network si era già espresso in merito all’assoluta necessità e strategicità di dare piena attuazione alla roadmap stabilita dal Green Deal, e nei primi mesi dell’anno non sono mancati progressi in questo senso da Bruxelles. Ora che l’Italia sembra vedere la luce in fondo al tunnel dell’emergenza sanitaria, urge ancor più attrezzarsi per preparare il nostro impianto legislativo ed economico ad una ripartenza che possa far proprie, se non anticipare, molte delle novità del piano europeo. Per farlo e per incitare le nostre istituzioni a farlo serve tuttavia una chiara visione del contesto e delle possibilità.

Volendo contribuire alla costruzione di questa visione, Italian Climate Network ha avviato un’importante collaborazione con il centro di ricerca e formazione Economia e Sostenibilità – EStà di Milano. “Un Green New Deal per l’Italia”: questo il titolo dell’ambizioso progetto, finanziato dalla European Climate Foundation, atto a costruire scenari e prospettive, appunto, verso l’identificazione di un Green Deal italiano possibile. Di strade percorribili, scenari necessari. Per farlo, i ricercatori di EStà hanno già avviato una ricognizione profonda del sistema emissivo e produttivo italiano dall’anno-base europeo 1990 al 2018, guardando agli anni-obiettivo 2030 e 2050.

Come combinare in un’unica analisi produzione (in termini di ricchezza, lavoro) e consumo delle risorse, cioè analisi economica e analisi ambientale? Come avanzare proposte realistiche per il futuro emissivo del sistema-Italia? “Attraverso due meccanismi d’indagine” spiega Massimiliano Lepratti, coordinatore della squadra di ricerca di EStà. “In primo luogo ragionando su caratteristiche tipiche dei diversi settori dell’economia in termini di carbonio, distinguendo tra chi brucia energia fossile, chi emette senza bruciarla, chi assorbe; chi svolge solo alcune di queste funzioni, come i settori industriale e dei trasporti, e chi invece come l’agricoltura oltre ad emettere è anche capace di riassorbire anidride carbonica per vie naturali”. In secondo luogo, “dividendo il lavoro in analisi della produzione storica di CO2 per settore (il passato), analisi degli assorbimenti, delle tecnologie e delle politiche in atto (gli strumenti) e identificazione di interventi necessari e scenari possibili (il futuro)”.

Le variabili nella costruzione di scenari, sia esogene che di interrelazione, sono tendenzialmente infinite e imprevedibili” – continua Lepratti – “Quali nuove crisi smonteranno le nostre previsioni? Come interagiranno tra loro i diversi settori dell’economia?”. Per dipanare le nebbie dell’incertezza la squadra si affida a documenti, politiche, studi istituzionali e tenta di proiettare i piani esistenti in un futuro più lontano sulla base delle esperienze passate. I primi riscontri sono estremamente interessanti. Emergerebbe che il PNIEC, il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima verso il 2030 inviato a Bruxelles dal Ministero dello Sviluppo Economico nel dicembre scorso, ad esempio, “risulta in linea con gli obiettivi comunitari al 2030 ma non, se proiettato in avanti, con quelli al 2050. Come emerge chiaramente che, stando alla storia emissiva del nostro paese, conviene forse concentrarsi maggiormente sulle attività emissive più vicine alla nostra vita quotidiana piuttosto che sui “soliti colpevoli”, i grandi inquinatori come le acciaierie alimentate a carbone koch, inquinantissime ma dal ruolo relativo sui grandi numeri rispetto al complesso di agricoltura, industria, trasporti, residenziale (settore sul quale la squadra di Lepratti svolgerà anche un approfondimento sull’impatto di investimenti e ricerca e sviluppo rispetto alle emissioni). Tutti settori che, aggregati, rappresentano ben oltre l’80% delle nostre emissioni nazionali. Un Green Deal italiano non potrà non agire a tutto campo, con organicità.

Come anticipato, dal progetto si attendono anche proposte specifiche. Ecco quindi che uno dei gruppi di ricerca si occuperà di delineare possibili soluzioni in ambito agricolo che, sulla base di tecniche esistenti, potrebbero alzare l’asticella dell’ambizione italiana da un’agricoltura a emissioni nette zero (obiettivo europeo al 2050) ad un’agricoltura ad assorbimento netto di carbonio. Allo stesso modo verranno esaminati i diversi modi di usare la legna dei boschi, veri forzieri naturali di CO2. Si studiano politiche, si studiano investimenti. Le prime, dagli effetti trasversali e sistemici. Gli ultimi, dall’impatto immediatamente osservabile.

I risultati della ricerca saranno disponibili in estate. Fino a quel momento, sfrutteremo questa serie di articoli mensili a tema Green Deal per divulgare, approfondire, spiegare al maggior numero di lettori l’importanza di questo storico pacchetto di misure e obiettivi e i suoi possibili benefici per il sistema-Italia, anche tramite riferimenti puntuali all’attualità politica e ambientale del nostro paese. Per prepararci a quegli scenari. Perché un mese, un anno, un decennio passano in fretta, e di tempo per l’azione climatica ne abbiamo sempre meno.

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