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Giu

BONN, CHE FATICA

Questi intermedi sembrano una COP

Si sono conclusi nella serata del 15 giugno 2023 i negoziati intermedi sul clima di Bonn, in Germania. Eravamo ormai da anni abituati a negoziati intermedi tutto sommato placidi rispetto alle tormentate COP. A Bonn, lontano dalla stampa internazionale e dal clamore che sempre circonda ogni COP con tanto di Capi di Stato, manifestazioni, giornalisti ed elicotteri, di solito le delegazioni dei Paesi trovano il tempo e la relativa calma per approfondire, ragionare, capirsi, preparare la successiva Conferenza.

Ormai gli intermedi sembrano delle COP, invece. A Bonn quest’anno è stato superato il record di partecipanti con oltre 4800 persone, il doppio dell’anno precedente. Niente a che vedere con i numeri elefantiaci delle COP ma un grande affollamento rispetto agli anni passati, quando a recarsi a Bonn erano solo i più temerari attivisti e chi si ostinava a fare reportistica anche in giornate in cui sembrava non dovesse succedere niente. Come noi. Ecco, il clima è cambiato.

Una sessione faticosa

Mentre il Segretario-Generale delle Nazioni Unite Guterres si scagliava, da New York, contro i finti obiettivi climatici delle grandi aziende dell’oil&gas  e contro l’inazione dei grandi Paesi, chiedendo nuovi e più ambiziosi obiettivi, si chiudeva una sessione faticosa, da tanti punti di vista.

A tenere banco per giorni è stata la questione della mancata approvazione dell’agenda dei lavori, base per il lavoro delle due settimane. L’ultimo precedente risaliva al 2013. Alla fine, l’accordo è stato trovato e l’agenda è stata approvata nella serata del 14 giugno, penultimo giorno di lavori. Il processo politico e negoziale ha partorito, per l’ennesima volta, un compromesso che non è piaciuto quasi a nessuno, ma che ha permesso al processo di andare avanti: Unione Europea e Paesi AOSIS (i piccoli stati insulari) hanno dovuto ritirare il punto sul Mitigation Work Programme a fronte dell’opposizione di alcuni Paesi in via di sviluppo, in particolare degli appartenenti al gruppo Like Minded Developing Countries. Espungere dai lavori un punto importante come quello del potenziamento delle azioni di mitigazione può sembrare controproducente, vista la situazione di accelerato riscaldamento globale. Parimenti controproducente, per i Like Minded, l’assenza di discussioni concrete sul potenziamento degli strumenti solidali di finanza climatica, secondo la logica per la quale i Paesi in via di sviluppo sarebbero disponibili a lavorare su ulteriori obiettivi di mitigazione se quelli occidentali mettessero in campo le risorse per aiutarli in tal senso, mentre “nessuno parla sul serio di finanza climatica”.

Sebbene la questione su questo punto sia più complessa e multilivello della semplificata polarizzazione Nord-Sud dominante, per esempio, nei negoziati su perdite e danni (in fin dei conti il gruppo G77 non può essere sempre così granitico come vuole far sembrare), una variabile nell’equazione rimane al suo posto: il Nord globale è chiamato a mettere più soldi sul tavolo, ma la sensazione è che si sia ancora (e dopo decenni) molto, troppo lontani dal veder comparire una solidarietà finanziaria vera e strutturata a livello internazionale.

Mitigation Work… Problems

C’è chi sostiene, tra i delegati, che il punto sul Mitigation Work Programme non fosse nell’iniziale agenda dei lavori per un.. “errore” più o meno voluto. Di chi? Per pressioni geopolitiche? A certe domande non abbiamo ricevuto risposta. Mentre gli europei insistevano per far inserire il punto in agenda i Paesi Like Minded, sempre loro, hanno addirittura proposto come merce di scambio l’aggiunta di un ulteriore punto sul potenziamento dei flussi finanziari ex Art. 4 dell’Accordo di Parigi. A metà negoziato. Una stranezza procedurale del tutto inedita e che non ha infatti avuto seguito. Alla fine, l’agenda è stata approvata senza MWP, con buona pace degli europei che riproporranno il tema a COP28.

Per fortuna, nel caos politico sull’agenda dei lavori, il processo non si è fermato. I delegati hanno ottimisticamente continuato a lavorare sui temi meno divisi secondo un’agenda provvisoria, portando a casa qualche risultato.

C’è un testo-base per il Global Stocktake – a settembre il primo report

Di estrema importanza quest’anno, è stato definito – salvo alcuni dettagli, ne abbiamo parlato quiil testo-base a partire dal quale a COP28 si chiuderà il primo inventario globale delle politiche dei Paesi, il cosiddetto global stocktake. Discussione anche questa complessa e tecnicistica, ma che è proseguita nonostante tutto. Rimane caldissimo il problema dell’eventuale conteggio delle emissioni storiche precedenti al 2020, anno di inizio del periodo coperto dall’Accordo di Parigi, sollevato da molti Paesi del Sud del mondo e ovviamente fortemente osteggiato, in particolare, dagli Stati Uniti d’America. Il negoziato di Bonn si è chiuso con l’incarico, da parte dei Paesi ai co-facilitatori della sessione, di redigere per inizio settembre un primo report di sintesi di quanto detto e deciso fino ad oggi, così da facilitare il lavoro dei delegati che voleranno a Dubai a fine anno.

AAA Santiago Network su perdite e danni cerca casa

Non è stato raggiunto un accordo su quale entità, ONU o meno, dovrà ospitare i lavori del Santiago Network su perdite e danni. Alla sessione finale sono arrivati due candidati: l’UNDDR, ufficio delle Nazioni Unite per la riduzione del rischio da disastri, e Banca di Sviluppo dei Caraibi. Questione rimandata a COP28, ancora. Il Santiago Network è uno strumento pensato per fornire assistenza tecnica ai Paesi nel loro lavoro su perdite e danni e non è formalmente legato al fondo lanciato a COP27, sul quale sta lavorando in parallelo un comitato di transizione ad hoc. Durante le due settimane, il proseguimento dei Dialoghi di Glasgow – nei quali un anno fa proprio qui a Bonn emerse la crepa politica dalla quale originò l’adozione del nuovo fondo a COP27 – ha dato la possibilità alle delegazioni di interagire e confrontarsi tra loro e con i membri del comitato di transizione su come dovrà essere il nuovo fondo.

Meno risorse del previsto per il Segretariato e qualche extra-budget

Il Segretariato che organizza e regola i lavori dell’ONU nell’ambito dei negoziati sul clima vede approvato un budget per il biennio 2024-2025 ammontante, complessivamente sui due anni, a €74.105.511 nel bilancio “core”, meno di quanto inizialmente proposto due settimane fa con una diminuzione netta di oltre 8 milioni di euro, al netto di un eventuale +7% già calcolato per venire incontro ai costi legati all’inflazione crescente – qui il nostro approfondimento di qualche giorno fa. Sul finale dell’ultima plenaria, il Segretariato ci ha tenuto a sottolineare che il complesso delle decisioni adottate in precedenza e durante questi intermedi comporta già spese superiori al budget biennale precedentemente approvato per oltre 5 milioni di euro sull’anno in corso, il 2023.

Delusione per il mancato riconoscimento dei report IPCC nei punti più tecnici

Molti Paesi e gruppi di Paesi, dall’Unione Europea al Cile fino ai piccoli e fragili paesi insulari, hanno fatto sentire tutto il loro disappunto nella plenaria finale per il mancato riconoscimento, nei testi finali, degli ultimi report dell’IPCC nei documenti più tecnici approvati su impatti e vulnerabilità, ricerca o osservazione sistematica, sistemi di raccolta dati sulle emissioni. Si intuisce che nelle ore che hanno preceduto la plenaria alcuni Paesi meno ambiziosi hanno richiesto qualche “piccola correzione” peggiorativa in tal senso.

Global Goal on Adaptation

Dopo due settimane di lavoro si è arrivati ad avere una struttura-base di quello che sarà il testo da approvare a COP28, che di fatto indica come si lavorerà nei prossimi anni nel definire nuovi obiettivi globali sull’adattamento. Nel testo approvato a Bonn rimangono alcuni, pochi, punti da sciogliere, ma di rilevanza politica: inserire o non inserire nella decisione formale degli intermedi ipotesi e specifiche opzioni (di contenuto) su indicatori, obiettivi quantitativi e numeriche? Alla fine, tutte le opzioni e le proposte sono finite in una nota informale preparata dai facilitatori della sessione, anche se alcuni Paesi – in particolare del Sud globale – le avrebbero volute inserite in un allegato del testo formale in approvazione. Ne abbiamo parlato qui

Definizione di Just Transition rimandata a COP28

Dopo dieci giorni di discussioni in merito alla definizione stessa di “giusta transizione” nell’ambito dei negoziati sul filone “Just Transition Pathways”, con Stati Uniti d’America e, in particolare, alcuni Paesi africani in totale contrasto – ne avevamo parlato qui – il negoziato si chiude con un niente di fatto. I Paesi avranno ora tempo fino al 15 settembre per inviare osservazioni e dichiarazioni al Segretariato, così da ripartire non troppo da capo a COP28. I Paesi G77 + Cina hanno sottolineato l’importanza di avviare un gruppo di lavoro con obiettivi chiari sul tema a COP28, per dare esiti concreti alla conversazione che per adesso sembra non avere sbocchi pratici.

Credere nel processo

La credibilità del processo è a rischio”. La frase è stata pronunciata dal Segretario Esecutivo della UNFCCC, Simon Stiell, in chiusura dei lavori. In un contesto geopolitico segnato da crescenti attriti internazionali ed una ri-polarizzazione Nord-Sud dai toni a tratti molto più che ideologici, questi negoziati intermedi hanno dimostrato che è ora più che mai necessario investire politicamente nel processo multilaterale sotto egida Nazioni Unite, unico luogo, unico contesto nel quale il dialogo è ancora possibile. Ma chi partecipa a questo processo? Chi entra alle COP? Chi può parlare ogni giorno con i delegati?

A questo proposito forti preoccupazioni sono state espresse, durante le due settimane, rispetto alla possibilità di accesso ai negoziati di COP28 da parte della società civile e alla creazione, in quella sede, di effettivi spazi di manifestazione libera del pensiero, ne avevamo parlato qui. Queste preoccupazioni fanno seguito a critiche simili sollevate durante la COP27 in Egitto. Il timore è che la società civile venga inibita nelle sue funzioni di advocate e cane da guardia della tutela dei diritti umani quando le COP si tengono in Paesi non certo noti per l’attivismo in questo settore .

Inoltre, questi negoziati intermedi hanno visto, nei primi giorni di lavori, proteste e creative manifestazioni rispetto al conflitto d’interessi del Presidente di COP28 Sultan Al-Jaber, Ministro dell’Industria degli Emirati Arabi Uniti ma soprattutto CEO di ADNOC, la compagnia petrolifera nazionale, in visita proprio qui a Bonn nei giorni scorsi. La sua presenza ha ridato vigore alle critiche rispetto alla crescente presenza di lobbisti del fossile nelle delegazioni nazionali alle COP, presenza più o meno esplicita ma comunque ormai parte integrante del processo. 

La credibilità passa dalla trasparenza: nuove regole per i badge da COP28

Ecco quindi la novità. Per rilanciare la fiducia nel processo e rimotivare i tanti delegati e osservatori a Bonn e da remoto, Stiell ha annunciato una novità che per i più informati era nell’aria da almeno qualche ora: già da COP28 ogni delegato – della società civile, dei Governi, dell’industria – dovrà allegare alla propria richiesta di badge un dettaglio rispetto alla propria affiliazione professionale e legame con l’organizzazione ammessa ai negoziati, cosa ad oggi ampiamente aggirabile – oggi un esponente di una multinazionale del fossile, infatti, può essere accreditato nella delegazione ufficiale del suo Paese (per esempio, l’Arabia Saudita o la Mauritania) tramite un badge “Party” o “Party overflow”, senza che sul suo badge compaia niente altro che nome, cognome, “Saudi Arabia – Party” o “Mauritania – Party”. In questo modo, personaggi più o meno estranei al mondo del clima entrano nelle COP mimetizzandosi perfettamente a tecnici dei ministeri e delegazioni politiche. Quello promosso da Stiell è un passo in avanti nella trasparenza del processo – quindi, nella sua credibilità –  proprio alla vigilia tecnica di una delle COP probabilmente più controverse di sempre, in uno dei contesti geopolitici meno entusiasmanti di sempre.

Ci vediamo a Dubai.

Articolo a cura di Jacopo Bencini, Policy Advisor e UNFCCC Contact Point

Foto di copertina: credits IISD

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