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Giu

GLOBAL STOCKTAKE, A BONN IL GIRO DI BOA

  • Il UAE Dialogue ha mostrato che il primo Global Stocktake è entrato formalmente nei nuovi NDC, ma resta aperta la domanda politica: quei riferimenti indicano vera attuazione o semplice allineamento linguistico?
  • Le Parti convergono sulla necessità di “implementare” gli esiti di Dubai, ma divergono su cosa significhi farlo: per alcuni servono più evidenze su progressi e lacune, per altri il dialogo non deve trasformarsi in un nuovo meccanismo di monitoraggio o pressione sui Paesi in via di sviluppo.
  • Finanza, adattamento, perdite e danni, transizione dai combustibili fossili e foreste sono emersi come nodi centrali, ma senza fabbisogni chiari, mezzi di attuazione e casi concreti, il rischio è che il percorso verso il secondo Global Stocktake arrivi al 2028 con molta retorica sull’implementazione e poche prove reali.

Il dato migliore dell’UAE Dialogue (Dialogo degli Emirati Arabi Uniti) sul Global Stocktake di quest’anno è arrivato dal Segretariato UNFCCC: il 90% degli NDC presentati tra giugno 2024 e giugno 2026 dichiara di essere stato informato dagli esiti del primo Global Stocktake (GST), e l’83% spiega in che modo (qui la presentazione). È un numero che suona bene. Il problema, emerso con chiarezza nei due giorni di dialogo a Bonn, è capire se quel riferimento al GST sia una traccia reale dentro le politiche nazionali o una citazione di cortesia nei documenti climatici.

Il UAE Dialogue nasce proprio per questo: discutere come attuare gli esiti del primo Global Stocktake, adottati a Dubai nel 2023 e trasformarli in strumenti utili per il secondo ciclo del GST, che si chiuderà nel 2028. Il prossimo appuntamento è previsto agli SB66, nel giugno 2027. Nel frattempo, le Parti dovranno concretizzare i loro  piani di attuazione, definire fabbisogni finanziari più chiari, elaborare esempi concreti su adattamento, perdite e danni, ed elaborare le connessioni tra transizione energetica e cooperazione internazionale.

Il nodo politico: implementazione o nuovo inventario?

Il mandato dell’UAE Dialogue è delicato. Deve concentrarsi sull’attuazione degli esiti del primo GST, prestando attenzione a mezzi di attuazione e cooperazione internazionale.

Alcuni Paesi hanno chiesto che il dialogo produca una lettura più concreta dei progressi e delle lacune. Altri, in particolare tra i Paesi in via di sviluppo, hanno messo in guardia contro il rischio che il dialogo diventi un meccanismo improprio di monitoraggio degli obiettivi globali o un modo per spostare nuove pressioni sulle economie con minori risorse.

La tensione tra le due posizioni è comprensibile. Se il dialogo resta solo uno spazio di scambio, rischia di non incidere. Se prova a misurare troppo, entra in un terreno politicamente esplosivo: chi valuta, con quali criteri e con quali conseguenze?

Il risultato dei due giorni è quindi parziale. Il dialogo ha fatto emergere bene le fratture, ma è stato meno efficace nel trovare soluzioni. Ha mostrato che tutti vogliono “implementare” il GST, ma il significato di  questa parola si presta ad interpretazioni divergenti.

Fossili, foreste, adattamento: i temi ci sono, ma il centro resta la finanza

La transizione dai combustibili fossili è tornata più volte negli interventi. Regno Unito, Svizzera e altri hanno richiamato il paragrafo di Dubai sul transitioning away from fossil fuels, collegandolo alle roadmap nazionali, al processo di Santa Marta e alla roadmap della Presidenza COP30. Alcuni Paesi hanno parlato anche di sussidi ai combustibili fossili, diversificazione economica e rischi di agire da soli in assenza di cooperazione internazionale.

La deforestazione è entrata soprattutto attraverso il riferimento alla roadmap sulle foreste e al Tropical Forest Forever Facility. Norvegia e Brasile hanno richiamato la necessità di collegare protezione delle foreste, finanza e strumenti capaci di cambiare gli incentivi economici.

Sul fronte adattamento e perdite e danni, il tono è stato ancora più netto. Diversi Paesi vulnerabili hanno ricordato che l’adattamento non può essere trattato come una questione tecnica di indicatori. Servono risorse, accesso diretto, strumenti per valutare perdite economiche e non economiche e la capitalizzazione del Fondo per perdite e danni. Il dibattito su perdite e danni non va assorbito dentro l’adattamento. È un pilastro distinto, con bisogni distinti.

Il formato ha pesato più del previsto

Una parte non marginale della discussione ha riguardato il formato del dialogo. La proposta iniziale prevedeva momenti più interattivi, ma il lavoro si è svolto soprattutto in plenaria. Alcune delegazioni, tra cui Regno Unito, Canada, Svizzera, Norvegia e diversi osservatori, hanno espresso delusione: meno interazione significa meno spazio per casi concreti e confronto reale.

Altri gruppi rappresentanti i Paesi in via di sviluppo, tra cui Like-Minded Group of Developing Countries (LMDC) e alcune delegazioni con capacità negoziali più limitate, hanno difeso il formato in plenaria perché più trasparente, accessibile e gestibile per le piccole delegazioni. È un dettaglio solo in apparenza. Nei negoziati UNFCCC il formato decide chi riesce a seguire, chi prende parola, chi influenza la sintesi finale.

I co-facilitatori prepareranno un report fattuale, facilitativo e non prescrittivo. Il secondo GST partirà formalmente a COP31/CMA8, nel novembre 2026, con la fase di raccolta delle informazioni, e si chiuderà nel 2028. Il UAE Dialogue dovrà alimentare questo percorso. Se i suoi report resteranno generici, il secondo GST rischierà di arrivare alla valutazione tecnica con pochi elementi concreti per valutare dove l’Accordo di Parigi stia davvero funzionando e dove no.

Nel frattempo, qui a Bonn, il dialogo si è chiuso con una domanda precisa: le Parti arriveranno a giugno 2027 con prove di implementazione, o con un’altra serie di dichiarazioni su quanto sia importante passare all’implementazione? Il prossimo appuntamento, SB66, sarà meno indulgente. A quel punto il secondo GST sarà già entrato nella sua fase tecnica, e ci sarà molto meno tempo per trasformare gli esiti di questo dialogo in evidenze concrete.

Articolo a cura di Anna Pelicci, Capa Delegazione Italian Climate Network

Foto di copertina: UN Climate Change | Lara Murillo

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